Monaco di Baviera, 6 febbraio 1958, ore 16,04: il volo Be 609 della British European Airways ritenta il decollo.
La pista, così come tutto l’aeroporto, è completamente innevata e malgrado gli avvisi degli addetti ai lavori della cabina di controllo, il pilota decide di tentare lo stesso il decollo.
Una delle ali del veicolo urta rovinosamente contro una costruzione ai lati della pista, facendo terminare l’aereo contro un distributore di cherosene: la deflagrazione è violentissima, le fiamme divampano, per i passeggeri non c’è speranza.
Quelli che erano stati soprannominati “Busby babes”, atleti creati ad immagine e somiglianza del leggendario manager Matt Busby, finirono tragicamente.
Un uomo di antichi valori Matt Busby, sempre pronto a rimproverare aspramente i suoi, ma anche ad accoglierli come fossero propri figli; nell’espletare la sua brillante carica, lo scozzese si avvaleva di una triade di successo, con figure pioneristiche che sarebbero poi divenute fondamentali nel football moderno. Jimmy Murphy era l’addetto al settore giovanile, Bert Whalley colui che doveva valutare lo stato di forma di ogni singolo calciatore della rosa, Tom Curry una sorta di psicologo-motivatore del team.
Gli ultimi due rimasero purtroppo uccisi nel dramma di Monaco di Baviera, ma devono essere per sempre ricordati come coloro che diedero un sostanziale contributo alla rinascita dei Red Devils dopo le macerie lasciate in Inghilterra dalla Seconda Guerra Mondiale: in quel di Stretford era infatti andato quasi tutto completamente distrutto o perduto, con il club che si ritrovò persino a corto di maglie, pantaloncini e materiale tecnico da gioco. Le casse della società, poi, erano ridotte al lumicino anche a causa dell’affitto annuale da versare nelle casse del Manchester City per poter usufruire di Maine Road nelle partite casalinghe.
Fu solo nel 1949 che i diavoli rossi poterono far ritorno in un’ Old Trafford completamente ristrutturato, il “teatro dei sogni” che incuteva timore agli avversari e contemporaneamente faceva innamorare centinaia di migliaia di local lads, togliendoli dalla strada e di conseguenza dal mondo della malavita mancuniana.
Il periodo di Busby fu glorioso e pieno di successi, sia materiali che morali, grazie all’inconfondibile stile di gioco plasmato sul fair play che portò i mancs a trionfare a ripetizione in Inghilterra.
Capitano di quella gloriosa squadra era Roger Byrne, defunto senza sapere di aspettare un figlio dalla moglie e dopo aver rilasciato una dichiarazione di augurio verso l’avversario da dover incontrare in Coppa dei Campioni dopo la trasferta di Belgrado: “Spero di ritrovare il Real Madrid in semifinale!” aveva affermato lo stoico skipper dei Red Devils, voglioso di misurare il suo ardore contro la classe magistrale delle merengues.
Geoff Bent era invece da sempre spaventato dai viaggi aerei, ma decise di salire ugualmente sul volo direzione Belgrado per servire fedelmente il suo carismatico manager; Tommy Taylor aveva da poco programmato le sue nozze ed era desideroso di formare una famiglia, Liam Whelan era invece un ragazzo irlandese dalla profonda fede cattolica e dal marcato altruismo. Alle sue esequie a Dublino erano presenti ventimila persone.
Mark Jones lasciò una moglie, un figlio ed il suo fedele cane, che morì a qualche giorno di distanza non vedendo tornare il proprio padrone. Duncan Edwards, solo qualche minuto prima del nuovo tentativo di decollo da Monaco di Baviera, aveva spedito un telegramma in Inghilterra avvisando i suoi conoscenti che molto probabilmente avrebbe trascorso la notte in Germania in attesa che la pista di decollo venisse bonificata. La leggenda narra che il buon Edwards, prima di spirare dal letto di ospedale, proferì una brillante domanda ai medici: “Egregi Dottori, quante chance ho di poter giocare in Premier la settimana prossima?”
Sir Busby, miracolosamente scampato alla nefasta tragedia, tornò ad allenare grazie soprattutto all’ossessione che da sempre lo perseguitava da tutta la vita: vincere la Coppa dei Campioni. Ci riuscì grazie ad un altro dei sopravvissuti di Monaco, un tale Bobby Charlton, che seppe esaltarsi in campo assieme ad un giovincello di belle speranze, talentuoso ma propenso al vizio, di nome George Best.
Busby non smise mai, nemmeno un solo attimo, di pensare ai suoi discepoli volati in cielo troppo giovani.
Ma la vita di quei ragazzi durerà in eterno, così come il loro sogno.
Gabriele Fumi
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