Umiliazione a Colchester, Tottenham già fuori dalla Carabao: prosegue inesorabilmente l’astinenza trofei

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di Simone Dell’Uomo

Un’umiliazione. Amara, dolorosa. Un’umiliazione che fa male all’ambiente, ma forse non a tutti. E questo è il punto. Ma andiamo in profondità. Il Tottenham come noto è stato già eliminato dalla Carabao Cup, sconfitto non da una squadra di Premier, ma dal Colchester, campo tranquillo di League Two. La vecchia C2 italiana, tanto per capirsi. La netta e chiara sensazione che, a meno di miracoli in Fa Cup, il Tottenham sembra destinato a non vincere nulla. Come da 12 anni a questa parte. Scene di giubilio, come è giusto che sia, invasione di campo, gioia estrema e soddisfazione straordinaria per i padroni di casa. Ma umiliazione vera e sbeffeggiamenti per gli Spurs: addirittura Pochettino sul banco degli imputati, sui social impazza l’ashtag #PochOut. Addirittura?! Per uno dei due migliori allenatori della storia del club, per un signore che nemmeno 4 mesi fa portava il Tottenham in finale di Champions per la prima volta in 137 di storia?! Mauricio ha senz’altro le sue colpe, ma andiamo piano, andiamo in profondità. Analizziamo, partendo da storia finendo in filosofia. Già, filosofia, quella attuale, quella del club.

DANIEL LEVY 

Daniel Levy. Eccolo il primo che deve andare sul banco degli imputati. Prima figura di riferimento del Tottenham Hotspur. Il presidente, l’uomo scelto dal fondo Enic che dai primi 2000 gestisce la società. Dopo anni 90 bui, oscuri, avari e proprio per questo disastrosi, il patron ha preso in mano le redini del club. Un club che vanta 8 Fa Cup, 7 Charity Shield, 4 Coppe di Lega (quella che per oggi per motivi di sponsorizzazione è chiamata Carabao Cup, tanto per capirci) e ben 2 Europa League. Campionati solo 2, ma tanti titoli vinti: conquiste estere a parte, si guardi appunto al palmares nelle domestic Cups. Ma a Daniel Levy questo non interessa, a quanto pare. Vuole solo soldi, profitti, introiti. Questo è. Ha lavorato sodo e combattuto battaglie legali a Londra per costruire un gioiellino come il nuovo stadio, gliene va datto atto. Senza ombra di dubbio. Ma ripeto, la sua missione, ripeto, è sempre stata una sola: introiti, introiti, introiti. Ed è per questo, tra l’altro, che ha progettato il New Stadium. Sono gli introiti che gestiscono il calcio moderno e dopo 10 anni di fallimenti e delusioni, il Tottenham è finalmente un club stabilmente ai vertici del calcio inglese, un club che da 4 anni consecutivi considera ormai normalità giocare la Champions. Per gli introiti, fantastico. Per visibilità e considerazione, pure. Senz’altro. Ma c’è di più. Perchè alla fine il gioco del calcio era, resta e resterà sempre vincere titoli, alzare trofei, festeggiare con gli amici al pub un palmares che s’allarga sempre di più. Un palmares tra i più ricchi fino alla fine degli anni 80. Poi il vuoto. E nel ventennio di Levy solo una misera Coppa di Lega. Bottino troppo scarno se ti chiami Tottenham Hotspur. Il ciclo Redknapp, Modric, Bale e Van Der Vaart riportò notti magiche di Champions al vecchio Lane, fantastico, ma non si vinse nulla. Il ciclo pluriennale, romantico, straordinario, meraviglioso Pochettino… sembra volgere al termine, o quantomeno esser di fronte ad una fase di evoluzione, con alcuni perni che andranno via e altri che dovranno arrivare. Ma fin qui, gente come Lloris, i giganti Alderweireld e Vertonghen, fluidificanti come Walker e Rose, bestie a centrocampo come Sissoko e Dembelè, un reparto offensivo che senza far nomi vanta alcuni dei giocatori pù forti del mondo… non ha inesorabilmente vinto alcun trofeo. Nulla, il nulla assoluto. Splendide lotte al titolo con Leicester e Chelsea, pazzesca ed indimenticabile cavalcata in Champions, Tottenham sotto i riflettori del pianeta Terra in ogni angolo, in ogni ovunque, in ogni altrove.. ma alla fine il nulla cosmico.

