«Rodgers out, Rafa in!». La parabola del prediletto di Mourinho

Sabato ad Anfield arriva un Leicester lanciatissimo. Al timone Brendan Rodgers, prediletto di Jose Mourinho, che in rosso ha lasciato un ricordo agrodolce

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Avete presente uno di quei banner che di tanto in tanto campeggiano sopra gli stadi nei pre partita? Ecco, una volta ne ho visto uno così dal vivo. Ero ad Anfield e aspettavo che iniziasse la penultima di Gerrard nel tempio del calcio. La mia unica partita del Liverpool vista in casa: gol decisivo del capitano a cinque dalla fine. Una discreta dose di componente anatomica posteriore la mia, lo ammetto. Una cosa che però ricorderò per sempre insieme alle altre è un piccolo velivolo che a pochi minuti dall’inizio della partita sorvola lo stadio mostrando questa scritta: «Rodgers out, Rafa in!». A pochi metri da me cominciava ufficialmente la parabola discendente di Brendan Rodgers in rosso Liverpool, il prediletto di Jose Mourinho. La Kop vuole il ritorno di Rafa Benitez, in rotta con il Napoli nonostante due coppe in due anni.

Rimettiamo insieme i pezzi

Nel maggio 2015 Rodgers non ha letteralmente un amico ad Anfield. Il suo rapporto con i tifosi risulta scarso dopo la quasi immortalità raggiunta l’anno prima. Con i giocatori non va molto meglio. Tolto questo, tutto a posto per il 42enne nord-irlandese. Il suo arrivo tre anni prima aveva fatto abbastanza discutere: allenatore giovane e con solo un anno di esperienza in Premier, sebbene arrivi in una squadra che ha necessario bisogno di ricostruire

Non ha un curriculum da Liverpool sia chiaro. Ma ha un grande sponsor: Jose Mourinho. Il manager portoghese lo ha avuto come coach delle giovanili al Chelsea, sa che nel background dell’uomo di Ballymena trova posto un modo di intendere il calcio che è tutto tranne che britannico. Possesso palla, verticalità, palleggio: costruzione del gioco. Il suo Swansea in due anni passa da un’anonimo piazzamento in Championship alla metà classifica in Premier. Viene chiamato dalla Fenway Sports Group con un chiaro obiettivo: ricostruire nel miglior modo possibile. E in fretta! Bisogna ritrovare alcuni giocatori, si devono vendere degli altri.

La ricostruzione

Rodgers si organizza in fretta: si libera di Adam, mette alla porta Carroll. Allunga la carriera di un Gerrard 32enne e malconcio mettendolo davanti alla difesa, con accanto il polmone incessante di Jordan Henderson. Dietro non ha molte opzioni, davanti invece può inventare. Spedito Carroll al West Ham il manager nord-irlandese si fida del suo numero 7, mettendogli accanto un 17enne molto piccolo e veloce. Completa il primo tridente Stewart Downing. Poca fortuna nel primo anno: squadra con molto brio ma pochissima esperienza. Partite fenomenali a debacle clamorose. Il treno europeo viene perso subito, e per l’anno successivo i Reds non giocheranno le coppe.

A gennaio 2013 vengono presi due giovani che non trovano spazio nelle rispettive squadre: un brasiliano molto timido ma con un destro che canta e un’eccentrico mancino nato nei sobborghi di Birmingham. In estate anche Downing finisce ad Upton Park, Carragher si ritira e ai ranghi di partenza il Liverpool si presenta con una squadra che può arrivare a fatica al quarto posto.

E invece esplode!

I giocatori si trovano a meraviglia. Sterling, Suarez, Sturridge e Coutinho disegnano calcio in maniera splendida. La difesa concede ma tutto sommato si fa valere, il centrocampo è tirato a lucido. Non è tanto il fatto che a fine anno la squadra scollinerà i 100 gol segnati in Premier (roba da far impallidire anche l’attuale trio d’attacco); è il modo in cui gli avversari vengono affrontati. I quattro gol all’Arsenal in venti minuti, i nove al Tottenham (di cui cinque a White Hart Lane). Ad aprile lo scontro diretto con il City ad Anfield nel 25esimo anniversario di Hillsborough. 2-0 perentorio nel primo tempo, 2-2 degli ospiti nella ripresa. A 10 dalla fine Kompany non libera bene, Coutinho lo punisce all’angolino. Anfield in delirio!

3-2, i rossi dipendono solo da se stessi nelle ultime tre. Poi il baratro: il Chelsea, Selhurst Park, Yaya Toure che all’Etihad fa il supereroe, la vittoria che non basta contro il Newcastle. I Citizens sono campioni per la seconda volta in tre anni, i Reds non hanno fermato il tassametro che ora segna 24 anni senza un titolo (ad oggi sono 29).

I cambi del 2014 e l’inizio del requiem

Nell’estate 2014 il board dei Reds decide di vendere Suarez. La situazione in casa Liverpool è tragica sul lato finanziario da almeno 6 anni e, nonostante il cambio di proprietà, negli anni sono stati venduti Alonso, Arbeloa, Mascherano e Torres. Ora Suarez, l’anno dopo Sterling. Il 2016 sarà il primo anno in cui i rossi potranno permettersi di vendere senza fretta. Via anche Reina e Agger, quest’ultimo torna in patria per l’ultimo biennio da calciatore. Intanto si spende: Lallana, Lovren, Moreno, Origi. Si aggiungono Balotelli e Markovic: definirli ‘meteore’ sarebbe un eufemismo. Il Liverpool è ufficialmente entrato in quella fase che gli inglesi chiamano panic buying.

