THE TIME MACHINE – Il “genio” di Manchester: Paul Scholes

Il pel-di-carota per antonomasia del calcio europeo nasce nel più piovoso inverno che la Grande Manchester ricordi nella contea di Salford. Ad appena 18 mesi si trasferisce con la famiglia a Langley. Sempre in periferia, e ancora una volta in un luogo più famoso per le fabbriche, le ciminiere e il degrado che per la qualità della vita. Come molti vicini di casa appartenenti alla “lower class”, i genitori sono entrambi d’ origine irlandese. Cosa che Paul, a differenza di molti ed ipocriti colleghi della Nazionale inglese, non ha mai ripudiato o cercato di nascondere: anzi, a più riprese ha candidamente ammesso d’esser “contento quando la Nazionale irlandese ottiene buoni risultati”.

 Paul ha 14 anni quando durante un torneo scolastico per la St.Mary High School viene notato e avvicinato da un osservatore del Manchester United, che gli propone di aggregarsi ai giovani dell’Academy. Così Paul inizia ad allenarsi coi Red Devils, anche se formalmente ancora tesserato per le “Furie di Langley” – la squadretta di quartiere -, e quindi non può vestire il rosso nelle partite ufficiali del weekend. E’ difatti soltanto nel 1991 che – preferendo il calcio al cricket (altro sport in cui eccelle) – la posione del 17enne Scholes viene ufficialmente regolarizzata dallo United, dando inizio ad una love story che durerà, almeno considerando il calcio giocato – ha lasciato il ruolo di vice allenatore solo con l’arrivo di Josè Mourinho – per quasi vent’anni. Nel mezzo ci sono 11 Campionati inglesi, 13 Coppe Nazionali – di cui 6 Charity Shield -, 2 Champions League e un altro paio di trofei internazionali. Ma, soprattutto, una costanza mostruosa: in 19 anni si contano quasi 800 partite ufficiali con 156 gol all’attivo. Non male, per uno che per gran parte della carriera ha dovuto recuperarli e smistarli, i palloni, più che buttarli dentro alla porta. Ma torniamo all’inizio della carriera. Firmando per lo United Paul si unisce alla più grande nidiata di giovani che una squadra europea abbia mai prodotto, poi ribattezzata anni dopo col nome di “Fergie’s Fledglings”, la “nidiata di Ferguson”. Nella squadra che vince la Youth League nel 1992 giocano infatti oltre al nostro David Beckham, Nicky Butt, Ryan Giggs e i fratelli Neville. Senza contare coloro che la loro fortuna l’hanno fatta poi lontano dallo United, come Keith Gillespie e Robbie Savage (ritiratosi con 500 partite in Premier).

Paul è di fatto colui che tiene uniti tutti: non spreca mai un pallone, non perde mai un tackle né viene mai saltato nettamente. Un giocatore freddo e calcolatore, in grado di correre tanto ma anche d’impostare e con una buona visione di gioco e un tiro secco e preciso. Non ha lampi di genio, è vero, ma non è mai fuori posizione e i passaggi sbagliati sono ridotti veramente all’osso. Infine da buon anglosassone non si da mai per vinto, seguendo il mantra del “Nessuna partita è mai persa, per me”. Un motto di vita più che agonistico nonchè spesso ripetuto in carriera. Sta di fatto che il poco considerato figlio della Manchester operaia fa subito breccia nel cuore di Fergie, che lo mette sotto contratto nel 1993 ed esordire ufficialmente l’anno dopo in una vittoria in Coppa di Lega contro il Port Vale. Nel primo anno Paul gioca pochino, raggranellando comunque 17 apparizioni, 5 gol e molti spezzoni di partita. Tutti come seconda punta, in verità. Perché all’inizio Ferguson lo vede bene lì: da prima o seconda punta mobile. Le due stagioni seguenti sono quelle della consacrazione: Mark Hughes viene ceduto al Chelsea, mentre Cantona si fa squalificare a seguito del famoso calcione volante. Fergie schiera dunque Paul come partner d’attacco di Cole, e viene ricambiato con 14 gol e molte buone prestazioni sulla strada che porta al terzo scudetto dello scozzese. Nel 1996/97 arriva il secondo Scudetto personale, indossando per la prima volta l’iconica casacca col numero 18 – che terrà per altre 15 stagioni – nonché la prima chiamata con la Nazionale. Ma è la stagione 1996/97 quella cruciale nella carriera di Paul per due motivi: il primo è che, a causa del grave infortunio subito da Roy Keane, Scholes viene per la prima volta nella vita schierato a centrocampo. La seconda è che Paul, di fatto, a fine anno vede sfumare all’ultimo la sua cessione al Blackburn come parziale contropartita per le prestazioni di Alan Shearer, che invece opta per il Newcastle. Una volta rassicurato che un rischio del genere non si sarebbe ripresentato e sempre più a suo agio come mediano, quando inizia la stagione Scholes è più motivato e determinato che mai. Racconta Ferguson del triste episodio che “quando gli parlai di questa possibilità si mise quasi a piangere: non era quasi mai uscito da Manchester, se non per giocare con la squadra in trasferta ed era già allora molto legato a noi”. Dopo il mancato trasferimento, ha sostanzialmente inizio quel monologo a tinte rosso fuoco che tutti conosciamo. Manchester scoprirà difatti una sua personalissima icona brit: al pari degli Oasis, Paul è in grado di appassionare e convincere anche i tifosi più scettici, tra tackle aggressivi ed una interminabile serie di partite da 6,5 fisso in pagella. In poche parole: Manchester trova in lui e Roy Keane due perfette impersonificazioni del modus cogitandi operaio cittadino, elevandoli al rango di eroi.

