Ripercorriamo 132 anni di storia del Leicester City Football Club, partendo dalla passione per il football di un gruppo di studenti vissuti oltre un secolo fa, fino ad arrivare alla pazzesca vittoria del titolo con due giornate di anticipo. Passando per un intermezzo di coppe, retrocessioni, dissesti finanziari e rimpianti
Leicester, cittadina ultimamente nota per i recenti fasti epici di Ranieri, è stata per lungo tempo una località trascurata e quasi caduta nel dimenticatoio, malgrado alcuni suoi aspetti caratteristici.
Entrata nell’immaginario collettivo come agglomerato urbano pieno zeppo di phone center asiatici e di appartamenti-dormitorio per metalmeccanici (steel-workers), presenta comunque dei tratti paesaggistici gradevoli: come non citare il sempreverde Abbey Park, popolato dalle simpaticissime volpi rosse divenute le mascotte della città.
Un’altalena di considerazioni, quindi, molto simile allo stesso sali-scendi a cui la squadra ci aveva abituato nel corso degli anni. Ma così come per la città, anche la squadra ha una storia ricca di aneddoti e di curiosità da seguire.
Ed è proprio qui che la narrazione sulle origini si fonde con svariate leggende metropolitane e ci riporta indietro fino al lontano 1884. Il team venne inizialmente denominato “Leicester Fosse”, proprio perchè il campo (o presunto tale) era collocato in Fosse Road; in quello stesso anno un gruppo di ragazzi provenienti dalla Wyggeston School scelsero di trascorrere il loro free time nella maniera più consona a tutti i giovani Britannici dell’epoca, vale a dire giocando a football come se non ci fosse un domani. Una volta formato quello che possiamo tranquillamente definire una sorta di concilio ristretto, con modalità quasi “carbonare” (esempio usato solo per rendere l’idea, non è un accostamento), i baldi giovani scelsero di collocare la propria sede in una sorta di gazebo da giardino posto all’incrocio con la già citata Fosse Road. E senza tornare ulteriormente indietro nel tempo per perdersi in inutili aneddoti di epoca romana, dobbiamo però dire che effettivamente il Leicester sull’originario terreno natio disputò solo pochissimi match, trasferendosi poi a Victoria Park (chi conosce la città saprà anche che in questa zona sorge ora il monumento in onore dei caduti in guerra, sia civili che militari).
Il terreno risultava però essere non-idoneo per il gioco del football, in quanto le recinzioni (considerate parte integrante del campo) erano mancanti; la squadra si trasferì allora a Belgrave Road, nella periferia Nord della città di Leicester. L’impianto risultò essere “a norma”, ma con il solo piccolo dettaglio riguardante la mancanza degli spogliatoi: i ragazzi in blu dovettero così adattarsi ad utilizzare i raffinati servizi igienici di un hotel situato nelle vicinanze. La squadra riuscì ad organizzarsi “alla meno peggio” per due stagioni, ma dovette poi subire lo sfratto da parte della (molto) più quotata squadra di rugby, facendo così mestamente ritorno a Belgrave Road. Ma la situazione non accennò a migliorare, e nelle stagioni successive arrivarono tantissimi “cambi di domicilio”,tra cui quello nel famoso Mill Lane.
Ed arriviamo così nel 1871, anno in cui iniziarono i lavori per la realizzazione di quello che avrebbe dovuto essere a tutti gli effetti uno stadio di proprietà per il Leicester Fosse: il nome scelto per quell’impianto fu Filbert Street. Nel 1920 venne affrontata l’altra questione spinosa, quella del nome, e finalmente il poco consono suffisso “Fosse” venne sostituito con l’attuale “City”, molto più adatto a sposarsi con quella che è poi divenuta a tutti gli effetti una comunione rappresentativa con la città. Nome, colori, stadio e stemma: cosa manca ancora? Un inno in grado di catalizzare l’entusiasmo dei tifosi, fomentandoli fino allo stremo al momento della discesa in campo dei calciatori.
Si decise quindi di inserire nel prepartita il cosiddetto “Gallop Corn Post”, vale a dire una ballata suonata con la tromba che fino ad allora veniva folkloristicamente utilizzata per salutare i forestieri appena giunti in città. Ad eseguirlo un dipendente della società abbigliato secondo i crismi della tradizione delle Midlands: blazer bluette con cappellino cilindrico.
Ma è solo durante la decade 1920-1930 che il nome del club iniziò ad entrare nel bagaglio di conoscenza dei britannici, e quasi esclusivamente grazie ad Arthur Chandler, bomberone originario di Paddington e capace di mettere insieme la bellezza di 259 goal in 393 (uno dei recordman più longevi del Leicester). Assolutamente da menzionare quindi la stagione 1928/29, in cui le foxes riuscirono a strappare con le unghie e con i denti un prestigioso secondo posto del podio, alle spalle del molto più quotato (all’epoca) Sheffield Wednesday: di fatto questo rimarrà il miglior piazzamento di sempre della squadra sino al 2015/16.
