Vincent, capitano e guerriero al passo d’addio

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“History makers”, titola oggi il Mail on Sunday nelle sue pagine sportive. Ed eccolo là, Vincent Kompany da Uccle, comune di circa 80 mila abitanti nel cuore del Belgio, alle porte di Bruxelles, a trentadue denti, con le braccia protese, ad alzare la sesta FA Cup del Manchester City e il suo quattordicesimo trofeo personale. Padre congolese, Pierre, figlio a sua volta di un immigrato che faceva il minatore, una sorella che è proprietaria di una squadra in Belgio, l’FC Bleid. E la madre che non c’è più, strappata alla vita nel 2007 da una brutta malattia, e alla quale il ragazzo con il faccione ha dedicato il resto della sua carriera. Che conosce una conclusione, in mezzo ai 90 mila di Wembley, su quel palco, dopo aver percorso per l’ultima volta quella scalinata, per andare ad alzare il suo quattordicesimo trofeo in carriera. E’ stata l’ultima partita con la maglia del Manchester City dopo undici anni. “Non è stato così facile come dice il punteggio, ma che stagione, che fantastico club!”, ha detto raggiante ieri al fischio finale di una partita in realtà mai in discussione. Non basta l’occasione di Deulofeu dopo pochi minuti, che poteva portare gli Hornets in vantaggio, a cambiare l’esito straordinario di una stagione memorabile: Kompany lascia il club nel momento in cui questo vince tutti e tre i trofei domestici, impresa mai riuscita a nessun altra squadra inglese prima.

Un po’ come Rosberg, che vince il Mondiale di Formula Uno e si ritira, un po’ come Baggio che saluta gli 80 mila di San Siro nel 2004 forse con qualcosa ancora da dare, un po’ come Heynckes che nel 2013 saluta il Bayern dopo aver fatto l’en-plein di trofei. Vincere e lasciare. Ciliegina sulla torta di un percorso iniziato nel 2008 quando per circa 9 milioni lasciò la Germania e l’Amburgo per approdare in Premier League, dopo essere cresciuto nelle giovanili dell’Anderlecht. Ne ha giocata solo metà di questa Premier, Kompany: 17 partite, l’infortunio che lo ha tenuto lontano a lungo dai campi, prima di riprendersi la fascia e mettere il suo timbro. Alla casella reti infatti vedrete scritto “1”: così come Zanetti segnò alla Roma nel febbraio del 2008 un gol capitale per lo scudetto dei nerazzurri nella sfida diretta per il titolo, o Maldini a Istanbul portò in vantaggio il Milan anche se poi il Dio del calcio decise diversamente, c’è sempre la firma di un capitano nei grandi momenti. E quello di Kompany è stato davvero un grande momento: con il City in pressione ma incapace di segnare, a venti minuti dal termine della partita col Leicester dello scorso 6 maggio, la Premier League ha ripreso la via del Lancashire grazie a una sventola del capitano dai venticinque metri. Togliendo le ragnatele dall’incrocio, Kompany ha tolto anche la minaccia di un ribaltone a favore del Liverpool di Klopp. E forse era proprio così che doveva finire.

E adesso? A 33 anni Kompany ha già il futuro spalancato davanti a sé: tornerà a casa, e sarà allenatore-giocatore dell’Anderlecht, come lo furono Dalglish al Liverpool o Vialli al Chelsea. “Ho assorbito e studiato, il Manchester City ha giocato il calcio che vorrei far giocare alla mia squadra”. Miracolo di Guardiola che oltre a vincere fa proseliti.