Brava Premier, ma serve fermarsi per non compromettere il futuro

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Sono tutti un po’ disperati in Inghilterra. Chi si deve salvare, chi si trovava in zona Europa, chi era in piena bagarre per la salvezza. Ma lo sono soprattutto in due città: Liverpool e Leeds. Arcirivali, avversarie di un Community Shield nel 1974 che è l’emblema della loro rivalità con Bremner e Keegan che si prendono a pugni in faccia con le conseguenze del caso. Quelli bianchi, attendono dal 2004 di tornare in Premier League. Sono in testa alla Championship, dopo aver buttato alle ortiche la promozione l’anno passato, e già pregustavano. Quelli rossi, ‘che te lo dico a fà’? Tre decadi dall’ultimo titolo, che ricorreranno ufficialmente a fine mese. Dopo un Liverpool-QPR 2-1 del 1990, 28 aprile, non si sarebbe mai pensato di non vedere più un campionato inglese ad Anfield. Allora la Premier League nemmeno esisteva, e il massimo campionato si chiamava ancora First Division.

L’Europa, il mondo, stanno vivendo uno di quegli incubi dove poi ti svegli la mattina raccontando che “c’era un virus che si diffondeva e noi dovevamo stare tutti chiusi in casa”. O uno di quei film che racconti agli amici: “Oh, ieri sera ho visto quel film dove c’è un virus che si diffonde in tutta la città e gli abitanti devono stare tutti chiusi in casa per non essere contagiati”. Ecco, ciò che non potrebbe mai accadere, alla fine, seppur una volta ogni cento anni, accade. E cosa occorre fare in questi frangenti così inaspettati e inediti? Dal divano, possiamo far tutto. “Si doveva chiudere prima, si deve fare così, bisognava fare cosà…”. Occorre ridimensionare le proprie verità che altro sono che supposizioni provenienti da persone lontanissime dal ruolo di medico o virologo. E’ vero che i numeri andrebbero contestualizzati, perché così hanno poco senso, e che ci sono molte contraddizioni, ma tant’è.

Ciò che non mi torna è il modo in cui il calcio sta affrontando la pandemia. Obbedendo unicamente a logiche di denaro, e non può certo essere una novità ormai, si ostina a voler proseguire la stagione 2019/20 a tutti i costi (anzi, a tutti i ricavi), financo a compromettere anche quella successiva che dovrebbe davvero essere, quella sì, l’annata del rilancio. La Premier ha mostrato due facce della stessa medaglia: compattezza nella decisione di tagliare del 30% gli stipendi, nel girare 140 milioni di euro circa alle categorie inferiori, senza bisticci e contro bisticci come in Italia o Spagna. Ma dall’altro lato, è insorta l’associazioni calciatori d’oltremanica: taglio degli stipendi vuol dire meno soldi al fisco, e l’ammontare delle rinunce secondo Rooney e compagnia dovrebbe servire a ingrassare i bisogni del NHS, il servizio sanitario britannico e non i già ricchi proprietari dei club inglesi.

Gary Neville, come suo solito, non ha usato mezzi termini: “Si vogliono far passare i giocatori come oggetti da esporre al giudizio pubblico”. Cioè, sempre e solo loro i milionari viziati, che manco vogliono togliersi soldi dal portafoglio. E devo dire che non ha tutti i torti. Il taglio però è necessario: la Premier perderebbe un miliardo e tre in caso di mancato recupero, e la diminuzione del monte ingaggi (186 milioni di euro quello del Manchester United, primo in questa graduatoria, contro i 15 milioni dello Sheffield United, ultimo) permetterebbe di rimediare parzialmente all’ammanco.

Io credo comunque che di disgustoso ci sia proprio il fatto, con i meriti che comunque vanno ascritti a una Lega che insieme alla NBA è la più ricca e la più compatta del mondo, che il pallone debba rotolare sempre e comunque. Con buona pace di Leeds e Liverpool, sarebbe opportuno chiudere tutto, ora, con o senza il benestare di Ceferin (a mio modo di vedere, bravissimo il Belgio a tirarsi fuori dalla bagarre chiudendo tutto) e non assegnare i titoli. Non sarebbe la prima volta, no? Far disputare il resto della Premier (9 partite per tutti, dieci per City, Arsenal, Aston Villa e Sheffield United) al centro sportivo della nazionale, nelle Midlands, o in qualsiasi altro paese esotico, non escluderebbe il rischio contagio. Perché quello lo decide il coronavirus stesso.

Il pallone, per una volta, dovrebbe fermarsi. Perché la frase d’inizio di ogni intervista “La priorità è l’emergenza sanitaria, però…” non deve andare più di moda. Non c’è nessun però. Novantadue partite da disputare ancora non si sa quando, non sono accostabili a una emergenza che, nonostante le avventate sparate di “discesa iniziata” al momento ancora imprudenti, non ha nulla di più importante sopra di essa.