Something
La Premier League quest’anno ha un solo colore, il Liverpool continua a far divertire e sognare i propri tifosi, partita dopo partita stiamo assistendo a qualcosa di storico, nonostante la sconfitta di Sabato scorso, ma a volte anche in queste situazioni, le sconfitte servono a migliorare, se possibile, ancora di più. A guidare questo gruppo, sotto gli insegnamenti di mister Klopp, c’è un ragazzo nato a Sunderland, classe ‘90, fisico longilineo, faccia da inglese puro e una fascia sul braccio per onore del ruolo di capitano del Liverpool: Jordan Henderson. A quasi 13 anni Jordan è un ragazzino che sogna un giorno di diventare un campione, il papà lo porta a vedere la finale di Champions Juve–Milan all’Old Trafford e lui, affascinato da tutto ciò, guarda negli occhi il papà e gli dice “Un giorno anche io giocherò in Champions League”.
Henderson (detto Hendo dai compagni) è arrivato al Liverpool nel 2011 e ha dovuto ereditare la pesantissima fascia da capitano di Steven Gerrard nel 2015, di certo non una passeggiata. Il ragazzo, che aveva vinto il premio di giovane dell’anno con il Sunderland, si presentò in quel di Melwood in punta di piedi e con il tempo ha conquistato la stima e l’amicizia dei compagni e di tutto l’ambiente. È un centrocampista moderno che nel tempo ha lavorato per migliorarsi e diventare un calciatore completo, dall’impostazione del gioco, all’ultimo passaggio, alla copertura in fase difensiva, interpreta il ruolo nel più moderno dei modi. Rispetto a Gerrard ha sicuramente meno classe e meno gol nelle statistiche, ma ha lo stesso piglio da leader, la stessa tenacia, lo stesso legame stretto con la gente di Liverpool.
La promessa fatta al papà è stata nel tempo mantenuta, Jordan ha giocato molte edizioni della Champions League arrivando perfino a vincerne una lo scorso anno. Nella finale del 2018 con il Real Madrid il padre di Hendo stava combattendo in ospedale un cancro alla gola, purtroppo in quell’occasione andò male, ma nel 2019 la vittoria arrivò per entrambi: alla fine del match vinto con il Tottenham, Jordan si lancia in lacrime tra le braccia del padre a bordocampo, un’emozione immensa per aver vinto insieme.
Henderson non ha quasi mai inventato la giocata dell’anno, non ha mai fatto parlare di sé fuori dal campo, non si è mai messo in prima linea per un nuovo taglio di capelli o per un nuovo tatuaggio. Come cantava Ligabue lui è “Lì, sempre lì, lì nel mezzo, finché ce ne hai stai lì”, a combattere per la squadra, in silenzio, sempre protagonista ma mai in prima fila, sempre fondamentale ma nell’ombra.
La scorsa settimana il mondo della musica ha ricordato uno dei migliori invisibili della storia in occasione del suo compleanno: George Harrison. Eternamente in ombra, ha sempre lavorato in silenzio sia nella vita, sia nel gruppo, “the quiet one” lo chiamavano. È sempre stata un’anima riflessiva, amava andare nel profondo del significato delle cose, ma dovette aspettare la fine dei Beatles e l’inizio della carriera da solista per essere apprezzato a dovere.
Quando George Harrison scrisse “Something”, il commento del manager George Martin fu emblematico della considerazione che il panorama musicale aveva di lui, “Fui sorpreso dal fatto che George fosse stato capace di scriverla”, furono queste le sue parole, in effetti rimasero tutti a bocca aperta di fronte a un capolavoro del genere. George scrisse il brano al pianoforte durante un momento di pausa delle registrazioni del “White Album”, in uno stanzino vuoto di Abbey Road, in disparte. Era ormai troppo tardi per aggiungerla alle 30 canzoni distribuite nel doppio cd del White Album, venne infatti registrata a più riprese nel 1969 e aggiunta come seconda traccia del masterplan “Abbey Road”, forse la sua più naturale collocazione.
Something, disponendo dell’estensione vocale di sole 5 note, è la seconda canzone dei FabFour (dopo “Yesterday”) ad essere stata riarrangiata da vari altri artisti (ne esistono circa 150 versioni diverse) tra i quali ricordiamo Ray Charles, Smokey Robinson e Frank Sinatra. Proprio quest’ultimo, ad avvalorare l’invisibilità di George, in qualche occasione annunciò il brano come opera di John e Paul.
Il testo di Something è una dolce carezza alla sua Pattie Boyd “Something in the way she moves / attracts me like no other lover”, gliela fece ascoltare a casa, in cucina, appena completata, descrivendo forse quel momento delicato della loro relazione, preoccupato in merito a quanto potesse crescere il loro amore “You’re asking me will my love grow / I don’t know, I don’t know”. Il talento di George come compositore e chitarrista si palesa in maniera lampante in questo brano, basti pensare che l’ultimo giorno di registrazioni, il 15 Agosto del 1969, dovette sfruttare l’unica pista magnetica a disposizione per incidere l’assolo che è entrato ormai nella storia della musica, come un gol vittoria al minuto 93 in un derby, come solo i veri fuoriclasse sanno fare.
Simone Ferracci
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