La mia finale di Champions League (in 38 ore) tra gli inglesi

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Sono stato a Madrid per la finale di Champions League. 38 ore senza sosta, andata e ritorno, in cui la finale di Champions League è la parte che più mi ha deluso. Ora vi spiego perché.

 

 

 

Vivo nelle Marche. Per la precisione a Monte San Giusto, un paesino di circa 8000 abitanti in provincia di Macerata. Da qui è partita ed è terminata la mia 38 ore non stop di auto-pullman-aereo-taxi-metro-partita-Uber-aereo-pullman-auto. Anche se la finale di Champions League per me è iniziata ben prima, lo scorso 14 marzo. Non penso tutti lo sappiano, ma ogni anno la UEFA intorno a questo periodo apre la fase di registrazione durante la quale chiunque può inoltrare la propria richiesta di acquisto del biglietto per la finale di Champions League. Esistono 4 categorie differenti di biglietti con i seguenti prezzi:

  • categoria 4: 70€
  • categoria 3: 180€
  • categoria 2: 450€
  • categoria 1: 600€

Per una settimana (quest’anno, dunque, dal 14 marzo al 21 marzo) i tifosi di tutto il mondo inviano sul sito dell’UEFA la propria richiesta di acquisto. L’UEFA in questa fase mette a disposizione solo 4000 biglietti e le richieste sono chiaramente superiori, per questo si procede con il sorteggio. Gli altri anni ho sempre provato a richiedere 2 biglietti (il massimo consentito) per la fascia più economica, quindi quella da 70€ in questo caso. Quest’anno ho provato a cambiare strategia: la categoria 4 presumo sia la più cliccata, per cui provo con la categoria 3; vista l’alta richiesta sarà difficile ottenere 2 biglietti, magari un posticino singolo me lo trovano… Compilo il form, termino la procedura e la richiesta è inoltrata.

Il 21 marzo si chiude la fase di application, il 2 aprile ricevo una mail dall’UEFA. Il mouse è già posizionato sul pulsante del cestino pensando alla solita newsletter, poi rileggo meglio l’oggetto: “Your ticket application for the UEFA Champions League™ Final Madrid 2019 Final has been successful”. Ci siamo! La mail mi dice che sono stato estratto e ho tempo fino al 9 maggio per versare i 180€ e confermare l’acquisto del biglietto a mio nome. Tempo di verificare che non si tratti di un tentativo di truffa e ho piazzato l’acquisto, quindi procedo alla ricerca di un volo low-cost e di una sistemazione dove poter trascorrere almeno la notte post-partita. Qui arriva l’intoppo, facile da intuire.

Sabato 1° giugno + finale di Champions = prezzi alle stelle. Preferendo evitare ostelli e dormitori, comincio a giocare con il filtro di Booking che chiaramente non trova neanche una camera sotto i 250€ per singola notte: alla stessa cifra (ho già prenotato) di 4 notti in un 4 stelle a cavallo tra luglio e agosto. Scoraggiato inizio la ricerca del volo. Anche qui, qualsiasi volo pomeridiano tra domenica 2 (il giorno dopo la finale) o lunedì 3 giugno costa almeno 150€ in più rispetto alla soluzione che prevede la partenza (quasi) immediata dopo la partita. Fatti due conti, arrivo alla conclusione: volo di andata da Roma Ciampino sabato 1 giugno alle 9.30, atterro a Madrid – Barajas alle 12.15; volo di ritorno da Madrid – Barajas alle 6.35 di domenica 2 giugno, atterro a Roma – Ciampino alle 9.30. Manca il collegamento con Roma – Ciampino, che da casa mia dista 282km secondo Google Maps. Evito l’auto, soprattutto in previsione delle condizioni in cui rientrerò da Madrid, si punta sul pullman. Per non passare un’eternità in aeroporto l’unica soluzione è optare per due compagnie differenti tra andata e ritorno. Me la cavo con circa 50€ e il puzzle ha preso forma.

  1. sabato 1 giugno all’1 AM si parte per Civitanova
  2. all’1.55 Flixbus per Roma – Ciampino
  3. alle 9.30 volo per Madrid – Barajas
  4. alle 18 apertura dei gate al Wanda Metropolitano di Madrid
  5. alle 21 il fischio d’inizio
  6. domenica 2 giugno si parte alle 6.35 da Madrid – Barajas
  7. alle 10.20 con Roma Express si torna a Civitanova e quindi a casa

Il 6 maggio il campanello di casa ha un suono differente. Sembra gridare “THE CHAAAAMPIOOONS”. È arrivato il biglietto! Con tanto di lettera di accompagnamento dall’UEFA. Finalmente non ho più dubbi: quella mail non era una truffa!