La stagione parte tutto sommato bene: sconfitta sfortunata all’Etihad ma ancora vittoria d’autorità a White Hart Line. Forse si può fare qualcosa di buono anche quest’anno. Invece il buio: nella prima pausa delle nazionali si infortuna Sturridge. Virtualmente il campionato sembra finire lì: brutte partite, sconfitte meritate, ripresa che sembra lontana. Anche in Champions va male, mentre nelle coppe nazionali verranno a fine anno raggiunte due semifinali. Verso la fine di autunno Rodgers passa alla difesa a tre: Skrtel, Sakho ed Emre Can, 20enne tedesco di origine turca preso dal Bayer Leverkusen. L’esperimento ha inizialmente qualche difficoltà, e i risultati non arrivano. Poi dal Boxing Day qualcosa cambia e i Reds mettono insieme 10 vittorie in 12 partite.

Il quarto posto è lì a portata di mano, ma ecco arrivare un’altra enorme delusione. A fine marzo arriva il Man United ad Anfield, Gerrard è nervoso per essere stato escluso dai titolari nel suo ultimo confronto con i rivali. Entra ad inizio secondo tempo, passano venti secondi, calcione ad Ander Herrera. Anche se dai un calcio ad un giocatore odioso nel football vai comunque fuori, giustamente. Espulsione dopo un minuto scarso. Il capitano va sotto la doccia, i rossi perdono l’ultimo treno per l’Europa che conta. Questo è il grande problema del Liverpool di Rodgers: arrendersi alle avversità. L’incapacità cronica di rivoltare come un calzino un momento della stagione negativo. Vivere soltanto del proprio flow. Ma nel calcio non basta.

In estate altri soldi spesi: Benteke su tutti. Ci si fida di lui, sono praticamente tre anni che salva da solo l’Aston Villa. Ma alla fin dei conti il belga si rivelerà l’acquisto più inutile di tutti. Più utili invece gli acquisti di Milner e Clyne. Si tentano anche due jolly: un 18enne londinese proveniente dalla League One e un brasiliano che però Rodgers non sa bene dove posizionare in campo. Un peccato, considerata comunque l’ottima capacità tattica mostrata dal manager durante tutti i suoi anni di Premier. Il suo successore riuscirà a trovare a Bobby il suo posto in campo, intanto però i risultati non arrivano. Mentalmente la squadra è sempre più scarica, vengono concessi gol banali e il gioco fatica a crearsi.

Il triste epilogo e la ripresa

Il 4 ottobre 2015 il Liverpool ottiene tutto sommato un buon pareggio a Goodison Park. Non basta, la dirigenza ha già deciso la sostituzione prima della partita. Rodgers e tutti noi lo sapremo subito dopo. Il destino dei Reds lo conosciamo bene: Klopp al timone, due finali perse, qualificazioni consecutive in Champions dall’anno dopo, altra finale persa, per poi arrivare agli ultimi incredibili sei mesi.

Per il nord-irlandese sembra che le porte dei grandi palcoscenici si siano definitivamente chiuse. Incredibile, a 42 anni. Se dovessi rimproverargli qualcosa di quei tre anni, sicuramente porrei l’accento sulla maturità di quella squadra. Scarsa capacità mentale di ritrovarsi nei momenti di difficoltà, svarioni difensivi inspiegabili a tratti. Insomma, nessuna chance di competere ad alti livelli per più anni. Sul piano tattico invece siamo davvero al top, non si può mai rimproverare al Liverpool di giocare male, tranne in qualche occasione.

Nel 2016 gli dà una chance il Celtic, squadra storica del calcio britannico. In tre anni vince tutto e ripetutamente. Non è quello il suo livello, la Scozia non gli sta stretta, di più. Lo chiama il Leicester in sostituzione di Puel. Lì c’è meno pressione che ad Anfield, ci sono margini per lavorare con più serenità. Si salva il salvabile nei primi mesi, poi quest’anno la mente è più libera. E le Foxes giocano obiettivamente benissimo. Verticalità nell’impostazione dell’azione, inserimenti dei centrocampisti. La coppia belga a centrocampo che si ritrova dopo tre anni. In difesa il livello è sicuramente buono, sebbene la partenza di Maguire aveva tutte le carte in regola per essere un bel problema. E poi in attacco c’è quel Jamie Vardy che non ti dà un attimo di tregua.

Questo Leicester fa paura, sebbene Rodgers voglia mantenere un basso profilo, come è normale che sia. Terzo da solo in campionato dopo la roboante vittoria contro il Newcastle. Quest’anno ha già battuto il Tottenham, fermato il Chelsea a Stamford Bridge e perso con lo United in maniera molto sfortunata.

Perché parliamo di tutto questo? Perché questo weekend le Foxes calcheranno i prati di Anfield, e lo faranno per la prima volta con Rodgers al comando. Chissà come verrà accolto dalla Kop, in fin dei conti il rapporto è stato difficile l’ultimo anno ma non si è mai definitivamente deteriorato. E poi c’è il fattore Leicester, che da quando è tornato in Premier crea sempre problemi ai Reds, sia in casa che in trasferta. Appuntamento a sabato alle ore 16!

 

 

Daniele Calamia

Daniele, 22 anni. Palermitano, studente di Economia.
"2.5.15, ultimo gol di StevieG ad Anfield, io c'ero!".