ASTINENZA Niente. Nessun trofeo sollevato sotto il cielo di Wembley. Nessuna coppa domestica, coppa britannica, quelle che da sempre colorano, dipingono, caratterizzano la storia di questo club. E questo è un problema, enorme. Per tanti fattori. Perchè si spegne la fantasia di tifosi devoti al loro credo, perchè dalle parti di Seven Sisters e White Hart Lane, il Tottenham Hotspur rappresenta davvero una religione. Ma soprattutto perchè non si gioca più per vincere, ma per arrivare quarti, giocare la Champions e guadagnare più introiti possibile. Ormai un loop, piuttosto irritante. Anzi che tanti anni fa il Tottenham era considerato un selling club e oggi non più: appena arrivava un’offerta importante, prima Keane e Berbatov poi i vari Modric e Bale partivano, senza ombra di dubbio. Levy è stato bravo a soddisfare Pochettino, senza comprare nessuno, ma mantenendo per anni un solido blocco di giocatori importantissimi.

GIOVANI SU GIOVANI Ma quando c’era da alzare l’asticella, Levy ha detto no. Lo ha detto a fatti, non a parole. I fatti dicono questo. E così facendo si allontanano i pezzi importanti, si guardi Eriksen che ha fatto di tutto per andar via ma non è stato accontentato perchè non sono arrivate offerte pari al suo valore. Se l’idea è quella di vincere, o quantomeno combattere City e Liverpool in Premier e portare a casa Fa Cup e Carabao, si dovevano andare a prendere giocatori fatti, forti, compiuti, 28enni maturi in gradi di portarti subito ciò che cerchi. Magari gente esperta, che vanti mentalità vincente. Invece sono stati investiti 150 milioni di sterline per 3 elementi che non superano i 23 anni: Ndombele, Lo Celso e Sessegnon. Per ripartire da capo, per creare un nuovo ciclo, per ringiovanire, per mantenere un equilibrio e un valore non superiore al terzo e quarto posto.

ADDIO LEADERS Con tanti saluti ai vecchi, quelli che hanno dato tanto e tutto per questo club, i vari Alderweireld e Vertonghen lasciati con le valigie nel mano in caso di offerta giusta, addirittura Rose nemmeno convocato per la tournè estiva per restare a Londra, parlare col suo procuratore e cercarsi una nuova squadra. Buttare giù il vecchio e solido castello per ripartire, errore di ingratitudine. Ovviamente, da sempre particolarmente agli introiti (già, sempre stesso discorso), Levy desiderava cifre importantissime per questi 30enni, nessuna trattativa s’è concretizzata. Si guardi Wanyama, che alla fine è rimasto, pure lui. Se non si riesce a comprendere che una squadra vincente non si costruisce solo grazie al fantastico attacco ma anche e soprattutto da basi solide ed esperte, allora è un problema, e pure serio. Ed eccoci qui al Tottenham di oggi. Gente sul mercato, spenta e demotivata. Un miscuglio di gente che vuole andar via (Eriksen), gente che sa di dover andar via (Alderweireld, Vertonghen e Rose), giovani sopravvalutati e tutt’altro che pronti (Harry Winks), gente demotivata (Dier, ormai da mesi fuori dal piano dei titolari di Pochettino). La netta sensazione di aver profuso sforzi sovrumani negli ultimi anni, senza aver raccolto nulla. “Era chiaro ci fossero calciatori che desideravano andar via – ha spiegato drammaticamente Harry Kane – era sotto gli occhi di tutti. Così come calciatori sul mercato, che alla fine non sono andati via per un motivo o per un altro e sono rimasti. Quindi sì, situazione destabilizzante. Strana. Ma la cosa che più conta è che chi è rimasto deve entrare in campo e dare il 100%, sempre, per il nostro club”.

