Il 2018, l’anno del grande fallimento di Jose Mourinho

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Il calcio britannico archivia il 2018 come un anno sontuoso per la Nazionale dei Tre Leoni, una nazionale che ha dimostrato di esser rinata dalle ceneri di anni estremamente deludenti, con un Gareth Southgate capace di costruire un gruppo di giovani affamati in grado di arrivare sino alle semifinali del Mondiale di Russia. Purtroppo però, la Football Association non è riuscita a lanciare i club in Europa: nonostante militino nel campionato più importante al mondo, esclusa l’avventura del Liverpool nessuna compagine britannica riesce infatti da anni ad arrivare fino in fondo nelle competizioni europee.

Potrebbe sintetizzarsi così il riassunto dell’anno che volge al termine per gli amanti della Premier, già, potrebbe, condizionale. Perché la notizia più rilevante regalata dal 2018 è di fatto l’addio di Jose Mourinho al calcio britannico. Il tecnico portoghese ha fallito, ha fallito tutti gli obiettivi imposti dal Manchester United, ha fallito soprattutto la possibilità di riscatto e redenzione dopo l’esonero al Chelsea. Ha fallito dunque coi club più importanti, dimostrando un calcio troppo arcaico e difensivista per i ritmi di un campionato probabilmente così dinamico da esser considerato il più evoluto e attrattivo del pianeta. Sarà difficile ipotizzare un ritorno in Premier dell’ex Special One, la decisione dei proprietari dei Red Devils ha di fatto macchiato la sua carriera, quantomeno in Inghilterra. Non è ipotizzabile un suo passaggio all’Arsenal, così come ad un Tottenham da sempre favorevole alla linea verde, tantomeno un suo Chelsea 3.0. Insomma, fantacalcio. Nel suo futuro l’Inter? Il Paris Saint Germain? Forse il Bayern? In ogni modo, Josè spenderà gli ultimi anni altrove, lasciando con l’amaro in bocca un paese che l’ha accolto, l’ha amato e l’ha odiato, persino dalle stesse tifoserie, si guardi ai suoi rapporti coi tifosi di Chelsea e Man United.

Domenica 16 dicembre sarà quindi molto probabilmente ricordata come l’ultima panchina di Mou in Premier, alla guida di uno United demolito dal suo rivale di sempre, il Liverpool, sotto la pioggia di Anfield. Storia nella storia, cornici che solo il British Football riesce a regalare. La figuraccia davanti a tutta l’Europa collegata col match, un catenaccio sterile ed assolutamente perforabile, è stata la fatidica goccia che ha fatto traboccare il vaso, un vaso che gocciolava a dir la verità da tempo. Mr Woodward stavolta ha detto basta, ha trattato la risoluzione e deciso una volta per tutte di separare le strade, dopo un autunno di troppi bassi e pochi, pochissimi alti. Ormai Mou sembrava un cane che si morde la coda, l’ombra di sè stesso, un morto che cammina, mi si passi l’espressione non proprio giornalistica.

Mou aveva rotto con tutti: aveva attaccato i sostenitori, spiegando come fossero troppo silenziosi per spingere un club come il Man United, aveva attaccato la società, mostrando chiaramente come non avesse soddisfatto i suoi obiettivi di mercato, e tanto per non farsi mancare nulla aveva attaccato altresì i giocatori più importanti, il futuro dei Red Devils: da Pogba a Martial, passando per Rushford e Lukaku, tutti definiti bambini viziati. Pogba è stato proprio fatto fuori, messo da parte, in quanto “Colui che contamina lo spogliatoio coi suoi atteggiamenti controproducenti”.

Insomma, sembra che Jose, per qualche stramba e bislacca ragione, ce l’abbia proprio messa tutta per farsi odiare prima e cacciare poi. Un atteggiamento autolesionista, criminale, terribilmente suicida per quello che ai più è conosciuto come genio contemporaneo di comunicazione. Più che comunicatore, somiglia ad un vero provocatore, come la tranquillità mostrata portando a spasso il cagnolino di famiglia per le vie londinesi il giorno dopo l’esonero. In fondo non è mai stato vero amore tra Mou e United, basti pensare che ha passato due anni e mezzo a Manchester senza mai acquistare una dimora vera e propria, scegliendo di soggiornare in albergo per tutto l’arco della sua gestione, quasi come se fosse già chiaro e tutti che questo matrimonio in realtà non avesse avuto futuro. E così è stato, un matrimonio chiuso dopo la parentesi più triste, desolante e raccapricciante degli ultimi anni del glorioso Manchester United.

