THE TIME MACHINE – Il bomber dal sangue “Blues”: Graeme Sharp

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Oggi riportiamo indietro l’orologio agli anni ottanta, quando ancora il massimo campionato inglese si chiamava First Division e a dominare la scena erano le squadre di Liverpool: stavolta, però, non dedicheremo la nostra attenzione alla metà rossa della Merseyside, bensì a quella bianca e blu, ed ad uno dei suoi maggiori idoli della storia recente.

24 aprile 1985, Liverpool. Al Goodison Park in programma c’è la semifinale di ritorno della Coppa delle Coppe tra i padroni di casa dell’Everton e i tedeschi del Bayern Monaco; l’atmosfera è da brividi: si gioca alle 22:00, alla pallida luce dei riflettori, in una bolgia da sold out. All’andata era finita 0-0, con i bavaresi in attacco all’arma bianca per tutti i 90′ ma incapaci di scalfire il muro difensivo dei ragazzi di Kendall, privi di due pedine fondamentali quali Gray e Sheedy. I Toffees partono quindi leggermente favoriti ma al 37′ del primo tempo i sogni di gloria verso la finale di Rotterdam sembrano infrangersi contro l’incedere dei panzer teutonici, quando Dieter Hoeness trova la zampata giusta per portare avanti i suoi. Al riposo è 0-1. Giusto il tempo di dare avvio alla ripresa che i padroni di casa trovano subito il pari: lunga rimessa del terzino Steven, sponda aerea di Andy Gray sulla quale irrompe il numero otto che, un po’ di testa un po’ di nuca, spizza la palla quanto basta perché scivoli dolcemente nell’angolo basso alla destra di Pfaff, che neanche ci prova a tuffarsi: 1-1. Un gol di giustezza, un colpo preciso, affilato: del resto, per uno che di cognome fa Sharp, non poteva essere altrimenti…

Graeme Marshall Sharp nasce a Cardowan, all’epoca una cittadina del Nord Lanarkshire (oggi un’area suburbana di Glasgow) il 16 ottobre del 1960. La sua carriera da calciatore inizia nel 1978 al F.C. Dumbarton, una delle tre squadre della cittadina omonima situata sulla riva settentrionale del fiume Clyde, a nord della capitale scozzese, quarto club più antico di Scozia, dove rimane per due stagioni mettendo assieme quaranta presenze e 17 gol. Tanto basta per attirare l’attenzione dell’Everton, in particolare del manager Gordon Lee, che nell’aprile del 1980 versa 120mila sterline per portare il giovane attaccante scozzese a Goodison Park: pochi immaginano che quel ragazzino semisconosciuto, di soli vent’anni, lascierà un segno indelebile nella storia del club, diventando il secondo marcatore più prolifico di tutti i tempi, secondo solo al leggendario Dixie Dean, straordinario fromboliere Toffee degli anni ’30. Lee, in carica già dal ’77, è un uomo dall’indole paterna e bonaria, (forse anche troppo): si procura che tutti i ragazzi più giovani vengano accuditi al meglio e con Sharp non fa eccezione: ne cura persino la corretta alimentazione (“lo incontro ancora sulle piste da golf”, ricorderà Sharp in un’intervista del 2006, per la presentazione del suo libro, ”Sharpy”). Il ragazzo si ritrova a mettere piede in uno spogliatoio di prim’ordine, con gente del calibro di Bob Latchford, Mich Lyons e John Gidman, di cui, al più, aveva conosciuto le gesta attraverso le pagine dei giornali; quasi non si capacita, “sarò davvero in squadra con questa gente?” gli capiterà di pensare, ma di lì a qualche anno, anche il suo nome entrerà di diritto nella Hall of Fame dell’Everton. A suon di gol. Gli inizi però, sono tutt’altro che memorabili: in città è ancora il Liverpool a farla da padrone, e, anche per via dell’esonero di Gordon Lee, la squadra chiude mestamente al 15° posto nell’80/’81. Per la stagione seguente, in panchina arriva Howard Kendall, ex campione dei Toffemen degli anni ’60 e ’70 (formava con Alan Ball e Colin Harvey un trio soprannominato “Holy Trinity”) che inaugura una vera e propria rifondazione portando in rosa giovani del calibro di Southall, Steven, Stevens, Sheedy e Reid. Kendall s’era guadagnato la chiamata dell’Everton (che in realtà lo ingaggia come manager-giocatore) con due ottime annate in panca al Blackburn Rovers; le prime due stagioni a Goodison Park trascorrono nel grigio anonimato di un ottavo e un settimo posto, con Sharp che riesce comunque a mettersi in evidenza laureandosi per due volte di fila capocannoniere della squadra. La stagione ’83/’84, però, è quella della svolta: a novembre viene ingaggiato Andy Gray dal Dundee United che con Sharp formerà un tandem micidiale, completamente Made in Scotland. A gennaio Kendall rischia l’esonero ma nel giro di un paio di mesi, mette in bacheca il primo alloro di un biennio che si rivelerà memorabile: la F.A. Cup, conquistata nella finale di Wembley contro il Watford di un giovane John Barnes; manco a dirlo, l’Everton si impone per 2-0, con gol di Sharp e Gray, e torna a vincere un trofeo quattordici anni dopo l’ultimo titolo di First Division. Inizia la stagione 1984/85. L’Everton è impegnato su due fronti: campionato e coppa. Nei sedicesimi di Coppa delle Coppe, basta un gol di Sharp in 180′ per superare l’University College Dublin; nel turno successivo l’Inter di Bratislava viene  liquidato con un 4-0 complessivo. Ai quarti di finale, gli olandesi del Fortuna Sittard vengono asfaltati da una tripletta di Gray a Goodison Park mentre al ritorno, ancora Sharp e poi Reid firmano il complessivo 5-0. In semifinale c’è il Bayern Monaco: la corazzata bavarese guidata da Udo Lattek schiera assi del calibro di Pfaff, Matthaus, Lerby, Aughentaler e Dremmler, insomma: uno squadrone. Tutto si decide la sera del 24 aprile…

