Da poco tornato in campo all’età di 53 anni, è entrato prepotentemente nell’immaginario collettivo come insaziabile mastino in area di rigore. Stiamo ovviamente parlando di Stuart Pearce, “psycho” per tutti gli appassionati, difensore simbolo del calcio inglese degli anni Novanta (insieme a Gary Pallister) ed incrollabile obelisco di quel tipo di football tipicamente britannico fatto di tackle, di comportamenti “maschi” e di fisicità ai limiti del pestaggio.
Da quel suo ritiro, avvenuto nel 2003, Pearce non ha mai smesso di nascondere il suo amore smodato per il gioco del calcio, un’autentica ossessione che lo ha poi spinto dopo più di 10 anni a tornare sui suoi passi ed a firmare per il Longford AFC, squadra militante nella Gloucestershire Northern Senior League Division Two (Non League). Il motivo della scelta è stato assai semplice: lo stesso Longford deteneva infatti il record di tutto il Regno Unito per ciò che riguarda il numero di sconfitte consecutive, ben diciotto. Spinto quindi anche dalla voglia di sollevare un team così fragile e privo di carattere, Pearce ha optato per il ritorno nel rettangolo verde sui campi umidi e fangosi ma coperti di gloria della Non League.
“Un anno fa giocavamo davanti a un uomo con il suo cane e ora attireremo centinaia di persone per il debutto di Stuart Pearce” ha recentemente dichiarato uno dei dirigenti del team. Ma la storia di Psycho rimarrà per sempre legata alla sua squadra del cuore, il Nottingham Forest.
Nato come allievo di Brian Clough nel settore giovanile di City Ground, Pearce riuscì a divenire in breve tempo uno dei giovani calciatori preferiti dal grande maestro e da Peter Taylor, grazie a quel suo temperamento sanguigno ed irascibile, ma sempre così maledettamente fedele alla maglia ed utile in qualsivoglia circostanza. Caratteristiche, queste, tipiche della personalità di Psycho, talmente tanto attaccato alla causa da rasentare la maniacalità e con quel suo atteggiamento apertamente ostile verso la nullafacenza al punto da renderlo burbero.
Figlio della working class londinese, fin dalla sua infanzia fu temprato alle dure intemperie della vita sviluppando un carattere d’acciaio combattivo e testardo, grazie alla sua iniziale professione di elettricista che spesso lo portava a lavorare all’aria aperta esposto alle intemperie ed alle critiche polemiche della clientela che via via si faceva sempre più arrogantemente esigente. In un quadro del genere, il football era vissuto solo come una passione incondizionata ed un amore puro che serviva ad evadere dalle noie quotidiane.
Tipico inglese schivo e taciturno, trovò il suo ingresso nel football professionistico grazie al Coventry, squadra in cui approdò nel 1983 dopo aver fallito un provino con la squadra del suo quartiere, il QPR. Dopo un paio di anni tra alti e bassi vissuti con la maglia skye blues, arriva la chiamata del Nottingham Forest in cui Pearce riuscì ad entrare nelle grazie di Clough ed a debuttare con successo, fermandosi per ben dieci stagioni nel Nottinghamshire collezionando 63 reti in 401 caps (un bottino di gol magnifico per un difensore!).
Termina la carriera con altre due squadre dal caloroso seguito di pubblico, il Newcastle ed il West Ham, entrando anche nel cuore di tutto l’ambiente geordie ed hammers. Ma è al Forest che Stuart “Psycho” Pearce ha consacrato cuore ed anima, conquistando anche una League Cup e meritandosi i galloni da titolare al centro della difesa della nazionale.
Ed anche qui la sua fama non tardò a seguirlo, con partite tiratissime giocate in piena trance agonistica, piene zeppe di furiosi contatti fisici ed interventi old style. Impossibile dimenticare l’espressione con gli occhi spalancati da invasato dopo il rigore realizzato ad Euro 96 contro la Spagna, così come rimarrà nella storia la sua espressione delusa dopo il penalty sbagliato nella semifinale di Wembley contro la Germania davanti a tutta la nazione. Ma fu proprio a causa di quello sguardo spiritato che arrivò il soprannome “Psycho”.
La carriera di Stuart Pearce è costellata di numerosi aneddoti, il più famoso dei quali riguarda ciò che accadde quando un dirigente del Coventry si recò a visionare lo stesso Pearce durante una partita di serie minore: l’uomo decise di lasciare lo stadio dopo pochi minuti dall’inizio, avendo assistito ad un tackle truculento di Psycho. La leggenda vuole che, abbandonando l’impianto, l’osservatore dichiarò alla moglie una frase del tipo “andiamo via perchè ho già visto abbastanza”. Curioso capire le dinamiche psicologiche e sociali che comportavano un cambiamento così ampio nella personalità di Pearce, timido e di poche parole fuori dal campo, leader furioso e trascinante nel weekend.
Un fenomeno del genere, ammettiamolo, è capitato a tutti noi e continua ancora oggi, vuoi per chi gioca in campo, vuoi per chi è sulle gradinate. E’ il desiderio maledetto di lasciarci l’anima ogni volta che se ne ha voglia, a prescindere da quello che sarà il risultato finale, perchè la sensazione di appagamento che si prova dopo avercela messa tutta per compiere il proprio dovere è impagabile.
A volte la cortesia e la timidezza che caratterizzano l’esistenza di un uomo vengono ampiamente dimenticate al momento di indossare una maglia il Sabato o la Domenica pomeriggio, proprio come succedeva a Pearce. Ed è per questo che il possente mancino ha deciso di tornare a calcare i campi a 53 anni, per ricominciare a sentirsi immortale nell’anima attraverso quella pratica sportiva che così tanto contribuì alla formazione della sua personalità durante l’età delle giovinezza.
Nel suo caso la passione ed il sacrificio in allenamento hanno aiutato a sopperire a qualche evidente limite tecnico, anche se poi è sempre stato in possesso di un buon sinistro da fuori. Tutto questo ha contribuito a farlo diventare uno dei beniamini di Clough e di tutta la tifoseria del Forest che lo ha riaccolto con calore e giubilo nel 2014, quando lo stesso è tornato a City Ground in veste di allenatore. Come calciatore e come persona, Pearce si impegnò sempre a fondo per il Nottingham Forest, facendo sempre tutto il necessario per onorare l’impegno.
“I will do whatever it takes to win a football match” è una delle sue frasi più famose, testimonianza dello spirito genuino di quel mondo calcistico che tanto invochiamo.
Gabriele Fumi
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