Dopo tutta una serie di alti e bassi, promozioni e retrocessioni, arriviamo di prepotenza negli anni Cinquanta dove iniziò a nascere l’astro di Arthur Rowley, mancino purissimo con un senso del gol invidiabile, quasi una sorta di Shearer con il sinistro educato alla Le Tissier. Londinese di Fulham, fu uno dei pionieri assoluti in quanto a metodologia di vita sociale: troppo caotica la capitale, con il suo traffico ed i suoi svariati milioni di abitanti. Meglio spostarsi verso le aree centrali dell’Inghilterra, e la sobria Leicester si rivelò essere la scelta più giusta che Rowley avesse potuto fare. Grazie anche alla sapiente gestione tattica dei manager Dave Halliday prima e Matt Gilles dopo, il pubblico di Filbert Street inizò a togliersi qualche sassolino dalle scarpe.
Il Leicester infatti raggiunse per due volte la finale di FA Cup (1961 e 1963) senza però riuscire ad alzarla al cielo di Wembley ma, in compenso, arrivò la vittoria in League Cup contro lo Stoke City. Verso la fine dei Sessanta arrivò sulla panchina un tale Frank O’Farrell, che regalò al club l’ennesima finale di coppa in appena un decennio: le Foxes si dovettero però arrendere al cospetto del Manchester City. Da lì in poi ricominciò incessantemente l’effetto “Jo-Jo”, vale a dire il continuo saliscendi dalla prima alla seconda divisione e viceversa, fino ad arrivare addirittura al 1995.
Siamo alla metà degli anni Novanta, ed il Leicester sembra riuscire finalmente a trovare un po’ di stabilità in Premier League, riuscendo addirittura a vincere due League Cup contro il Boro e contro il Tranmere Rovers (grazie soprattutto al carisma travolgente dello storico capitano Matt Elliott).
Dopo una clamorosa sconfitta contro il Tottenham, ancora una volta in League Cup, ancora una volta in finale, iniziò una nuova fase di burrasca in quel di Filbert Street.
O’Neill e Peter Taylor si avvicendarono sulla panchina senza però lasciare traccia, con la lotta per la salvezza che si stava facendo sempre più agguerrita nel corso degli anni.
Puntuale come un orologio svizzero arrivò quindi l’ennesima cocente retrocessione, acuita oltretutto dai crescenti problemi societari, indebitamenti vari e gestione controllata; e fu solo grazie ad una cordata guidata dalla grande bandiera Gary Lineker che le casse del club riuscirono a trovare un pochino di ossigeno vitale.
Nel 2003 arrivò il trasferimento al King Power Stadium, visto come indispensabile per aumentare fatturato ed introiti, cercando di tenere il passo con gli altri club anche di livello medio-alto. Il resto è storia recente, con il Leicester in grado di conoscere alti e bassi come mai successo nella sua secolare storia. Dalla retrocessione in League One (la “punizione” fortunatamente durò soltanto un anno perché quel campionato non venne vinto ma stravinto, soltanto 4 sconfitte con un’incredibile differenza reti di +45), al ritorno in Premier League via Championship, fino alla clamorosa salvezza raggiunta nella stagione 2014/15.
Il 2014 sembrava poter essere un anno tranquillo per il Leicester dell’allora tecnico Nigel Pearson, nessuna sconfitta nelle amichevoli pre-stagionali e due vittorie di prestigio contro Everton e Werder Brema, insomma tutto ciò faceva veramente ben auspicare, se poi sommate che arrivò anche un certo Esteban Cambiasso, beh, si viveva davvero un’aria felice. Qualcosa però nei meccanismi dell squadra non deve aver funzionato, 9 punti in 7 partite (e qui direte non male dai) ma poi? Poi una catastrofe, perché alla 13° giornata le Foxes abbracciarono l’ultima posizione in classifica e qui i tifosi iniziarono a “pensar male” ed a rivivere gli spettri del passato di un’ennesima retrocessione in Championship. Passano 16 giornate e la situazione non cambia, 9 punti in 16 giornate non lasciano ben sperare, i tifosi intanto si preparano a retrocedere, si i tifosi ma non la squadra, perché qualcosa alla 30° giornata cambiò e nelle ultime 9 partite arrivarono ben 22 punti frutto di 7 vittorie, 1 pareggio ed 1 sconfitta, bottino che non solo salvò la squadra ma la fece arrivare addirittura 14°.
Poi l’impensabile….
Avete presente quando si è bambini e quando si sogna ad occhi aperti? Di preciso quando si sogna di diventare grandi e di scrivere pagine di storia, delle pagine che verranno ricordate per sempre da tutti?
Ma questa è un’altra storia, che oltretutto è possibile trovare, leggere e conservare solamente cliccando nel seguente link!
Gabriele Fumi
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