TOFFEES CORNER – Steven Naismith, Braveheart (non) per caso

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Ci sono poche cose che un cuore innamorato non è in grado di fare. Un cuore innamorato non si mette in primo piano, non chiede per sé tutte le attenzioni ma lavora senza sosta affinché il resto del corpo stia bene. Un cuore innamorato non cerca scuse, batte sempre al triplo della velocità e non è in ritardo di condizione, non si erge mai a divo e di diventare divo non gliene può fregar di meno; a che serve d’altronde esserlo, se sei un working class hero che risponde al nome di Steven Naismith?

Figlio di un assistente sociale e di una cassiera di supermercato, appena finiva di distribuire le copie dell’Evening Times in giro per Stewarton, correva ad allenarsi. Mai un regalo, mai un complimento, mai un paragone lusinghiero, Steven è abituato a lottare, non tanto per un posto da titolare nel Kilmarnock in difficoltà in quella stagione 2003/2004 che non vuole saperne di finire e che regala a Naismith il suo primo contratto professionistico e il suo esordio nella Scottish Premier League quanto proprio per sé stesso, contro le difficoltà. Il giovane Steven è infatti affetto da una grave forma di dislessia, che ne pregiudica l’inserimento sociale, rendendo il ragazzo schivo ma non facendogli perdere il senso dell’humour: “Ero in classe, si leggeva a voce alta ed io volevo unirmi agli altri ma finivo sempre col farlo nella mia mente. È stato un sollievo scoprire di essere dislessico, pensavo di essere semplicemente stupido”.

Il suo disturbo non gli impedisce però di lavorare e migliorare costantemente, come lui stesso racconta: “Quando sono arrivato in prima squadra nel Kilmarnock ho detto: ‘Sono troppo forti’. E così ho lavorato e lavorato ancora per diventare titolare”. Quello che Steven non sa è che il suo nome gira freneticamente sui taccuini degli osservatori di Glasgow già da qualche tempo e nell’estate del 2007 le due squadre dell’Old Firm, Celtic e Rangers ingaggiano l’ennesimo derby, stavolta per accaparrarsi il giocatore ma diciannove secondi prima della chiusura delle trattative, il Kilmarnock accetta l’offerta dei Rangers, Naismith vola nella capitale calcistica della Scozia. Nella sua prima stagione Steven lavora durissimo “Ai Rangers fu ancora peggio, ero lì mentre Barry Ferguson e Kris Boyd stavano facendo benissimo, e pensavo che non avrei mai visto il campo” ma viene gratificato con l’esordio in Champions League, nientemeno che al Camp Nou di Barcellona nella gara persa per 2-0 grazie ad un gol di braccio di Thierry Henry ed un tap-in fortunato di Messi. Nell’aprile del 2008, nella semifinale di Scottish Cup tra Rangers e St. Johnstone, Martin Hardie, centrocampista della squadra avversaria, cammina sul ginocchio sinistro di Steven, che sulle prime si rialza e rientra in campo, salvo poi crollare a terra subito dopo, con un legamento crociato che sventola bandiera bianca. L’intervento e la successiva riabilitazione prevedevano dodici mesi di stop, ma dopo otto mesi Steven stava bene e ricominciava già gli allenamenti: “Se vuoi essere al top, devi prepararti ad essere sempre sotto pressione. È una sfida ma è piacevole, a me piace. Amavo lottare al Kilmarnock per essere tra i migliori e ai Rangers l’intensità è maggiore perché combatti contro il Celtic con cui c’è una rivalità bollente”. L’anno successivo vincerà il double aggiudicandosi campionato e Scottish Cup e nel 2010 verrà addirittura nominato per il prestigioso premio di Scottish Player of the Year. Il 2011 si apre con i Rangers agguerriti, guidati da una coppia d’attacco che comprende il nostro biondo e Nikica Jelavic, altra conoscenza evertoniana. I due sembrano una macchina da guerra, e l’accoppiata ad inizio stagione si dimostra subito agguerrta soprattutto in occasione del derby, in cui i Rangers strapazzano il Celtic per 4-2 con doppietta di Naismith, e con quell’esultanza sgangherata, in cui incrociando le braccia all’altezza del polso intende inviare ogni volta un bacio alla sua ragazza, sempre presente per lui.