Ma dal punto di vista tecnico, quali sono stati i suoi errori gestionali? Analizzando la questione in profondità, torniamo un attimino all’estate del 2016. Un flashback prestigioso, per nulla scontato o casuale. L’estate del 2016 calcistica non si ricorda soltanto per gli Europei di Francia, ma anche e soprattutto per l’avvento in Inghilterra dei migliori tecnici in circolazione: Antonio Conte al Chelsea, Pep Guardiola al Manchester City, Jose Mourinho, per l’appunto, al Man United. Era chiaro che Pep avrebbe avuto bisogno per lasciare un’impronta al suo club, era chiaro che magari non avrebbe vinto subito, ma avrebbe altresì costruito un’armata senza precedenti per gli anni futuri. Mou, forse astutamente, secondo me no, scelse di vincere subito: se acquisti Zlatan Ibrahimovic, vuol dire che non hai tempo di aspettare, che non hai alcuna voglia di costruire un progetto a lungo termine. E così è stato, tre titoli durante la prima stagione, ma niente di trascendentale: massimo rispetto per l’Europa League, ma Charity Shield e League Cup certamente non passeranno alla storia. L’anno dopo Jose fu infatti puntualmente spazzato via da una tempesta perfetta, il nuovo Manchester City di Guardiola, che aveva perfettamente assorbito i dettami del tecnico catalano. Un secondo posto a 20 punti di distanza dai rivali cittadini, certamente non un traguardo prestigioso se ti chiami Man United. Una finale di Fa Cup persa malissimo contro il Chelsea di Conte, senza pungere, senza far male alla quinta forza del campionato che avrebbe salutato Antonio di lì a poche settimane.

La terza estate rossa è stata infine quella che ha acuito tutti i problemi precedentemente elencati, quella che ha definito una ferita che col passare dei mesi sarebbe diventata sempre più rovinosamente sanguinante. La sconfitta col Tottenham all’Old Trafford, pesantissima, uno 0-3 netto; l’eliminazione dalla Carabao Cup al primo turno contro la favola Derby County del suo vecchio allievo Frankie Lampard, che tra l’altro lui fece fuori durante il suo secondo regno a Stamford Bridge, i troppi ombrosi e deludenti pareggi interni con Wolves, Palace e Saints, la sconfitta netta nel derby col City, quella all’Olimpico col West Ham, fino alla parentesi peggiore, la sconfitta più gravosa, senza mai lottare, quella ad Anfield, che gli è costata la panchina.

Hai scelto di vincere subito, caro Jose, hai scelto di sfruttare fisicità e deviazioni, stavolta, o forse meglio dire anche stavolta, non ti è andata bene. Il calcio è progettualità, il calcio significa investimenti mirati, in una Premier così il Football è lungimiranza. Basti vedere City e Liverpool, quanto tempo hanno impiegato per arrivare dove sono arrivate. Ed è così che il 2018 sarà ricordato come l’anno della partenza, forse definitiva, di Mourinho, un personaggio incredibile, pittoresco, terribilmente vincente e perdente allo stesso tempo, che con ogni probabilità non farà più parte della famiglia più prestigiosa del pianeta, la famiglia della Premier League. Tra un bacino alle bimbe ed un giro a spasso col cagnolino, Mou brinderà da solo, a Londra, contando i trofei futili di un percorso sterile. Tutti piccoli trofei di cui lui s’è sempre vantato ma che non hanno fatto altro che rappresentare e causare la sua stessa fine, per i motivi spiegati in precedenza. La sua smania è stata decisiva, altrochè.

La carriera di Jose resterà sempre costellata di coppe e vittorie, vittorie che mai nessuno potrà cancellare. Ma ci vuole ben altro per scrivere e passare alla storia. Serve lungimiranza, serve classe, serve il calcio di Guardiola. E quanto faranno male a Jose queste righe, eccome. Resteranno i suoi show in conferenza stampa, resterà la convocazione alle 8 del mattino per tutti i giornalisti da provocare, resteranno le scaramucce a distanza con Antonio Conte, resteranno le risse a bordocampo. Ecco, quelle sì, caro Jose, che sono passate alla storia. Il tuo United sta volando, Paul Pogba 4 gol in due partite. Stavolta hai fallito, stavolta forse per sempre. Si chiude dunque amaramente ma ragionevolmente l’avventura britannica dell’ex Special One, cala il sipario su tutto ciò che è stato Jose Mourinho nell’elitè del football, il 2018 signori sarà ricordato anche per questo. Perché da Special One a Sacked One, il passo è breve.