Una falta de seriedad incredibile! Proviamo a parlare in spagnolo, così magari mister Martinez ci ascolta. Bentrovati amici di Passionepremier.com ed amici tifosi dell’Everton, e ripetiamo tutti insieme: una falta de seriedad incredibile!
È dall’inizio dell’anno che i tifosi dell’Everton non riescono a capire cosa sarà di questa stagione, se i nostri ci sono o ci fanno, se è un comportamento determinato da una mancanza di polso nella guida tattica o se i nostri giocano così perché sono diventati bidoni, si sono messi in testa chissà cosa. Tra una domanda e l’altra continuiamo a fare figuracce lungo tutta la superficie dell’Inghilterra ed anche all’estero, in Galles precisamente.
Lo Swansea, reduce dal cambio di allenatore – sulla panchina è infatti arrivato l’italiano Guidolin – non se la passa molto bene, è appena sopra la soglia di sicurezza per la salvezza, ma con tutte queste partite ancora da giocare nulla è sicuro. È una squadra composta da molti giocatori “già visti” ma che non hanno mai particolarmente brillato nei vari campionati d‘Europa (Fabianski, Gomis, Ayew, Federico Fernandez) e che fuori casa fa sempre molta fatica. Logico, quindi, aspettarsi una vittoria sul campo dell’Everton. Perché logico? Perché il calcio è composto di due metà, la metà dagli spalti che guarda la partita e la metà in campo che gioca. Quando i ruoli si invertono, possiamo dire che qualcosa non funziona. I tifosi ci credono, si dannano, pregano, sperano e imprecano. I giocatori si limano le unghie, si aggiustano i capelli, si guardano allo specchio. In questa situazione è facile vincere per chiunque, contro chiunque. Sigurdsson e Ayew pongono il loro sigillo sulla partita, concedendosi anche di segnare un autorete per fingere di rendere la partita più effervescente. Grazie amici gallesi ma così non ci aiutate, non è quello di cui abbiamo bisogno.
Di cosa abbiamo bisogno? Eh, direi di vincere. Ma non vincerne una, che quello può capitare a qualunque squadra, l’Everton ha bisogno di vincere giocando al gioco del calcio. Ad esempio tirando in porta. Ecco, tirare in porta potrebbe essere una bella innovazione per una squadra che ormai gioca solo a passarsi il pallone in orizzontale provando ad arrivare in porta zigzagando con la palla lungo l’erba. Pensate un po’, abbiamo il quarto miglior attacco della Premier (dopo Manchester City, Leicester e Tottenham), abbiamo subito solo sei sconfitte (una in più del Manchester City che svetta secondo in classifica, tante quante il Manchester United in piena zona Europa) ma non riusciamo a tenere un singolo risultato fino alla fine. Sei vittorie sono poche, tre sole vittorie in casa sono pochissime.
Il pesce puzza dalla testa, dice il caro vecchio adagio, e nel pesce Everton la testa è l’allenatore. Abbiamo bisogno di polso, di uomini ma soprattutto di idee. Si è snaturata la condizione combattiva che è sempre stata il paradigma attraverso cui sono stati declinati i vari giocatori. Quelli con gli attributi si rompono ciclicamente (Besic ultimo della lista) oppure se li stanno limando fino ad atomizzarli, quelli che già non ne avevano…beh, non vengono affatto aiutati. Serve una svolta, anzi a questo punto della stagione serve una svolta qualsiasi. In questa stagione ogni volta che avevamo davanti la partita della vita, l’abbiamo clamorosamente sbagliata. Per scaramanzia voglio evitare di pronunciarmi sulla semifinale di ritorno di Capital One Cup in programma stasera contro il Manchester City ma è chiaro che se vincessimo questa, arrivando così in finale di coppa, e poi ci arenassimo nuovamente sabato in campionato, non si potrebbe certo parlare di stagione riuscita. In quest’ottica è totalmente inutile difendere i giocatori, parlare di “buone prestazioni” dopo una partita persa, non sbattere in panchina i giocatori sulla carta migliori, quando non rispettano le aspettative ed incaponirsi con altri schierati magari fuori posizione o con evidenti limiti tecnici e tattici. Non c’è nulla di dispotico né di psicologicamente scorretto, è così che funziona. Non c’è spazio tempo per aver paura di perdere e non c’è spazio per la paura di vincere. Una squadra è un coro dove, con tonalità diverse, si canta la stessa canzone. Quando più cantanti sbagliano l’aria, non si capisce un cazzo, si perde il senso del coro. Ed è esattamente così che gioca l’Everton, in maniera del tutto casuale. Un calcio poco incisivo ma molto rischioso in primo luogo per la squadra stessa, che si stanca senza risultato, dovendo anzi rimediare per novanta minuti agli errori che essa stessa causa. Abbiamo bisogno di una sveglia, e di un allenatore in grado di darla. In caso contrario, resteremo sempre una squadretta. E non lo siamo affatto.
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