Se prendiamo in considerazione Londra, la Capitale, solo come uno sconfinato insieme di borough, allora la città più estesa in UK è senz’altro Birmingham.
Il polo urbano, che sfiora il milione e mezzo di abitanti, vede quotidianamente rincorrersi pendolari di ogni genere provenienti dalle aree immediatamente adiacenti, un insieme variegato di ciminiere e di acciaierie che producono uno skyline molto simile a quello dell’epoca della Rivoluzione Industriale.
Città che da sempre aveva basato la sua economia sul commercio, Birmingham iniziò lentamente a trasformarsi all’inizio del Diciottesimo secolo, attirando a sè anche un’ampia fetta della popolazione residente nelle povere campagne delle Midlands; da quel periodo in poi, e nel corso dei lustri successivi, iniziarono a sorgere tantissime fabbriche di automobili e di monili per l’arredamento domestico.
Il thatcherismo, la crisi degli anni Ottanta e quella degli anni Duemila hanno però deflorato lo splendore economico, fino ad arrivare al 2016, anno in cui Birmingham è arrivata ad avere un alto tasso di disoccupazione. Alle spalle di Londra, Birmingham è però la città a poter mettere in tavola il più alto numero (sposato ad una ottima qualità) di Università, oltre che ad una serie di infrastrutture per i trasporti tra le migliori in Europa. Le sue celebri autostrade, che si raccordano in snodi e junction, rappresentano un crocevia fondamentale per collegare il Sud dell’Inghilterra alla zona centrale (un pò come il nostro Roncobilaccio).
Grigia e piovosa, ha però rappresentato una pietra miliare nella cultura internazionale, avendo ospitato per lunghi anni Arthur Conan Doyle, geniale mente creatrice di Sherlock Holmes, e John Ronald Reuel Tolkien, mostro sacro della letteratura moderna con “Il Signore degli anelli”.
Nel dialetto o slang locale, la città di Birmingham viene chiamata brum, ed i suoi abitanti, non di certo privi di autoironia, si autodefiniscono brummies: un lessico, questo, che accomuna il lato Aston Villa a quello del Birmingham FC.
I Villans, che possono vantare anche una Coppa dei Campioni in bacheca, hanno la loro casa al Villa Park, impianto che definire meraviglioso è riduttivo, situato nel distretto di Witton. Il santuario dei bluenoses è invece il St. Andrews, nel distretto popolare di Bordesley, famoso per ospitare da decenni una enorme comunità di giamaicani ed africani. Le seconde e le terze generazioni, formate sotto l’egida del duro lavoro svolto dai propri padri, sono ora inglesi a tutti gli effetti: gli stessi tifosi dei blues si considerano fieri delle proprie origini e non dimenticano mai di rimarcarlo ai dirimpettai cittadini.
La tifoseria dell’Aston Villa, da contraltare, è composta per la maggior parte da britannici di prima generazione e questo fattore rende il derby della città assolutamente carico di adrenalina, proprio a causa di questa sorta di disputa tra membri della stessa working class, ma con origini genealogiche tra loro abbastanza agli antipodi. Proprio come il Millwall, il leone dell’Aston Villa richiama palesi origini scozzesi, quelle di George Ramsay, calciatore dalla curiosa storia e quelle di William McGregor, dirigente del club verso la fine dell’Ottocento.
George Ramsay è al centro di un aneddoto particolare, che merita di essere citato: robusto centrocampista, dal grande fisico ma dai piedi non proprio educatissimi, si presentò per un provino in quel di Birmingham, ma venne immediatamente reclutato per completare la partitella amichevole tra la prima squadra dell’Aston Villa e le riserve.
I primi, infatti, si trovavano in 10 e non avrebbero potuto portare a compimento la sessione di allenamento senza un undicesimo. Il resto è leggenda, forse anche un pò metropolitana, ma a tutti gli effetti Ramsay diverrà capitano ed alzerà il primo trofeo della gloriosa storia del club.
Nel 1887 un superbo Aston Villa, guidato dalle capacità dirigenziali fuori dal comune di Sir William McGregor, alzò nel cielo di Londra la prima FA Cup della sua storia: sconfitti i vicini di casa del West Bromwich allo stadio Oval Kennington.
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