Dopo la celebre storia dell‘FC United of Manchester che vi raccontammo qualche tempo fa, è ora il turno di una nuova ed affascinante realtà nel mondo delle squadre di calcio di proprietà dei tifosi.
Agli inizi dello scorso Settembre, infatti, un nutrito numero di scouse (sia toffees che reds) ha deciso di dare vita ad un progetto calcistico in grado di dar voce a tutte quelle voci reiette e meno ascoltate della città. Così come a Manchester, anche nel Merseyside si è avvertita forte la necessità di riscoprire i valori genuini e semplici dello sport, complice anche quella che è una esasperata mercificazione del football; vogliosi di essere sempre più protagonisti e sempre meno clienti, i soci fondatori hanno esteso l’invito di partecipazione praticamente a tutti i quartieri della città di Liverpool, ricevendo in cambio un’ampia dose di entusiasmo ed una partecipazione forse addirittura più grande di quanto si era programmato.
Il nome, City of Liverpool FC, è stato scelto proprio perchè è lo stesso dell’area metropolitana del capoluogo del Merseyside, con il colore sociale viola risultato della sovrapposizione tra il rosso del Liverpool FC ed il blu dell’Everton, anche se risulterebbe essere anche il colore ufficiale nello stemma della città.
Se l’FC United of Manchester ha iniziato sin da subito ad adottare invece una politica calmierata sui prezzi dei biglietti, rendendoli accessibile per tutti gli strati sociali e per tutte le tasche (10 sterline il prezzo per gli adulti, inferiore alle 5 sterline il prezzo per i bambini), gli omologhi di Liverpool hanno deciso addirittura di estendere le decisioni societarie all’intera comunità, con tutti i soci che hanno la possibilità di accedere e/o di convocare assemblee ed addirittura prendere decisoni. Ed anche in questo caso la politica dei prezzi è calmierata: per divenire azionista è sufficiente versare una quota di 10 pounds, che diventano 5 per gli anziani ed 1 per i bimbi. A Manchester sono state definite strepitose le politiche rivolte ai diversamente abili, ai ragazzi delle case famiglie ed ai figli di genitori disoccupati e quindi, a Liverpool, si è cercato di non essere da meno.
Il City of Liverpool FC è infatti addirittura riconosciuto come associazione no profit di promozione sociale e volontariato, che per parecchi aspetti differisce dai cosiddetti protest clubs, come ad esempio il già ampiamente citato FC United of Manchester. Quest’ultimo infatti, come altri club appartenenti a questa microcategoria di genesi, è nato per la chiara volontà dei tifosi di manifestare il proprio dissenso verso la gestione del club di cui sono tifosi.
Il City of Liverpool FC non è inscrivibile in tale categoria, perchè nessuno dei tifosi-soci ha la benchè minima intenzione di protestare contro la gestione dei reds o dei toffees.
La chiara volontà è quella di riportare il footie ad un livello di coinvolgimento ed amore genuino, filtrando in qualche maniera le logiche industrializzanti di dipendenza dal potere economico, che nella maggior parte dei casi detta le regole.
Si arriverà quindi, prima o poi, ad una antitesi netta rispetto ai club della Premier League che piano piano andranno a divenire vere e proprie forme di profitto; perdere una partita ci può stare, retrocedere anche, ma il fatto che molto spesso l’eventuale mancata qualificazione alle coppe europee divenga un dramma è veramente ambiguo. E più che sportivo, il dramma è economico. Non è più il valore tecnico ed organizzativo a fare la differenza, ma i soldi. Discorsi completamente fuori luogo come ad esempio i diritti d’immagine, i calciatori che cambiano squadra come birilli, il calciomercato che è oramai a tutti gli effetti come uno scambio di figurine.
Sotto la carbonella di quella che una volta era una pira dalla accecante luminosità è rimasta però una fiammella che, per quanto possa risultare esigua, è inestinguibile.
Ed il City of Liverpool FC ne è il combustibile.
Gabriele Fumi
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