 

L’avvicinamento alla finale è tutto un cercare di far finta che non esistano i siti di secondary ticketing e che quelle cifre a tanti zeri a cui altri utenti stanno vendendo i propri biglietti su Viagogo e simili non mi servano affatto. Troppo ghiotta l’occasione. Si parte.

Il giorno prima della partenza come sempre mi prometto di riposare e poi finisco per lavorare il doppio del solito. Il risultato è che già al momento di partire sono cotto e mi aspettano 38 ore tra andata, partita e ritorno senza un posto dove dormire. Con temperature previste sopra i 30°, mentre qui piove e piove e piove da settimane. Lo zainetto diventa la magica borsa di Mary Poppins, piccolo ma pieno di qualsiasi cosa penso mi possa servire. Accendo l’auto e parto.

In volo conosco Pino, che poi mi presenta due suoi amici. Tifosi juventini, fiduciosi e rimasti scottati dall’eliminazione per mano dell’Ajax. Ma Madrid è Madrid, vale comunque la pena sfruttare il biglietto aereo già prenotato e godersi una mini-vacanza. Dividiamo un taxi da Barajas a Puerta del Sol (costo 30€, tariffa fissa senza sorprese, per chi fosse interessato). Ci salutiamo e io mi perdo nella marea rossa dei tifosi del Liverpool che all’ora di pranzo affollano le vie del centro. Sono tanti, tantissimi. Molti di più dei tifosi del Tottenham che comunque orgogliosamente spuntano qui e là a punteggiare di bianco questo mare in Red.

Ho il tempo di mangiare al volo, poi mi immergo a Puerta del Sol dove sul palco enorme sono già iniziati i concerti. Al centro della piazza su un altro palco è esposta la coppa dalle grandi orecchie per le foto con i tifosi, ma arrivo troppo tardi: devono portarla allo stadio, 20 minuti in coda per nulla. Bancarelle, birra, sciarpe, cori, birra, maglie rosse, birra, musica a tutto volume, gabbie per l’uno contro uno, giochi per i più piccoli e non solo. Ho detto che c’era anche la birra? Tantissima. Personaggi di ogni tipo in quella che è già una grande festa. E nonostante la grande paura per l’invasione con oltre 100mila inglesi in città, il lavoro della polizia è perfetto, i tifosi non vanno oltre le righe e tutto fila liscia come dovrebbe sempre filare. Anche in Plaza Mayor, dove è montato un grande campo da calcio con tanto di tribuna, la sede provvisoria dell’emittente radiofonica SES che trasmette l’evento e poi molte altre attrazioni con gli sponsor. Ci ritroviamo nuovamente con Pino per bere qualcosa di fresco all’ombra, perché il sole picchia e si fa sentire. Quindi ci salutiamo definitivamente e per me arriva il momento di andare allo stadio, distante circa 40 minuti in metro.

Eccomi al Wanda Metropolitano finalmente. Bello, bellissimo. Impianto ristrutturato molto bene e moderno, ma una specie di cattedrale nel deserto visto che attorno, nonostante l’ammodernamento e qualche lavoretto in vista della finale, non c’è granchè. A poco più di tre ore dal fischio d’inizio però l’atmosfera è già carica, con tantissimi tifosi che circondano lo stadio in attesa che vengano aperti i vari gate, le tv di tutto il mondo in collegamento che fanno il punto in vista della gara e intervistano i passanti, le (poche) zone d’ombra prese d’assalto da migliaia di persone che si stanno letteralmente cuocendo sotto il sole di Madrid.

Comincio ad accusare anch’io, per cui mi avvicino al primo varco dove vengo attentamente perquisito dalla Policía Nacional e mi posiziono fuori dal mio gate di riferimento, finalmente all’ombra. Approfitto per un giro tra gli stand, qualche video e un paio di foto al maxi-pallone della finale da dove è in collegamento per una tv coreana l’ex Tottenham, Lee Young-pyo, che ammetto di aver riconosciuto su suggerimento del collega Simone Dell’Uomo e di un tecnico che lo aiutava durante la trasmissione. Parte il selfie, mi chiede di dove sono, “Oh, Wonderful Italy” e lo saluto. Tempo di spendere 5€ per una bottiglietta d’acqua ed è ora di prendere posto in tribuna.

Quando vado ad assistere ad una partita per la prima volta in uno stadio mi piace da impazzire quel momento in cui, finita la scalinata, puoi finalmente spalancare la vista sul grande prato verde e tutto l’impianto che anche vuoto fa un effetto spettacolare. Il Wanda Metropolitano è bellissimo, ancora senza tifosi, ben curato e vestito a festa per la finale che tra due ore e mezza circa animerà 65mila persone lì, miliardi nel mondo. Individuo il mio seggiolino, mi posiziono e inizia un’altra attesa. Che in realtà dura poco e passa in fretta, perché i tifosi del Liverpool riempiono il loro settore (vicino a dove sono seduto io) ben presto e lo spettacolo è già iniziato. Mentre tutta attorno inizia a prender forma la mia delusione.

