FOCUS – Sir Alex Ferguson, le origini del mito

0
840

Obiettivamente, pensiamo che solo la Divina Provvidenza abbia avuto coscienza di quello che stava per succedere il giorno 31 dicembre 1941, in un fatiscente ospedale pubblico situato a Govan, uno dei sobborghi metropolitani più poveri e malfamati della città di Glasgow. Considerati dal resto della Gran Bretagna come “rozzi selvaggi”, gli abitanti di Govan non hanno mai battuto ciglio, continuando nella loro strenua lotta per la sopravvivenza, soprattutto in un periodo duro come quello degli anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta. Per non parlare poi del Tatcherismo, ma questa è un’altra storia.
Con i cantieri navali a dominare la skyline, un certo Alexander Champman Ferguson veniva alla luce, protetto dall’amore dei suoi cari e dall’alone mistico dei Glasgow Rangers!
Ed è proprio nelle acciaierie che si annidava l’orgoglio dei local lads, tutta gente onesta e lavoratrice, con il solo difetto di essere un pochino rissosa e dedita al potus; negli altiforni che regalarono al Regno Unito autentici capolavori come il Lusitania e la Queen Elizabeth II, prestavano il loro ragguardevole servizio uomini rudi ma pregni di antichi valori, che sfogavano la propria felicità post-lavorativa nell’interminabile serie di pub posti proprio a ridosso del quartiere. Football e birra quindi, ma anche sindacalismo sfrenato e fece cieca in Carlo Marx.
Cresciuto con un’educazione severa, impartitagli sia dai genitori che dalla scuola, il piccolo Alex Ferguson arrivò a conoscere ben presto le ruvide carezze della vita di Govan, quando per un bambino/adolescente il desiderio di entrare nel gruppo dei pari si traduceva con svariate prove di coraggio e decisioni eticamente difficili, degne di un trentenne già formato.

I calciatori del Manchester United, nel corso della seconda metà degli anni Ottanta, capirono ben presto cosa avrebbe significato per loro aver a che fare con uno scozzese nato e cresciuto nella Glasgow popolare: rimproveri, strigliate “face to face“, linguaggio colorito e pittoresco, con il volto sempre pronto a diventare rosso come un peperoncino bollente. Si, perchè Alex Ferguson oltre ad essere stato un sublime maestro di tattica, ha avuto soprattutto innumerevoli riconoscimenti per il suo manifestarsi contemporaneamente sia psicologo che motivatore.
Ma non un motivatore qualsiasi come quelli dei giorni correnti, tutti impettiti e pronti a sciorinare teorie kierkegaardiane; Alexander Chapman Ferguson era più che altro un misto tra la saggezza aristotelica e la brutalità degli highlanders. Un vero mix letale, che ha però decretato le fortune calcistiche ed umane dell’Aberdeen prima e del Manchester United dopo. Conosciuto come “il comunista” o “il testardo”, iniziò a sgrezzare il suo carattere da attaccabrighe sui ruvidi campi delle serie minori scozzesi, laddove si gioca sotto il nevischio e non fa poi così tanta differenza colpire la palla o la tibia di qualcuno.
Pronti e via: prima Harmony Row, poi Drumchapel fino alla soglia dei vent’anni, quando a fine allenamento il buon Alex andava ad aiutare il padre durante le sue attività artigianali e manifatturiere nella bottega di famiglia a Glasgow. Ed è proprio in quest’ambiente che il giovane laddie appassionato di football conobbe il suo soprannome definitivo, che lo accampagna ancora oggi quando migliaia di fan in delirio osannano le sue vittorie: Fergie. Dal padre, Ferguson ereditò non solo i tratti somatici ma anche il fervore sociopolitico, in un periodo durissimo in cui gli stessi sindacati preferivano sempre una sana rissa ai salotti ovattati in cui si sarebbe dovuto “elemosinare” un compromesso con i “padroni”.

La chiusura delle fabbriche a Glasgow avrebbe significato il salvataggio di altri poli siderurgici, magari nell’odiata Inghilterra (Southampton, Liverpool, Sheffield), oppure addirittura nella polemica Belfast; affronto più grande, per uno scozzese, non ci sarebbe potuto essere. E quindi, avanti popolo alla riscossa.
Tra un tumulto ed un turno massacrante sul lavoro, il football si pose come punto di arrivo per il burrascoso carattere di Fergie, che arrivò ai massimi livelli solamente dopo i vent’anni vestendo le maglie del St. Johnstone, del Farkirk e soprattutto degli amati Glasgow Rangers, la militanza nei quali venne percepita come un onore riservato a pochi. Ma la città di Glasgow significò anche il ritorno ai pub, ai litigi del Friday Night, alle contestazioni a questo o a quel politico, reo di aver spolpato fino all’osso la classe proletaria situata a Nord del Vallo. In molti avrebbero potuto pronosticare un Alex Ferguson destinato a chissà quale oblio, ma in realtà la sua vera vita era solo agli inizi. A fine carriera iniziò una sorta di tirocinio sulla panchina del St. Mirren, che però produsse ottimi risultati e lanciò Fergie alla ribalta mediatica.

Nel 1978 arrivò la chiamata dell’Aberdeen, società dalle grandi ambizioni ma che aveva sempre dovuto chinare la testa davanti ai Rangers ed al grande Celtic di quel periodo: i risultato che scaturirono da quella decisione a sorpresa furono più o meno discreti. Parliamo di tre Scottish Premier, in un periodo in cui togliere punti e trofei ad hoops e gers era davvero complicato. Ma il capolavoro arrivò nel 1983, con la vittoria in Coppa delle Coppe ai danni del Real Madrid, un sofferto ma inimitabile 2-1 nella fredda primavera di Goteborg.
Inutile stare qui a rimembrare i fasti vissuti a Manchester, nostro intento è chiaramente quello di far intendere la formazione morale e spirituale di Sir Alex: profondo spirito di rivalsa versotutti coloro che non hano rispetto del lavoro proprio ed altrui, e disciplina quasi militare negli allenamenti, proprio come durante i massacranti turni in fabbrica a Govan. Arrivato lui a Mancunia, quella meravigliosa e storica squadra, da troppo tempo a secco, seppe ripetere i fasti pantagruelici dell’epoca di Bobby Charlton e Georgie Best, grazie alla severa educazione tattica impartita a discepoli quali Beckham, Cristiano Ronaldo, Giggs e tantissimi altri.
Nella finale di Champions League di Barcellona, stagione 1998/99, c’è tutto Fergie: ad una manciata di secondi dalla fine, l’unico ancora a crederci.
Il resto è storia, anzi no, è poema epico-cavalleresco.

Gabriele Fumi