The Beatles Reds Corner – Hey Jude – Song 5

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Hey Jude
Provo a chiudere gli occhi per un istante e immagino di avere un seggiolino vuoto nella curva della KOP di Anfield. Mi siedo. Le squadre stanno per fare il loro ingresso in campo, il pubblico comincia ad alzarsi in piedi per accogliere i propri beniamini. Mi alzo in piedi anche io. Sciarpe spiegate, bandiere al vento, testa alta e cuore a mille, parte l’inno:
“Hey Jude, don’t make it bad
Take a sad song and make it better
Remember to let her into your heart
Then you can start to make it better..
.. And anytime you feel the pain
Hey Jude, refrain
Don’t carry the world upon your shoulders…”
Un signore anziano mi da una pacca sulla spalla, facendomi capire di essere fuori dal coro e indicando l’orecchio con un dito, mi invita ad ascoltare cosa stanno cantando:
“When you walk through a storm
Hold your head up high
And don’t be afraid of the dark
At the end of the storm
There’s a golden sky
And the sweet silver song of the lark”
Sono confuso, mi guardo intorno e penso: com’è possibile che nella città natale dei Beatles, l’inno del Liverpool non sia una canzone dei Beatles? Ma la domanda ancora più inquietante è: com’è possibile che una canzone dei Beatles, simboli di Liverpool, sia uno degli inni di una città che non è Liverpool?
Hey Jude è un brano scritto da Paul Mc Cartney nel 1968, sull’interpretazione del suo testo ci sono varie versioni, molti dicono sia dedicata al primo figlio di John Lennon (Julian Lennon) avuto dalla prima moglie Cynthia Powell di cui Paul e la sua compagna erano molto amici. Il testo sembrava rassicurare il piccolo Julian che tutto sarebbe andato bene e che l’arrivo di Yoko Ono fosse un occasione che la vita ti dona per metterti alla prova. Il ritmo del pianoforte suona come una ninna nanna, alternato, dolce. Le parole scorrono inesorabili, incisive, cariche di significato, ma molto delicate.
In varie occasioni nell’Etihad Stadium, casa del Manchester City, i tifosi hanno intonato questa canzone e l’atmosfera è diventata subito incredibile, emozionante, un popolo in una sola voce. Manchester non è di certo a secco di musica, specialmente sulla sponda del City, dove ormai da tempo i “vecchi” Oasis (leggi “fratelli Gallagher”) hanno monopolizzato i cori e le sigle di ogni partita all’Etihad, ciò nonostante è stata riconosciuta la grandezza di un brano come Hey Jude.
Sbirciando però tra la storia musicale di Liverpool scopro un particolare interessante, una dichiarazione di Sir Mc Cartney in cui affermava che i Beatles, nei primi mesi di carriera, vedevano Gerry and The Pacemakers, autori del brano “You’ll never walk alone”, come i principali rivali musicali. Si intende quindi quanto nel 1963 il gruppo fosse radicato nella cittá e quanto le parole di quel brano (in realtá composto nel 1945 da una coppia di musicisti americani e poi riproposto in varie versioni da molti artisti) avessero ormai toccato le corde più intime dei tifosi del Liverpool che lo intonano prima di ogni partita dal lontano 1965.
I Beatles giá dal 1964 cominciarono ad uscire dalle porte di Liverpool e a fare tour musicali in America e in altre parti del mondo. Gli scousers sentivano che, come quando si lascia andar via da casa un figlio ad inseguire i suoi sogni, i Beatles, sebbene la casa natale rimanesse sempre e comunque Liverpool, erano diventati ormai di tutti. Gerry and The Pacemakers no, “You’ll never walk alone” no, era ed è ancora oggi una creatura in fasce da tenere in braccio e difendere.
È l’inno del Liverpool, è la poesia più bella, è l’incoraggiamento più grande che un tifoso può regalare ad un giocatore. Tutto ciò non finirá mai.
“Walk on, walk on, with hope in your heart, and you’ll never walk alone. You’ll never walk alone.”
Simone Ferracci