Partiamo dalla fine, che è quello che conta: il Manchester United approda ai quarti di finale di Champions League.
E’ quello che conta, perché una squadra così, con un tasso tecnico così elevato, non poteva permettersi di uscirne malamente.
E’ quello che conta, perché le annate storte sono quasi fisiologiche, ma l’Europa è un’altra cosa.
E’ quello che conta, perché lo United ha fatto lo United.
FT: #mufc 3 Olympiacos 0 (3-2 aggregate). Yes! Van Persie’s hat-trick fires us into the @ChampionsLeague‘s last 8. pic.twitter.com/UJ8WSM7e3J
— Manchester United (@ManUtd) 19 Marzo 2014
IL LEIT-MOTIV – Il bottino di Atene non era stato dei migliori, con due gol al passivo subiti al Karaiskákis Stadium, e quindi tre da doverne segnare senza subirne.
La gara è stata abbastanza prevedibile: lo United è partito immediatamente forte, cercando subito il primo gol. Ma la prima occasione reale è stata per i greci: d’oro il pallone sprecato da Perez davanti a De Gea al 15’. Per assistere al primo spunto pericoloso dei Red Devils, invece, è stato necessario aspettare il 18’, quando un cross di Giggs ha pescato Rooney che di testa ha sfiorato il gol: deviazione di Roberto quasi miracolosa sul palo.
La partita ha nel complesso mantenuto ritmi abbastanza sostenuti. E, sebbene lo United si sia dimostrato effettivamente superiore all’avversario, l’Olympiakos non è mai stato a guardare, mettendo qualche angoscia di troppo con le sue pericolose ripartenze.
I GOL – I gol, quelli che servivano, sono arrivati: 3. E sono arrivati tutti dal piede di Robin Van Persie. Niente di stratosferico, nessun doppio passo stellare, nessun dribbling alla Messi, nessuna cavalcata alla CR7. Ma tre gol, quelli che servivano. E sono arrivati.
Il primo su calcio di rigore al 25’ in seguito a un fallo subito dallo stesso Van Persie da parte del difensore dell’Olympiakos, Holebas (nel complesso autore di una partita discreta): rigore perfetto, freddo, angolato: imprendibile.
Il secondo, al 46’, facile facile: insaccato in porta di sinistro il pallone perfetto servito da Rooney.
E, infine, il terzo: al 61’, su punizione. Niente di imprendibile, chiariamoci: ma Roberto non ha visto partire il tiro (probabilmente confuso dalla finta di Rooney, che sembrava potesse calciare).
LA PALMA D’ORO – Non ne avremmo avuto mai abbastanza stasera di RVP, probabilmente. E ci è piaciuto vederlo così, partecipe, caratterizzante, anche affaticato. Dopo le smentite su un suo possibile addio allo United a fine stagione, la risposta di stasera è stata semplicemente quella giusta: in un’annata impervia e poco incoraggiante, quando servono nervi saldi e forza di volontà, la concretezza dell’abilità è l’unica magia possibile.
Non è difficile assegnare all’olandese la palma del migliore in campo (sostituito nei minuti finali da Fellaini), anche se tanto abbiamo apprezzato la precisione (quasi) sempre impeccabile di un inossidabile Ryan Giggs, l’elegante costanza nel fare “tutto quello che può essere fatto” di Wayne Rooney, la freddezza di De Gea, la sicurezza di una difesa che stasera non ha traballato come – perdonateci – al solito.
Rooney, Van Persie e compagni hanno guidato i loro alla vittoria, avendo la meglio su un contendente per nulla arrendevole, anzi, pericoloso fino all’ultimo (al 79′ Dominguez prima e Campbell poi hanno sfiorato il gol che avrebbe qualificato i greci); ma soprattutto hanno superato i propri mostri.
Tante volte lo United quest’anno è stato superiore all’avversario, “sulla carta”. Troppe volte quella carta è diventata straccia, inutile, nociva. Stasera, la carta e il campo, finalmente, hanno parlato la stessa lingua: quella del rispetto per se stessi, per il proprio organico di valore, per la propria storia, per la regina delle competizioni, per i propri tifosi, per il proprio stadio. E per l’orgoglio di sentirsi parte del gioco, ancora per un po’.
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