FOCUS – “15 Aprile 1989: la verità sul disastro di Hillsborough”, intervista ad Indro Pajaro

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I nostri lettori storici e tutti i fanatici del mondo britannico che ci seguono quotidianamente, ricorderanno sicuramente la nostra intervista agli autori di “Local derbies in the UK”, spettacolare libro a cura di Indro Pajaro e Luca Garino.

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Ad un anno o poco più di distanza, il nostro amico Indro ha deciso di intraprendere un lavoro ambizioso ma al contempo veramente affascinante; l’umanità, con cui ha effettuato le operazioni di ricerca precedenti la stesura, ha lasciato noi di Passione Premier senza parole. L’opera, intitolata “15 Aprile 1989: la verità sul disastro di Hillsborough”, tratta ovviamente il tema dell’immane tragedia che mise in ginocchio due città, Liverpool e Sheffield.
(Per non ridondare il discorso ed evitare inutili ripetizioni, consigliamo di cliccare su questo link per leggere l’antefatto).
Una delle più truculenti tragedie legate al mondo del football internazionale sta per essere analizzata con puntiglio, mettendo in luce numerosi elementi medico-legali e tecnico-organizzativi nascosti all’opinione pubblica per troppi, troppi anni.

Ora, utilizzando un gergo calcistico, passiamo la palla ad Indro Pajaro, grande esperto di calcio britannico, con cui abbiamo l’onore di parlare per la seconda volta:

Innanzitutto ti voglio dare il bentornato su Passione Premier ad un anno di distanza, periodo in cui tu e Luca Garino ci parlaste della vostra opera, “Local derbies in the UK”. Quali esperienze hai avuto da quel giorno in poi?

“Vi ringrazio per lo spazio concesso attraverso questa intervista. Dopo “Local derbies in the UK” ho iniziato a frequentare un master in Giornalismo a Milano. Ho terminato a giugno il primo e a novembre comincerò il secondo. Nel frattempo sto svolgendo uno stage a Rivista Undici”.

Quello di Hillsborough è un argomento che mi sta molto a cuore da sempre. Come nasce la tua voglia di trattarlo? Sei tifoso del Liverpool?

“Ho scelto di affrontare il disastro di Hillsborough perché sentivo il bisogno di raccontare una vicenda poco conosciuta all’estero, ma di vitale importanza per l’impatto che ha avuto sull’evoluzione del calcio inglese. In Inghilterra è stato infatti un tema molto discusso, di cui tuttora si continua a parlare. In Italia, invece, c’è ancora poca informazione a riguardo: giornali e siti d’informazione si sono giusto limitati a riportare la notizia della fine dei processi lo scorso mese di aprile, ma nessuno si è mai preso la briga di indagare sul reale andamento dei fatti. Con il tempo e grazie a molte letture in lingua originale, ho scoperto verità a lungo nascoste che ho deciso di descrivere, senza i filtri e le censure che a lungo avevano dominato l’opinione pubblica inglese. Stranamente, non sono tifoso del Liverpool. Simpatizzo, al contrario, per il suo acerrimo rivale: il Manchester United, passione nata guardando le prime partite su Sky Sport, quando nel club giocavano i giovanissimi Rooney, Cristiano Ronaldo e gente come Van Nistelrooy, Scholes e Ferdinand”.

Perché le autorità raccontarono una versione completamente diversa da quella dei testimoni oculari e dei sopravvissuti?

“Mentirono perché si accorsero sin da subito di aver sbagliato, trovando nei tifosi i soggetti perfetti cui addossare ogni responsabilità. Materialmente fu David Duckenfield, sovrintendente capo della polizia a Sheffield che ordinò di aprire il Gate C, a provocare il disastro. Resosi conto dell’errore commesso, anziché scusarsi e riconoscere la propria mancanza – gesto che avrebbe sicuramente cambiato la percezione assunta negli anni da questa tragedia – scelse di accusare i tifosi del Liverpool di aver sfondato i cancelli. All’epoca, in pieno clima hooligan, era una mossa conveniente perché per la stampa e la politica ogni disordine che accadeva negli stadi era attribuibile ai tifosi ubriachi e violenti. Spesso era effettivamente così, ma a Hillsborough le cose andarono in maniera diversa”.

Un tuo giudizio sulla politica interna di Margareth Thatcher.

“Difficile dare un giudizio super partes, soprattutto perché non ho potuto vivere quel periodo. Come spesso accade un po’ ovunque, la sua politica ha favorito alcune classi sociali, in questo caso quelle più borghesi, sfavorendone altre, nella fattispecie la working class. La Thatcher era fortemente conservatrice e una convinta sostenitrice del liberismo. Liverpool, al contrario, era una città proletaria, laburista e fortemente legata alle attività commerciali del suo porto. L’Iron Lady si dimostrò intransigente verso i sindacati, rendendo addirittura quasi illegale lo sciopero, e promosse una serie di riforme rivolte principalmente ai ceti abbienti della società inglese. Sotto il suo governo furono infatti chiuse molte fabbriche e la disoccupazione tra le fasce del proletariato raggiunse picchi mai visti prima, soprattutto nel Merseyside, scatenando il malcontento popolare. Nella periferia di Toxteth, per esempio, si registrarono violenti scontri nel 1981 tra manifestanti e polizia. Negli anni seguenti, la Thatcher pensò addirittura di abbandonare la città ad un declino pilotato.
C’è però un fatto che più di tutti spiega il suo tormentato rapporto con Liverpool: a partire dal 1979, la Thatcher tolse lentamente i sussidi alle città del Nord, storicamente quelle meno ricche del Paese, iniziando un programma di tagli salariali. A farne maggiormente le spese fu proprio Liverpool, abbandonata al proprio destino nel momento in cui le sue industrie cominciarono ad andare in declino e incapace di inserirsi attivamente nel meccanismo del libero mercato. Per tutta risposta il governo, anziché fornire aiuti statali, preferì aumentare del 45% gli stipendi delle forze dell’ordine”.

