FOCUS- Splendori e miserie dell’Usignolo di Kiev

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Istruzioni per l’uso: si consiglia la lettura con questo sottofondo dal minuto 8:25                   https://www.youtube.com/watch?v=YWlsLJlpyPU

Non appena ebbi il raziocinio necessario per collegare al loro superpotere i soprannomi dei miei eroi che combattono come gladiatori nell’arena a sfondo verde o disegnano arcobaleni attraverso “le mani posteriori, divenute volgarissimi piedi da qualche milione di anni”1, incappai quasi immediatamente in uno stop degno dell’italica A.N.A.S. Passai agevolmente sul “Fenomeno”, dopo un po’ di informazioni compresi anche “Pinturicchio”, “Re Leone” era scontatissimo ma quando mi trovai di fronte all’ormai carissimo “Usignolo” tutto andò in frantumi. Solo anni dopo, quando il raziocinio aumentò e l’usignolo volò via dal nido, finalmente capii. Sapete, il canto dell’usignolo viene definito cosi: “L’usignolo canta bene, con toni chiari e forti. Il suo canto è considerato tra i più belli e i più complessi degli uccelli canori ed è composto di strofe di toni singoli e doppi densamente allineati l’uno all’altro.” Basta sostituire qualche verbo e modificare qualche parolina qui e là ed ecco a voi la definizione e il ritratto di uno dei più grandi attaccanti di quando o cosa, decidetelo voi: Andrij Mykolajovyč Ševčenko.

Sicuramente non ammaliava come “Ronaldo quello vero”, ma nascondeva un segreto che in realtà durò poco: impossibile non accorgersene. Nel percorso che da Dvirkivščyna, villaggio di 390 abitanti dove nacque il 29 Settembre 1976 (Auguri Sheva!), lo portò al primo allenamento a Milanello nel Luglio 1999 è evidente l’esistenza di un momento in cui qualcosa è cambiato, una sliding doors che rovesciò tutto; fu ovviamente l’incontro con l’eminenza del calcio d’oltrecortina, il colonnello Lobanovskij, che pronti via lo attacca al muro degli spogliatoi della mistica squadra della capitale ucraina, la Dinamo Kiev, dove il nostro uccellino era nel frattempo già arrivato per manifesta superiorità nei confronti di un buon 99,9% del resto dei connazionali coetanei. Basta sigarette, basta scorribande con l’auto in centro, basta giocare da solo, passa quel maledetto arnese di cuoio anche ai compagni, tanto saranno obbligati a ridartela se vorranno vincere! Ah, quasi dimenticavo, se non concludi o malauguratamente vomiti alla fine della salita della morte sarai titolare del posto di “centropanchinaro destro”. Si, la salita della morte, una ripetuta al 18%, talvolta da effettuare con un compagno sulle spalle, che ha mietuto centinaia di “vittime”. Superfluo precisare che in Shevchenko scatta una molla impressionante e comincia un volo senza freni che lo porterà direttamente al dischetto di Manchester. Per inciso, non vomitò mai.

Biglietto da visita niente male quello con cui atterrò a Milano: capocannoniere dell’amata e odiata Champions League e l’ancor lucido ricordo della tripletta al Camp Nou del Novembre 1997. Doveva essere la risposta per i tifosi rossoneri a Ronaldo, suo antitetico perfetto sia in campo che per le traiettorie d’esistenza; fin dall’inizio furono evidenti le differenze tra Shevchenko e gli altri: non era il più veloce, non era il più potente, non era il più furbo, non era il più funambolico… ma allora cos’era Sheva? Era semplicemente tutto, aveva di tutto un po’, un q.b. (come nelle ricette) di ogni attitudine fondamentale per un attaccante di inizio millennio. E cominciò a trascinare il Milan, la storia è nota: Capocannoniere in Serie A al primo anno (24 goals davanti Batistuta e Crespo, mica bruscolini), 34 tra campionato, Coppa Italia e Champions nel 2000-01, dimezzati nel 2001-02…tutto molto bello, ma trofei zero spaccato. Poi arriva Carletto e avviene il secondo decollo con la maglia del Diavolo con Champions League con rigore decisivo nella finale tutta italiana contro la Juventus a Manchester nel 2003, Coppa Italia 2003, gol decisivo nella Supercoppa Europea 2003 contro il Porto di Josè Mourinho, Scudetto, tripletta in Supercoppa italiana, titolo di capocannoniere della serie A 2004 e finalmente anche il Pallone d’Oro.

La stagione 2004-05 continua sui grandi livelli fin qui espressi sia dal singolo che dalla squadra, infatti arriva la finale di Champions ad Istanbul contro il Liverpool. Tutto ok, il Milan è più forte e rodato tant’è che a fine primo tempo è avanti 3-0. Poi succede quello che nella mente di molti (inclusa la mia) non è mai successo: gli inglesi fanno 3-3 in sei minuti e portano il Milan ai rigori. Sheva come sempre batte l’ultimo ma dalla rincorsa si intuisce che l’occhio della tigre è sparito, il canto è flebile come il tiro che il polacco Dudek non fa nessuno, ma proprio nessuno sforzo a respingere. E la Coppa se ne va. Ovvio, qualcosa si rompe, se non si era già rotto prima. Fa un’altra stagione da 28 gol, raggiungendo il secondo posto all time tra i marcatori rossoneri dietro all’indimenticato Gunnar Nordhal e trascina la sua nazionale alla prima storica qualificazione ai Mondiali 2006 (chiuderà nel 2012 dopo 18 anni con 111 presenze e il record nazionale di 48 gol) ma non è lo Shevchenko che il popolo rossonero ha sempre ammirato e osannato. Poi quella vocina che da 2-3 anni circola si abbatte su Milano: “Lascio per motivi familiari, ringrazio la società per tutto quello che mi ha dato e anche perché mi ha ascoltato e ha valutato la mia volontà di trasferimento. Non c’è un problema di rapporti e men che meno un problema economico”.

Traduzione: vado via perché mia moglie ha deciso così, a Londra c’è il mio amico Abramovich che mi accoglierà a braccia aperte nel suo Chelsea e la mia famiglia lì sarà felice ma io forse no perché amo il mio Milan.

Per farla breve Sheva partì nel Luglio 2006 e due anni dopo The Sun definì il suo acquisto il peggiore degli ultimi dieci anni. Il rapporto con Mourinho non spiccò mai il volo, troppo diversi, lo status di “amichetto” del presidente del club non lo agevolò nello spogliatoio di autentici leoni al soldo dello special one. Qualche gol arrivò, 22 in 77 caps con i Blues ma non sarà mai nemmeno lontanamente protagonista. Nessuno lo vuole, nessuno lo ama e lui non ha più la forza per scacciare un tale fardello. Nel 2008-09 tornerà per un anno in prestito al Milan, mesi utili solo per confermare l’avvenuta e inevitabile discesa dell’immenso campione che fu, per un certo periodo il più forte di tutti. Torna al primo nido, tre anni alla Dinamo Kiev per dire basta nel 2012.

Gli ultimi anni della sua carriera e il suo ritiro sono stati vissuti dal mondo del calcio che tanto lo aveva amato quasi con distacco, indifferenza ma in fondo ciò era scritto nel suo DNA, nel suo più romantico soprannome…. chi si accorge più di un usignolo che smette di cantare la sua melodia e va via da un albero?

Titolo liberamente ispirato a: E. Galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio, Sperling & Kupfer, 1997

1 Gianni Brera, Da Maradona, genio peccatore, la Repubblica, 12 aprile 1991.