Se sul Mersey fosse già primavera…

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Photo by Getty Images

 

Non fosse per il freddo, la pioggia e l’autunno nel suo pieno svolgere, potremmo scrivere che la Premier è chiusa. Se al posto delle foglie gialle a terra ci fossero margherite e nell’aria temperature gradevoli, potremmo dire che con 8 punti di vantaggio al Liverpool manca solo l’artimetica. E invece non sarà così, perché se i reds dovevano fare il loro dovere, e l’hanno fatto, nello scontro diretto di Anfield che ha riempito i cuori rossi di grande gioia, dopo lo strepitoso 3-1 finale, non potevano altresì sperare che i conti si chiudessero a inizio novembre. Ce n’è ancora di strada da fare: c’è la Champions di mezzo, e quei mesi invernali che per Klopp sono sempre stati la tagliola a molte ambizioni. Che bella questa attesa trentennale, e stavolta invece che della caduta del Muro di Berlino si parla dell’ultimo titolo passato da Liverpool, anno 1990, giusto pochi mesi dopo l’apertura della capitale tedesca tra Est e Ovest. Ecco, diciamo piuttosto che dopo questa turgida prestazione già indirizzata dopo dieci minuti, c’è un tentativo di fuga serio come quelli di centinaia di berlinesi che tentavano di passare con ogni mezzo da oriente a occidente. La pausa per le nazionali del prossimo weekend permette al Liverpool di spegnere la luce sul comodino e farsi un buon sonno rilassato, mentre Guardiola forse non dormirà per due settimane. Il manager ha lodato comunque i suoi quasi come avessero vinto, strategia comprensibile per mettere acqua su ipotetici focolai.

E’ vero che il City ha giocato di spessore, non è mancato di qualità e ha schiacciato per la verità i rivali quasi subito, almeno fin quando il primo tiro in porta del match di Fabinho non si è infilato a mezza altezza spaccando la partita, ma da queste parti le sbandate si pagano caro. E quando ha cercato di infilare la porta, ha trovato sulla sua strada un grande Alisson, pur mancando in due individualità importanti quali De Bruyne e Sterling, almeno per gran parte del match. L’ex di turno si è acceso seriamente a una ventina di minuti dal termine, cosa che ha costretto Klopp a correre ai ripari piazzando alto Alexander-Arnold per cercare di tenere impegnato il City con la miglior difesa, ossia l’attacco. Non che abbia sofferto tantissimo a dire il vero il Liverpool una volta che gli ospiti hanno accorciato, la partita era già in ghiaccio, ma c’è stato da lavorare. Due menzioni su tutti: Mané, e non fa più notizia, oltre a timbrare la terza rete (non che sia Claudio Bravo l’assassino, ma è pur vero che senza Ederson qualcosina si paga sempre) sin dall’inizio ha letteralmente preso in mano la squadra correndo dovunque e andando ad aiutare i compagni quasi fosse un difensore più che un attaccante; e quel Lovren tanto bistrattato, che non aveva sfigurato nemmeno con il Leicester il 5 ottobre, e che oggi è addirittura salito di livello: la chiusura sulla conclusione di Sterling ne è la prova. Il balcanico ha garantito un muro invidiabile con il solito Van Dijk, senza far rimpiangere Matip. Chi l’avrebbe detto?

Guai però a stappare lo spumante sul Mersey. Prima di tutto perché il Liverpool è riuscito ad arrivare secondo con 97 punti l’anno scorso e poi perché mancano ancora troppe partite per poter essere certi della benevolenza di questi 8 punti. Vero è che una linea di demarcazione già c’è: un punto in due partite nello scontro diretto la scorsa annata (0-0 e 1-2), già tre quest’anno, in vista di un match di ritorno che all’Etihad sarà forse ancor più decisivo nell’economia del titolo. Attenzione, salvo non vi siano sorprese: il Manchester City, terza sconfitta in campionato (lo scorso anno furono 4 in tutto), è adesso al quarto posto con le mosche Chelsea e Leicester che gli ronzano intorno e danno non poca noia. Non eravamo più abituati a vederlo così “in basso”. Ma non sappiamo nemmeno più cosa voglia dire il Liverpool campione d’Inghilterra. Finisse oggi il torneo, con le margherite sui prati e le giornate assolate, avremmo la risposta.