“Il mio futuro sarà altrove e mi ci sono voluti un paio di giorni per superare questo”.
La notizia è arrivata fresca fresca durante l’ultimo weekend: John Terry lascerà il Chelsea a fine stagione.
Il tam tam mediatico, iniziato da Sky Sports UK, ha rapidamente raggiunto un livello virale portando in secondo piano anche l’impegno dei blues in FA Cup sul campo dei MK Dons.
La decisione sembrerebbe non essere stata presa in comune accordo tra lo stesso calciatore e la dirigenza del club di Fulham Broadway, che per ben 16 anni di fila ha beneficiato della leadership e delle prestazioni quasi sempre superbe dello stopperone londinese.
John Terry si è quindi lasciato andare, dichiarando di non avere comunque nessuna intenzione di lasciare l’attività agonistica e di essere desideroso di trovarsi una collocazione in tempi abbastanza celeri, ma dalle sue parole emerge chiaramente un senso di malinconia e di rammarico: “Ho saputo la scorsa settimana che il mio contratto non verrà rinnovato. Non sarà un finale da favola”.
Sicuri che le prestazioni di Terry non perderanno comunque la consueta intensità, è opportuno riflettere su come oggigiorno il mondo del football stia perdendo velocemente tutti quei valori umani che lo hanno da sempre caratterizzato, nel goffo tentativo di scimmiottare sempre di più lo show-business d’oltreoceano. Il caso del capitano blues, al pari di tanti altri, ci invita a ragionare oramai su quello che è un declinante senso della gratitudine che sta lasciando via via sempre più spazio al lato affaristico ed economico.
John Terry muove i suoi prime passi calcistici nelle fila del West Ham, squadra del suo quartiere natale che rappresentava da sempre una religione per i suoi genitori: nell’ academy claret&blue, l’allora ragazzino occupava stabilmente il ruolo di centrocampista centrale di rottura.
Quando in adolescenza venne deciso il trasferimento al Chelsea, il mondo hammers insorse in maniera quasi collettiva, vista la fuga di quello che a tutti gli effetti era considerato un figlio dell’East End ed ancora oggi viene sonoramente fischiato ogni qualvolta che il Chelsea incontra il West Ham. Nel corso della sua evoluzione tattica nelle varie formazioni dei blues, Terry abbassò di parecchio la sua posizione sul campo fino ad arrivare sulla linea difensiva: forte di testa, muscolare e carismatico, iniziò a rubare l’occhio dello staff della prima squadra in veste di difensore centrale.
Il debutto arrivò con Gianluca Vialli, che lo fece esordire in tutte e tre le massime competizioni inglesi, ma nonostante il precoce talento in erba i galloni da titolare rimasero insondabilmente nella mani di Frank Lebouef.
Fu solo con l’arrivo di Claudio Ranieri che John Terry divenne stabilmente titolare, ripagando sul campo la fiducia concessagli. Il successore del thinkerman, Josè Mourinho, lo consacrò poi a leader assoluto anche a livello internazionale.
Con la maglia del Chelsea, Terry ha conquistato 5 FA Cup, 4 Premier, 3 coppe di lega, 2 Community Shield, una Champions, una Europa League ed una Supercoppa Europea.
Tralasciando le polemiche che portarono alla rimozione della fascia di capitano della nazionale dal suo braccio, in quel freddo pomeriggio di Loftus Road, va rimarcato in maniera pesante il suo essere un’icona, vera e propria spina dorsale e personificazione della storia e dello spirito del moderno Chelsea. Considerato ora a tutti gli effetti un membro della comunità di zona (affronto imperdonabile per gli hammers), è un costante punto di riferimento e svariate decine di giovani e giovanissimi delle academy locali sperano, una volta ottenuto il diploma, di poter ricalcare le orme di John Terry, che iniziò proprio con la rappresentativa scolastica della Eastbury Comprehensive dove divise il palcoscenico preadolescenziale con Bobby Zamora e Ledley King.
Una volta al Chelsea, più o meno intorno ai 15 anni, Terry cominciò ad essere schierato da centrale difensivo dall’allora responsabile del settore giovanile Bob Dale, che ebbe l’intuizione di arretrarlo dalla mediana alla linea dei quattro del pacchetto arretrato: magari un pochino lento in campo aperto, ma praticamente implacabile in una difesa abbottonata e nell’uno contro uno. Ecco nascere una nuova stella, sotto l’ala protettiva di Denis Wise a cui il piccolo Terry spesso finiva anche per lucidare gli scarpini e sistemare l’armadietto al centro sportivo del Chelsea.
Ad Ottobre 1998 ecco il debutto in prima squadra, in sostituzione di Dan Petrescu durante un match contro l’Aston Villa.
Ora, complice anche il ricordo istruttivo di errori commessi nel passato, soprattutto nella vita privata, siamo arrivati all’età della saggezza.
Un John Terry più introspettivo e riflessivo ha preso il posto del trasgressivo golden boy della Premier League e, proprio come da lui stesso affermato, pronto a continuare la sua carriera anche lontano dall’amato Stamford Bridge.
Basta non fare la fine dell’ex compagno Ashley Cole che, dopo un anno e mezzo da carneade in Italia, ha scelto di approdare nel mediocre campionato che si disputa oltreoceano.
Gabriele Fumi
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