ARSENAL – Wenger, le 1000 panchine e la forza delle idee

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(Musica consigliata come sottofondo: “Andare” di Ludovico Einaudi)

Arsène Wenger, come qualsiasi essere umano presente sulla faccia della terra, ha pregi e difetti. Ma se c’è una cosa che non gli può essere rimproverata, quella è la sua costanza, perseveranza nel portare avanti la sua filosofia calcistica. Si, perché “il Professore” è stato sempre coerente con le sue idee, sia quando alzava al cielo di Londra la coppa degli “invincibili”, sia quando aveva gli occhi lucidi per l’ennesima eliminazione in Champions League.

Sabato taglierà un traguardo che oseremmo definire “mitologico”: 1000 panchine in gare ufficiali, tutte con la stessa squadra, l’Arsenal. Un amore che, nonostante gli ultimi anni parecchio tribolati a livello di risultati, rimane intatto, inscalfibile. Perché Wenger non rappresenta solo ed esclusivamente un mero allenatore di calcio. Per dirla in maniera molto ma molto diretta, Wenger all’Arsenal lava i panni, li stira, mette in ordine le camere, fa da mangiare per tutti e poi sparecchia. Un vero e proprio factotum, un personaggio che ha rivoluzionato completamente il calcio inglese e il club bianco-rosso del Nord di Londra.

Cos’era l’Arsenal prima del suo arrivo? Una squadra vincente, senza ombra di dubbio, ma non certamente un bel vedere a livello di gioco. Qualcuno di voi si è mai chiesto il perché  si sentano ancora cori come “Boring boring Arsenal” e “One nil to the Arsenal”? Oggigiorno questi cori vengono utilizzati in chiave ironica, con un significato certamente diverso da quello che avevano in passato. Ma tempo fa, quando il professore non era ancora  il “boss” dei Gunners, l’Arsenal era oggetto di feroci critiche, da parte di media e tifosi avversari, proprio perché era una squadra rude, “catenacciara”, che vinceva spesso e volentieri le partite con il risultato, per l’appunto, di 1 a 0.

Nell’agosto del ’96 l’Arsenal esonera Bruce Rioch, per affidare l’incarico a questo sconosciuto signore transalpino che proveniva, calcisticamente parlando, dal Sol Levante. Un sentimento di scetticismo unito ad incredulità iniziò a fluttuare nell’aria della capitale inglese. Perché affidarsi a uno sconosciuto, quando in giro c’erano candidati più blasonati e quindi più affidabili? Wenger ci mette pochissimo a dissipare quella cappa di diffidenza che lo aveva avviluppato sin dal suo arrivo. Prima partita con i Gunners, Blackburn annichilito con un secco 2 a 0. L’Arsenal chiude la stagione ’96-’97 al 3° posto, un risultato sorprendente per quelle che erano state le premesse non certo rosee di inizio stagione. Tutti iniziano a vedere Wenger sotto una luce diversa.

Rivoluzione, dal termine latino revolutio-onis. Rovesciamento. Cambiamento radicale. Wenger inizia ad instillare nella mente dei suoi giocatori il suo diktat, fatto di tante semplici regole. Non si limita solo ed esclusivamente al mero rettangolo verde, no, lui entra nella vita privata (nei limiti consentiti) di ogni suo giocatore: a tavola solo pasta, carne ( rigorosamente bianca ), pesce e acqua naturale. Severamente vietati cibi fritti, snack di qualsiasi genere, la cioccolata, il fumo e soprattutto gli ALCOLICI. Wenger si è spesso soffermato su quest’ultimo elemento, demonizzandolo a più riprese, perché ritenuto il più nocivo per un atleta professionista. Tant’è vero che Tony Adams è riuscito a superare il suo noto problema di alcolismo anche grazie ai consigli paterni di Arsène Wenger.

Dal punto di vista calcistico, Wenger ha imperniato tutta la sua carriera di allenatore su due capisaldi granitici, ferrei, consolidatisi col tempo: – calcio offensivo e spettacolare ( etichettato come “Wengerball” dai più fedeli), fatto di possesso palla, passaggi corti, palla a terra e gioco sugli esterni (un’assoluta novità per un calcio ruvido come quello inglese); – 11 titolare formato da 2/3 “veterani” e per il resto da giovani promesse, eradicate dal proprio fiorente vivaio (Wilshere, Gibbs, Gnabry) o da quello di altri (vedi Walcott, Oxlade-Chamberlain, Ramsey). Wenger ha sempre preferito costruire campioni, piuttosto che comprarli a suon di miliardi (basti pensare che l’Arsenal, prima dell’arrivo di Ozil, non ha mai speso più di 25 mln di euro per un giocatore in TUTTA la sua storia). “We don’t buy superstars. We make them”, direbbe qualcuno. Un modello che ha raccolto subito i suoi frutti, tant’è vero che Wenger ha vinto 11 trofei dal ’98 al 2005’, in maniera ininterrotta. Vincerà addirittura un campionato da imbattuto, senza perdere nemmeno una partita ( Invincibles, 2003/04)

Poi è arrivato l’Emirates, lo stadio all’avanguardia che ha sostituito il “compianto” Highbury: e li sono iniziati i problemi. Le illustri cessioni che si sono susseguite con cadenza annuale hanno permesso di ripianare un bilancio pesantemente danneggiato dall’esborso economico per la costruzione della nuova “casa” dei Gunners, ma al contempo hanno privato la squadra di giocatori chiave, come Henry, Fabregas, Nasri, Song e Van Persie, favorendo indirettamente squadre in ascesa come il Chelsea e il City, oltre alle già affermate Manchester United e Liverpool. Un atto dovuto, che avrebbe avuto esiti negativi nell’immediato, ma terribilmente positivi a lungo andare. Ma Arsène non si è mai voluto nascondere dietro un dito, dietro patetici alibi. Ha sempre riconosciuto i suoi sbagli, ma non ha mai cambiato una virgola della sua ideologia.

Ed eccoci arrivati all’anno corrente, in cui l’Arsenal si ritrova si fuori dalla Champions League, ma in piena lotta per la conquista del titolo nazionale e della prestigiosa quanto antica coppa d’Inghilterra. Il motore ha ripreso a girare. Mantenendo sempre intatta quella sua rocciosa, ineguagliabile identità. E pazienza se qualcuno lo ha definito uno “specialista in fallimenti”, dimostrando di avere come unico metro di giudizio i risultati (recenti, tra l’altro) e non il monumentale lavoro svolto in tutta la carriera da parte del professore alsaziano. Se rimani alla guida di una delle squadre più importanti del mondo per ben 6.378 giorni (and counting…), collezionando 11 trofei e una percentuale di vittorie che si attesta intorno al 58% (su 999 partite) significa solo una cosa: che vali, e anche tanto. Con buona pace dei santoni (o presunti tali) del football.

 

 

Riccardo Scoccola