TOFFEES CORNER – Everton immaturo, nulla di nuovo

Benritrovati amici di Passionepremier.com e tifosi dell’Everton, per il nostro consueto Toffees Corner. Se mediamente questi angoli di approfondimento sono perlopiù dedicati ad un’analisi delle partite fatta serenamente ed in maniera ottimista, indicando sempre cosa non va ma riconoscendo anche senza esitazioni quello che invece funziona, questa settimana sarà un corner triste. Sarà un corner triste perché col pareggio di Bournemouth, o meglio per come è maturato quel pareggio, il campionato ha decretato il suo primo verdetto: l’Everton non può ambire a far parte del cosiddetto top-flight, le zone alte della classifica, condannandosi ad un altro anno ad annaspare sgomitando con le squadre più improbabili per finire il campionato in settima o ottava posizione, a dispetto di una rosa dalle qualità tecniche più che sufficienti.

Cosa è successo sabato pomeriggio a Bournemouth? È successo che l’Everton è andata in doppio vantaggio dopo trentacinque minuti, sublimando così una supremazia assoluta in campo, che l’ha portata a trasformare in tiro in porta pressoché ogni azione offensiva, prima col colpo di testa di Ramiro Funes Mori su calcio d’angolo e poi con l’ennesimo sigillo della premiata ditta Deulofeu-Lukaku, che mette a segno il suo ottavo gol consecutivo, in otto gare. Dopodiché l’Everton esce dal campo, permettendo così ai Cherries una lenta riorganizzazione, che li porta ad acquisire sempre più campo e a giocare la quasi totalità del secondo tempo nella metà campo dei Toffees, schiacciandoli e mettendoli alle corde più volte, fino al minuto 80 quando, sugli sviluppi di un calcio d’angolo, il pallone esce dall’area di rigore atterrando sui piedi di Adam Smith che, non essendo l’economista de La ricchezza delle nazioni bensì un giovane calciatore che cerca di affermarsi, nota che Howard tiene scoperto un palo, nota che Kone di fronte a lui si sposta come a dirgli Prego, si accomodi, faccia quel che ritiene più opportuno e scaglia un notevole tiro a giro che si deposita in fondo al sacco. Giusta punizione per quaranta minuti di buio. A dieci dalla fine, il tema tattico ovvio è quello che vede l’Everton chiudersi e lasciar scorrere il tempo ma l’Everton è tutto fuorché ovvia. Con una guida tecnica che non riesce neanche a notare che potrebbe essere il caso di operare dei cambi, il Bournemouth richiede prima un rigore, che onestamente mi pare legittimo, poi concretizza una papera di quel bidone (stanchissimo) che ogni tanto fa una buona gara e viene incensato, arrivando in porta all’87esimo minuto e permettendo anche a Stanislas di fare la sua bella figura col gol del 2-2, complice anche un Howard insicuro. Ormai la frittata è fatta, cerchiamo solo di arrivare indenni al triplice fischio. Cinque minuti di recupero e proprio al quinto minuto, con l’arbitro che stava già pensando in quale tasca del borsone aveva lasciato il bagnoschiuma, abbiamo la possibilità di passare in vantaggio grazie ad un colpo di biliardo di Ross Barkley, che porta sul 2-3 una partita finita. Infatti i festeggiamenti sono da finale di Champions League, con tanto di pacifica invasione di tifosi che abbracciano la squadra. Invece l’arbitro, non ricordando l’ubicazione del bagnoschiuma, temporeggia, facendo giocare. Novantacinque, novantasei, novantasette – minuto in cui a Martinez parte la vena e si inventa un cambio che, come sappiamo, nel gergo calcistico implica trenta secondi di recupero – e novantotto. Quando ormai la partita dovrebbe essere già conclusa da un pezzo, con i cronisti Sky che spaesati montano e smontano il pannello per le interviste post-partita, il Bournemouth grazie all’ennesima disattenzione difensiva, per la verità creata da Cleverley, giocatore non ancora al meglio della condizione buttato però ugualmente nella mischia da Martinez, buca per la terza volta Howard e l’Everton al minuto 90’+8.
È inaccettabile che una squadra subisca gol in questa maniera, facendosi rimontare ben tre gol, è inaccettabile che non vengano operate sostituzioni dei giocatori in palese difficoltà ed è inaccettabile che una squadra che fa del possesso palla sterile, contro un avversario palesemente meno attrezzato, non riesca a fare melina nemmeno per soli tre minuti. Ad inizio stagione la colpa dei mancati successi era di Jagielka che era troppo vecchio e di Barkley e Lukaku che dormivano. Ora che Lukaku è il vicecapocannoniere del campionato, Jagielka è infortunato (e il suo sostituto ha segnato proprio in questo incontro) e Barkley ha trovato una certa regolarità almeno nelle prestazioni, la colpa di chi è, se la squadra pecca di presunzione sotto l’aspetto puramente tecnico? Tralasciando i demeriti di un portiere in lampante fase terminale della sua carriera, è davvero così improbabile cambiare il modulo per fronteggiare un avversario ferito e arrabbiato? È davvero così inconcepibile sostituire i giocatori che non ce la fanno più? È davvero così difficile dimostrare maturità? Si che lo è, fin quando la guida tecnica resta miope, accecata dalle proprie convinzioni. Coprirsi ogni tanto, soprattutto contro avversari affamati di punti non è un segno di debolezza quanto di intelligenza e maturità. E invece quanta ne manca.