Neanche un mese dopo, nell’ottobre 2011 Steven tenta un anticipo ai danni di Rob Milson dell’Aberdeen ma si avvita su se stesso. Si capisce subito la gravità dell’infortunio e il giocatore finisce dritto in sala operatoria per la seconda volta, con la rottura sempre del legamento crociato ma stavolta del ginocchio destro.

La stagione 2012-2013 inizia con la guarigione di Steven e la rescissione del suo contratto dagli ormai falliti Rangers. Arriva “a parametro zero” all’Everton, dove riabbraccia Jelavic e firma un contratto quadriennale.

Il suo esordio in stagione arriva presto, anche se subentra solo all’89esimo minuto nella gara del 21 agosto vinta per 1-0 dall’Everton a Goodison Park contro il Manchester United ma il suo primo gol arriva circa due mesi dopo, quando durante il derby contro il Liverpool, che i Toffees stanno perdendo in casa per 2-1 sbuca nel bel mezzo dell’area di rigore, anticipando difensori e portiere e buttando dentro la palla che sigilla il risultato sul pari. È la freccia che fa innamorare i tifosi di lui.

“È il livello più alto a cui abbia mai giocato, devi lavorare duro per giustificare la tua presenza qui. Le gare sono brutali, se vuoi giocare ai livelli più alti non c’è spazio per riposarsi, sei giudicato alla fine di ogni gara, anzi a volte sei giudicato in ogni singolo minuto di ogni singola gara”. L’atteggiamento operaio, lavoro duro a testa bassa e nessuna stronzata fuori dal campo rendono Naismith un fenomeno, a prescindere dalle sue qualità tecniche. Come quando, in un fresco agosto 2014 lo si è visto uscire da Finch Farm con un malloppo di biglietti per le partite dell’Everton che ha spontaneamente consegnato ai centri per l’impiego inglesi, incaricati di redistribuirli ai disoccupati.

Lavoro e sacrificio, senza lamentarsi e senza scordarsi da dove si viene, dando sempre tutto per la maglia. Questa filosofia porta Steven ad accettare senza problemi di essere l’ancora di salvataggio dell’Everton, che si affida a lui ogniqualvolta si renda necessario, vuoi per giornate storte o vuoi per defezioni.

Così in un sabato pomeriggio, in un Goodison Park in festa per l’arrivo dei campioni uscenti del Chelsea, a cui la società ha stoicamente resistito per non consegnar loro John Stones, oggetto del desiderio dei petrodollari del patron Abramovich, capita che l’oggetto di discussione non sia la prestazione della squadra, non sia l’ennesima simpatica trovata pubblicitaria di Mourinho, non sia il campione di turno che si mette in mostra. Capita infatti, che in un sabato pomeriggio come tanti, un centrocampista, Mohammed Besic, si infortuni, allungando la lista dei residenti in infermeria ed accorciando invece la lista dei panchinari disponibili. Vai Steven, tocca a te. Entrato al nono minuto, al 21’ l’Everton conduceva per 2-0 grazie ad una doppietta di Naismith, a cui ha fatto seguito il terzo gol sullo scadere del tempo regolamentare che ha fissato il risultato sul 3-1.

Primo giocatore dell’Everton a segnare una tripletta al Chelsea dal lontano 1913, quando il giocatore a siglare l’hat-trick fu un certo Dixie Dean, storica bandiera del club del Merseyside, Steven non si è accontentato, ha deciso di siglare il cosiddetto perfect hat-trick, mettendo alle spalle di Begovic tre palloni, uno col sinistro, uno col destro ed uno di testa, come solo i veri campioni sanno fare.

“Sono lontano diverse miglia da casa, e mi pesa tanto, ma ora se accendo la tv posso vedermi giocare”. È la meraviglia del calcio, Steven. E soprattutto, è quello che ti meriti.