Dopo il pareggio di Sharp, i Toffees trovano il sorpasso con Andy Gray (siamo al 72′) che insacca di destro ad un metro dalla porta, sfruttando una papera del portiere ospite, e il 3-1 finale con Trevor Steven, un’ala destra tutto pepe, che finalizza un perfetto contropiede condotto da un Gray in gran serata. Kendall aveva promesso una grande notte per i suoi ragazzi e i fan dell’Everton: era stato accontentato, in una delle Goodison’ night glory più suggestive, spettacolari e memorabili della storia dell’Everton, che contro il Rapid Vienna avrebbe giocato la prima finale europea dalla propria fondazione. Il 15 maggio, a Rotterdam, i Toffees portano a casa la Coppa delle Coppe battendo 3-1 gli austriaci grazie alle reti di Gray, Steven e Sheedy. In finale l’Everton ci arriva con il titolo di campione d’Inghilterra già in tasca: in una straordinaria marcia trionfale, la truppa di Kendall sbaraglia la concorrenza ( i cugini del Liverpool in primis) conquistando il titolo con quattro turni di anticipo e toccando quota 90 punti, 13 in più dei Reds secondi (assieme al Tottenham); proprio agli odiati cugini, battuti sia all’andata che al ritorno, Sharp segnò uno dei gol più belli della sua carriera -e di sicuro quello che gli guadagnò un posto d’onore nel cuore di ogni Evertonian– ossia quello del derby giocato ad Anfield Road il 20 ottobre 1984: lungo spiovente dalle retrovie, aggancio di sinistro e destro di prima intenzione ad incrociare sull’altro palo con leggero effetto parabolico; un gol pazzesco (alcuni tifosi esondano dalle gradinate e invadono il prato per festeggiare coi giocatori), che verrà votato a fine campionato come Goal of the Season. Insomma, una gioia nella gioia. L’anno di grazia per Sharpy si corona con l’esordio in nazionale: il 28 maggio, nella gara vinta in casa dell’Islanda per 1-0 nel girone di qualificazione a Messico ’86, cui Sharp prenderà parte, in una delle ultime selezioni scozzesi di un certo livello (Alex Ferguson, non ancora Sir, in panchina e gente come Souness, Archibald, Strachan e Nicol in campo), senza però incidere particolarmente.

La stagione seguente non parte nel migliore dei modi, anzi: da un lato l’Everton, come tutte le squadre inglesi d’altronde, non viene ammessa alle coppe europee (a seguito del provvedimento preso dalla UEFA dopo la Strage dell’Heysel), dall’altro si smantella il tandem d’attacco del biennio d’oro: Gray viene ceduto all’Aston Villa. Un bel giorno Andy chiama Graeme e gli comunica che se ne andrà dal club -con profondo dispiacere – malgrado lettere e petizioni da parte dei tifosi per evitare che lo scozzese lasci l’Everton.Fu un brutto colpo: Sharp deve salutare non solo un formidabile compagno di reparto ma anche un idolo d’infanzia e un caro amico che aveva impresso una svolta non solo alla sua carriera ma anche ai destini dell’intera squadra (“Arrivò nello spogliatoio e fu una ventata di aria fresca”); i due, entrambi scozzesi, andavano molto d’accordo anche fuori dal campo: Gray insisteva per vedersi di domenica, mandar giù qualche birra e discutere della partita, da compari di vecchia data.Al posto del partente Gray arriva dal Leicester City un certo Gary Lineker: 41 presenze e 30 gol che, paradossalmente, guadagnano ai Toffees un amaro secondo posto e una finale di F.A. Cup persa contro il Liverpool, laureatosi campione con due punti in più (il buon Gary si consolerà andando a giocare nel Barcellona l’anno successivo). La stagione seguente sarà l’ultima dell’epoca d’oro di Kendall: al termine di una grande rimonta, arriva il secondo titolo in tre anni, ma il contributo di Sharp è limitato da diversi infortuni e il peso dell’attacco passa sulle spalle di Bracewell e Clarke; nel 1987 il manager artefice degli ultimi successi dell’Everton lascia la panchina al severo Colin Harvey: Sharp continua ad essere un punto fermo dell’attacco dei Blues ma la vena realizzativa pare ormai essersi esaurita;  nel 1991 lascia Goodison Park dopo aver segnato 111 gol in 332 presenze in undici stagioni; passa all’Oldham, dove gioca le successive sei stagioni (assolutamente trascurabili) iniziando una carriera da player-manager che proseguirà nel 1998 al Bangor City, senza particolare successo. Il nome di Sharp resterà per sempre legato all’ultima vera golden age dell’Everton, foriera di successi e trionfi; e “quel” gol di Sharpy al Liverpool, ne è tutt’ora l’emblema, scolpito nell’eternità della storia dei Toffeemen, con la firma in calce di Greame Sharp, bomber dal sangue blues.

Stefano Puricelli