MAURICIO POCHETTINO 

E qui veniamo alla nota dolente, ma nettamente inferiore per colpe a Daniel Levy.
Il buon Mauricio Pochettino. Persona straordinaria, umana, un contadino delle campagne di Murphy. Fedele, leale, un signore coi valori di una volta. Un uomo che non ha paura di mostrare emozioni e piangere di gioia ad Amsterdam o di dolore a Madrid. Favoloso, semplicemente fantastico. Il Ferguson del Tottenham, la storia d’amore più bella del calcio moderno. Un grande allenatore, uno che ama il lavoro da campo, uno che ama costruire una squadra, costruirne le fondamenta, esaltare e valorizzare i giovani talenti, prenderli, assemblarli e renderli orchesta da leccarsi i baffi. Ma tatticamente compie talvolta scemenze da toglierti il patentino Uefa. Gravi. Formazioni discutibili, fissazione rombo per una squadra che sin dai tempi di Modric e Bale s’è sempre espressa al massimo col 4231. Cambi in corsa spesso e volentieri scellerati, tatticamente errati, erratissimi! La bellezza del calcio sono taglialegna come Dier e Wanyama che ti permettono di difendere e strappare magari punto all’Etihad, ma tecnicamente non sanno dominare squadre di League Two. Un rombo co Skipp e la frittata è fatta: Tottenham inguardabile, fuori a Colchester. I veri vincenti non sono solo coloro che costruiscono un gruppo, ma sono gli stregoni in grado di incartarti e cambiare tatticamente una partita a gara in corso, e questo è quello che manca a Pochettino.

Non stupisce quindi che debba ancora sollevar trofei in carriera. Poca mentalità vincente. Vincere aiuta a vincere spiegano a Torino, a partire dalle coppe. E Pochettino ha sposato Levy, in tutto e per tutto: arriviamo al nocciolo della questione, alla parte più profonda, alla parte più sbagliata possibile della filosofia del club attuale. Pochettino vuole combattere per grandi traguardi, Champions e Premier, ma alla fine non ce la fa mai. Sia perchè affronta potenze ancor più ricche di lui, sia perchè, inesorabilmente, non ha mai vinto nulla. Non sa gestire momenti chiave della stagione, sbaglia, toppa, stecca partite chiave, tatticamente. Ma soprattutto, e questa è la gravità, snobba le coppe domestiche. Turnover forzato e soprattutto tatticamente scellerato in Carabao, in Fa Cup, da 6 lunghi anni a questa parte. Ma va bene così no? Perchè tanto arriva quarto, la squadra gira, priorità al campionato ed agli introti da Champions League richiesti da Levy. Per questo non stupisce che quello tra i due protagonisti in questione sia uno dei matrimonio più longevi della storia del calcio moderno. Pochettino soddisfa Levy, arriva quarto, le casse del club respirano, brindisino a fine stagione con calici in mano e tanti cari saluti al vero tifoso che sogna quello che per tanto tempo è stato suo: le domestic cups. Quelle che ripeto, tra l’altro, costituiscono l’essenza della storia del Tottenham. Ma se non vinci qualche coppetta, è difficile che tu riesca a sollevare qualcosa di più prestigioso.

Ed è per questo che succedono cose come quelle successe a Colchester. Adesso il campo dice Southampton. Ma per far che? Arrivare quarti? Per paura che altrimenti tutti vogliano andar via? Prima o poi tutti sentiranno la necessità di vincere. Oggi Eriksen, domani, così facendo, sarà Kane. Il Liverpool dista già 10 punti, la corazzata di Klopp ha tutt’altro che l’intenzione di fermarsi, una miscela avvelenata come quella del Tottenham di oggi possiede tutt’altro che la capacità per recuperare il gap. Per sua fortuna il Chelsea vive ricostruzione, lo United non sembra aver bene in testa una direzione da percorrere, l’Arsenal si perde sul più bello. E quindi il Tottenham sarà ancora tra le favorite per il terzo e quarto posto, ma ad un certo punto non basta più, non può bastare. Un altro ciclo straordinario chiuso senza vincere nulla. A Seven Sisters sono stanchi, eccome.