Sabato 13 Settembre 2014, Londra, Inghilterra.
Al minuto 72 del match contro lo Swansea, lo Stamford Bridge è tutto in piedi. I tifosi Blues, in estasi, urlano ossessivamente un nome: “Diego”! L’acclamato sta uscendo dal campo perché José Mourinho, con il risultato in cassaforte, ha deciso di fargli riscuotere il giusto tributo. Non si tratta del più famoso Diego della storia del calcio: quando El Pibe de Oro era al suo apice, il Chelsea si barcamenava in zona retrocessione, e non rappresentava di certo un’attrattiva.
In un giorno di Settembre del 1988, un altro José stava litigando con la moglie. Si trattava di decidere il nome del loro secondogenito, che sarebbe nato di lì a breve. Dopo qualche ora di battaglia, la signora aveva la meglio e persuadeva il marito a rinunciare alla strampalata idea di chiamare il bambino “Maradona”.
«Siamo in Brasile, non sarebbe prudente…» gli aveva detto, buttandola furbescamente sul tema della sicurezza personale.
«E va bene, allora vada per Diego… E basta discutere!»
Il signor Da Silva Costa era un agricoltore, come tanti altri a Lagarto, Stato del Sergipe, nord-est del Brasile, terra di canne da zucchero che deve il suo nome al termine tupi per definire il granchio. Invece il simbolo della capitale, Arcaju, è per l’appunto il caju, frutto non bellissimo a vedersi, ma di cui viene utilizzato praticamente tutto (il succo, la polpa, l’anacardo, la corteccia dell’albero dal quale nasce, le sue foglie, i fiori e il legno): una perfetta metafora della condizione contadina.
In quel contesto, l’adolescente Diego inseguiva il sogno di diventare un campione, sottraendosi ad una vita di privazioni. Il suo primo contratto lo firmava con il Barcelona Esportivo Capela, nato per omaggiare il glorioso club catalano, ma militante nella quarta serie del campionato paulista: menos que un club. Poi, l’avventura in Portogallo, acquistato dal Braga e prestato al Penafiel, club minore guidato da Rui Bento, campione del mondo Under 20 nel 1991 insieme a tali Luis Figo e Rui Costa: insomma, uno che doveva avere un certo fiuto per il talento.
Proprio Bento, nel 2007, presso il Comunale di Braga, incontrava Jesus Garcia Pitarch e Julian Munoz, rispettivamente osservatore e segretario tecnico dell’Atletico Madrid, e li convinceva a prolungare il loro soggiorno: «dovete proprio venire a vedere il mio centravanti!». Il 19enne Diego Costa otteneva così il contratto della vita.
Le cose, però, non andavano come il ragazzo, bad boy in campo e pigro nelle sessioni d’allenamento, sperava. Prestiti, prestiti e prestiti: Braga, Celta Vigo, Albacete, Valladolid. Nel 2010, la decisone di cederlo in Turchia, mancava solo la firma. Poi, non era lui a partire, ma il crociato.
La svolta. Il recupero, sei mesi e 10 gol al Rayo Vallecano, un anno da colchonero a fare la fascia (davanti c’era un certo Falcao), la completa maturazione, l’ascesa a faro emotivo dello straordinario gruppo del Cholo Simeone, lo storico trionfo nella Liga e la cocente delusione nella finale di Champions. Infine Londra, ed i 7 gol nei primi quattro match di Premier: non male.
Negli anni ’30, un altro figlio di contadini del Sergipe decideva di cercare il proprio riscatto personale: Virgulino Ferreira Da Silva, il Jesse James brasiliano. Deciso a vendicare l’uccisione del padre, rapidamente diventava il leader del Cangaço, movimento sociale nato per combattere quel Coronelismo che umiliava ed affamava gli strati più poveri della popolazione. Bandito gentiluomo, futuro protagonista di innumerevoli libri, racconti, film, soap e canzoni, si guadagnava ben presto il soprannome di Lampiao, in quanto il suo fucile sparava così tanto, e con tale rapidità, da sembrare una lucerna che illuminava gli assalti notturni alle fattorie dei ricchi. Nel 1938, la polizia crivellava di proiettili lui e la sua donna, la banditessa Maria Bonita. La sua testa veniva tagliata ed esibita al pubblico nella città di Piranhas.
Al giorno d’oggi, lo sport più bello del mondo rappresenta anche uno strumento d’affrancamento certamente meno cruento. Può accadere, ad esempio, che un ragazzo brasiliano d’umili origini diventi l’idolo della Londra bene. Ecco perché sarebbe bello che non si parlasse soltanto di fuorigioco millimetrici e di presunti rigori non concessi.
D’altronde, come dice uno che ne capisce, “chi sa solo di calcio, non sa niente di calcio”.
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