È difficile da spiegare perché sono rimasto deluso, ma ci provo.

Ovviamente si tratta anche di una piccola provocazione. Ma a chi me lo ha chiesto, e sa cos’è, ho detto che ho avvertito la sensazione di partecipare ad una sorta di “Coachella del calcio”. Un evento studiato ad arte, nei minimi dettagli, in cui l’aspetto per me centrale, ovvero il calcio e la partita, in realtà è quasi un contorno. La finale di Champions League è un evento più da influencers che da tifosi. Che infatti, questi ultimi, avevano a disposizione circa 32mila biglietti (16mila per ciascuna squadra), più qualche altro sparso negli altri settori. Il resto? Tantissimi sponsor (di fianco a me c’era un gruppo di circa 50/60 persone con tanto di magliette brandizzate), personaggi dello spettacolo invitati speciali, dirigenti di altre società, i vertici del calcio europeo e tanti tifosi di altre squadre. Ma che dico tanti, tantissimi. Mi ha colpito in particolare la marea di maglie di squadre brasiliane che ho visto (Gremio, Flamengo, Palmeiras, Internacional soprattutto) e messicane (Club America e nazionale). Ma poi El Salvador, Honduras, Francia, qualche italiano a rappresentare Inter, Juventus e Milan.

Una vera e propria festa del calcio, questo sì, in cui le due curve sono state uno spettacolo, ma per molti degli “altri” la partita in sé sarebbe potuta durare pure 45 minuti. O non giocarsi per nulla. Chiedete conferma alla ragazza dello staff in pettorina gialla che è stata chiamata più volte per scattare foto a bambini/coppie/famiglie/amici che per indirizzare la gente al seggiolino giusto. Oppure ad uno dei tanti sotto di me che la partita l’hanno praticamente intravista dallo schermo del telefono mentre registravano il video che poi resterà in memoria senza mai essere rivisto. Oppure ancora ai due ragazzi seduti proprio attaccati a me, che si sono goduti il pre-partita, il riscaldamento, gli Imagine Dragons (una forza!) e al fischio d’inizio (!) mi hanno battuto la mano sulla gamba per lasciarli passare ed andare al bar. E poi ancora e ancora, per tutta la durata della partita.

La tifoseria del Liverpool, a me più vicina rispetto a quella del Tottenham, in ogni caso ha contribuito a riportare l’atmosfera sui binari giusti e a dare la giusta epicità ad una partita che segna la storia di questo sport. Ho visto un buon Tottenham, consapevole di essersi meritato di arrivare fin lì, ma almeno secondo me mai concretamente convinto di poterla vincere. Il Liverpool si è confermato più forte, soprattutto nella testa e nella voglia di sollevare la coppa. Il gol di Origi (sempre lui) arriva proprio sotto di me in un momento in cui era proprio nell’aria, tant’è che l’unico video che ho registrato durante la partita immortala i 46 secondi che vanno dal calcio d’angolo battuto da Milner all’esultanza del belga sulla bandierina.

“When you walk through a storm…”

È iniziata la festa. I miei vicini di posto già non ci sono più, al bar o magari già in metro. La Champions League si tinge ancora una volta di rosso Liverpool, nella notte di Madrid. La coppa dalle grandi orecchie si alza, fuochi d’artificio, la curva alla mia destra in delirio, l’altra silenziosamente si svuota.

“YOU’LL NEVER WALK ALONE”
E ancora, e ancora. All’infinito. Mi prendo un po’ di tempo per respirare ed immagazzinare una frazione di quell’atmosfera che, purtroppo, in un grande stadio inglese non ho ancora mai vissuto.

L’uscita è ordinata. Mentre molti inglesi puntano il centro della città per la festa che durerà chissà quanto, Miguel via Uber mi aspetta e mi riporta all’aeroporto dove non devo aspettare molto prima di imbarcarmi.

Giusto il tempo di farmi quattro risate in uno scenario apocalittico con non so davvero quanti inglesi distesi in tutto l’aeroporto a faccia giù, chi seminudo, chi con una sola scarpa, a dormire con non so quanta birra in corpo in attesa dei loro voli verso casa. C’è chi accenna qualche coro ma senza riuscire a trascinare gli altri compagni, chi vuole ancora un’altra birra e deve accontentarsi dello Starbucks fai da te posizionato vicino al gate, l’unica attività aperta in piena notte. Conosco James che da Liverpool ha intrapreso più o meno il mio stesso percorso. Ci salutiamo, mentre lui torna a casa con la settima Champions League vinta dalla sua squadra del cuore, io con la felicità di aver vissuto comunque un’esperienza unica che tenterò di replicare tra un anno, a Istanbul. Ma 38 ore non credo basteranno.