La più grande insoddisfazione della carriera, oltre alle rovinose spedizioni con la Nazionale di Lampard e Gerrard dalla quale si è ritirato appena trentenne nel 2004 dopo la delusione Europea, è paradossalmente la finale di Champions del 1999 contro il Bayern Monaco. Perché quella partita Paul l’ha guardata dalla tribuna, complice l’ennesima squalifica rimendiata in carriera. Già, i cartellini: se ne contato 120 in carriera, di cui stranamente soltanto il 10% sono rossi. Il che ovviamente gli vale l’infausto record a livello europeo, considerando anche le Coppe, ma curiosamente non quello in Premier: il record lo detiene infatti dal 2014 Gareth Barry, di cui al momento si contano 103 cartellini (e parliamo soltanto di quelli gialli). Caratteristica che gli è valsa negli anni una malcelata avversione da parte dei colleghi: “Un pazzo”, sentenzia Rio Ferdinand in uno dei tanti West Ham – Manchester United finiti in mezza rissa. “La sua aggressività rovina il miglior centrocampista britannico degli ultimi 15 anni”, rincara il tecnico dei Gunners, Arsène Wenger. Se lo chiedete direttamente a lui, otterrete meno risposte di quelle che concede il cestista Tim Duncan da venti anni nelle interviste con ESPN: si limiterà a fare spallucce, con quella flemma che si vede poco in campo ma che lo contraddistingue da sempre fuori, e a sorridere con quegli occhi piccoli e perennemente stanchi, ma attenti e scattanti. Al massimo vi lascerà di sasso con la sua frase cult, più volte ribadita e parte anche di un murales che campeggia in un sottopassaggio vicino all’Old Trafford: “Preferisco sempre le critiche ai complimenti: mi spingono a fare meglio”

Affetto da asma sin dalla tenera età, sposato con la compagna di banco delle elementari e tutt’altro che appassionato di calcio, Paul negli anni è sopravvissuto alle scarpette in faccia a Beckham (e alle fascette in testa a Beckham), ad almeno due re-building dello United, alla concorrenza di Veron e di altri acquisti di peso che sulla carta avrebbero dovuto relegarlo in panchina (“penso che Juan Sebastian abbia le possibilità per togliere il posto a Paul”, dice incautamente Sir Alex alla presentazione dell’argentino), alle offese dei compagni (“ottimo giocatore, pessimo essere umano: non parla mai”, sentenzia appena ritiratosi Roy Keane) e alle continue delusioni con la NazionalePerfino allo Scudetto dei rivali cittadini. Ma di fatto non ha mai mollato, diventando un (non) personaggio iconico per circa due generazioni di tifosi dei Red Devils. Macinando chilometri e non sbagliando mai un’apertura, con quella sapienza tattica, quel pragmatismo e quella disciplina tipici del suo modo di giocare. Tra tackle al limite, tiri di collo perfettamente indirizzati ed inserimenti da giocatore iper-moderno. Tra una vita extra-calcistica praticamente inesistente, cavalcate vincenti e clamorosi ritorni, Scholes è per certi versi il sottovalutato per eccellenza del calcio mondiale. Un anti-divo, che non ha mai avuto bisogno di un procuratore se non per mere questioni amministrative: gli bastava, a pochi mesi dalla scadenza del contratto, una chiacchierata col vecchio amico Sir Alex nel suo ufficio per trovare un accordo. “Vanno bene 90.000 sterline a settimana, caro mio?” – “Ok. Deal.” Un anti-divo che però in fondo qualsiasi allenatore lo avrebbe voluto nella sua squadra. E qualsiasi giocatore l’avrebbe desiderato al proprio fianco in mezzo al campo, anche perchè Paul ha sempre avuto il raro talento di migliorare le performance altrui nonchè di mettere una pezza nelle situazioni di gioco “disperate”. Ma il sogno è sempre rimasto sulla carta; sarebbe stato impossibile, accettare un Paul Scholes non in maglia United!

Stefano Puricelli

27 anni, appassionato di tutto quello che riguarda il football d'oltreManica, tifoso del West Ham United!