Parlando tra noi senza filtri, cosa successe veramente quel tragico 15 aprile del 1989?

“Sarò sintetico, perché per spiegarlo bene mi ci è voluto un libro intero. Quel giorno entrarono in azione, in maniera più o meno diretta, i tre grandi problemi che da tempo affliggevano il calcio inglese: il fenomeno hooligan, stadi fatiscenti e la pessima gestione dell’ordine pubblico. A Hillsborough la polizia sbagliò a controllare il flusso di tifosi del Liverpool che si stavano avvicinando alla Leppings Lane, il settore loro riservato, contribuendo alla formazione di una pericolosa ressa davanti ai tornelli. Per alleviare la calca, ed evitare il degenerare della situazione, furono aperti tre grossi cancelli d’acciaio, tra cui il Gate C, che conduceva a un tunnel lungo e stretto dove entrarono migliaia di persone. Molti furono calpestati dalla folla che premeva per entrare, altri ancora vennero schiacciati contro le recinzioni del campo da gioco. In quei tragici attimi morirono 94 persone. Il resto è una brutta storia fatta di bugie, depistaggi e false accuse, che vedevano negli hooligan il perfetto capro espiatorio da dare in pasto a stampa e politica, scese in prima linea a criminalizzare i tifosi del Liverpool”.

La teoria del capro espiatorio è vecchia quanto lo è il mondo: ma perché tutta questa assenza di sensibilità?

“Perché faceva comodo addossare tutte le responsabilità ai tifosi del Liverpool. Erano anni difficili per il calcio inglese, dove i disordini negli stadi erano all’ordine del giorno. C’erano giù stati dei morti in passato, ma nessun episodio era mai stato rilevante come Hillsborough. Serviva dare una scossa, impartire una lezione ai tifosi, che all’epoca erano considerati «bestie che avevano creato la loro tana all’interno degli stadi»“.

Hai avuto modo di confrontarti con qualche lads del Mersey durante la stesura del tuo libro?

“Sì, e di questo ne vado molto fiero. Per dare maggiore autorevolezza e credibilità al lavoro, sono andato qualche giorno a Liverpool dove ho parlato con la gente del posto, tra cui Margaret Aspinall, presidente del comitato di sostegno ai parenti delle vittime (Hillsborough Family Support Group) che a Sheffield perse il figlio James di soli 18 anni. Ho anche conosciuto Kevin Sampson, personaggio molto noto e rispettato a Liverpool in quanto autore di libri sull’argomento e ho anche incontrato un tifoso che sopravvisse al dramma di Hillsborough. Inoltre, mi sono avvalso delle testimonianze di alcuni tra i più apprezzati giornalisti e telecronisti italiani, che ancora oggi non smetto di ringraziare per la loro disponibilità”.

Potresti spiegare brevemente ai nostri lettori l’iter legale e burocratico della vicenda, e la sua conclusione?

“Partirò dall’inizio: subito dopo il disastro, un coroner (pubblico ufficiale con funzioni giudiziarie, spesso di professione medico, che nei paesi anglosassoni indaga sui casi di morte violenta o per cause ignote) si occupò del caso. Dal momento che tutti erano convinti della colpevolezza dei tifosi del Liverpool, la scelta di affidarsi alla giurisdizione speciale della coroner’s court era volta esclusivamente a comprendere le circostanze dei decessi, non a trovare i responsabili. Si cercava di capire solo come le persone avessero perso la vita, non chi le avesse uccise. La prima inchiesta del 1991 si concluse con il verdetto di morte accidentale. I parenti delle vittime lamentarono la manomissione delle prove – cosa in effetti vera, come si dimostrò parecchio tempo dopo – e chiesero l’annullamento della sentenza. La loro richiesta fu respinta nel 1993. Quattro anni più tardi, in seguito allo scalpore destato dal documentario Hillsborough, il governo ordinò la raccolta di nuove testimonianze per verificare se ci fossero gli estremi per riaprire il caso. Il materiale ottenuto fu però giudicato insufficiente. I familiari ricorsero dunque all’accusa privata contro Duckenfield e il suo vice Murray, ma senza successo. Soltanto nel 2012, dopo una petizione dei tifosi del Liverpool, il governo Cameron annunciò la riapertura del caso, stavolta affidato a una commissione d’inchiesta indipendente che portò alla stesura di un report dove si confermò quanto a lungo sostenuto invano dai parenti delle vittime. Furono infatti rivisti tutti gli atti processuali, resi per la prima volta di dominio pubblico, che evidenziarono l’alterazione dei documenti e chiarirono definitivamente che i tifosi del Liverpool non furono in alcun modo responsabili del disastro. Si appurarono invece le responsabilità e la manipolazione delle testimonianze da parte della polizia e i soccorsi tardivi. Pochi mesi dopo venne annullata la sentenza del 1991 e si fissò l’apertura di una nuova e definitiva inchiesta, cominciata nel marzo 2014 e terminata nell’aprile 2016. Il verdetto stabilì che i tifosi del Liverpool furono uccisi illegalmente dalla polizia e che i responsabili materiali Duckenfield e Murray potrebbero essere perseguiti penalmente entro la fine dell’anno. Dopo 27 lunghi anni, era stata finalmente resa giustizia verso un’intera città”.

Gabriele Fumi, intervista a cura di

Gabriele Fumi