Cosa porta Mikel Arteta all’Arsenal?

Il nuovo manager dei Gunners è stato annunciato. Considerando l'umore attuale all'Emirates ci chiediamo: cosa porta Mikel Arteta all'Arsenal?

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Mikel Arteta presentato all'Emirates. Photo by Getty Images

L’arrivo di Mikel Arteta all’Arsenal non ha di certo costituito una sorpresa a tutto tondo. Già da giorni si rincorrevano le voci su un suo arrivo all’Emirates, e l’annuncio ufficiale di oggi sul sito web dei Gunners chiude il cerchio per il nativo di San Sebastian che, da già da domenica, prenderà il comando delle operazioni. La domanda però che tutti noi ci facciamo è: cosa porta effettivamente Mikel Arteta all’Arsenal?

Il cervello del centrocampo

La carriera di Arteta da calciatore non si sviluppa solamente in un paese. In Inghilterra il basco gioca per la maggior parte della sua carriera. Anche in Francia e in Spagna riesce a raccogliere una buona dose di esperienza. Si caratterizza per un’ottima tecnica individuale e un buonissimo tiro da fuori. Inoltre, non ha paura di fare il passaggio difficile nel momento complicato della partita.

Nell’Everton gioca prevalentemente come collante fra un centrocampo di muscoli e un attacco sbarazzino. Una volta arrivato all’Arsenal, Wenger lo arretra di qualche metro permettendogli di avere una migliore visuale del gioco davanti a lui per servire i velocisti tra centrocampo e attacco (di cui l’Arsenal abbonda in quegli anni). Dall’altro lato, la posizione in campo gli consente di gestire meglio le energie in fase di non possesso, aiutato in questo senso da giocatori come Ramsey, Cazorla e Wilshere.

Ricordiamo in quegli anni un Arsenal che in attacco diverte. Il gioco dal centrocampo in su è molto fluido: la presenza di diversi numeri 10 in campo e di uno straordinario numero 8 come Ramsey consentono ad Arteta di gestire ottimamente un centrocampo che spesso è il fattore decisivo nelle vittorie dei Gunners. Con le dovute proporzioni, l’Arsenal di inizio decennio ricorda quello di inizio secolo: in questo c’è tutto Wenger. Gioco fluido, verticale, un po’ lezioso, ma molto più spumeggiante di quanto la posizione in classifica di fine anno faccia pensare. E il buon Mikel Arteta, da buon spagnolo, si trova perfettamente a suo agio in questo sistema agendo da cervello del centrocampo. Se l’Arsenal è in giornata, giocarci contro è difficile per chiunque.

I Gunners sono costantemente nella top 5 dei miglior attacchi in termini realizzativi, ma con problemi sostanziali in fase difensiva. In poche parole, nonostante quanto di buono abbiamo affermato sulla fase offensiva del team del nord di Londra, è il periodo in cui tutti ricordano all’Arsenal che non vince più nulla, a Wenger che è un allenatore finito e all’Emirates Stadium di non essere uno stadio capace di ricreare nemmeno un quarto dell’atmosfera del vecchio Highbury.

Il saluto dell’ex capitano dell’Arsenal alla sua ultima presenza. Photo by Getty Images

Tutto sommato, neanche le due FA Cup consecutive riescono ad ammortizzare questo sentimento generale. Anzi, dopo il ritiro di Arteta nel 2016 (aiutato da parecchi infortuni negli ultimi due anni), i Gunners fanno sempre peggio. Dunque Wenger a fine 2017/18 saluta la compagnia dopo ventidue anni al timone del club. Ma quanto fatto dal manager alsaziano non viene dimenticato da Arteta, che in conferenza stampa oggi ha espresso gratitudine verso il suo ex manager.

Alla corte di Pep

Nell’estate 2016 il calciatore basco appende gli scarpini al chiodo. In pochi giorni si concretizza un suo passaggio al Manchester City come assistente del neoarrivato Pep Guardiola. Il manager catalano, nonostante parta addirittura da favorito per la vittoria del campionato al suo primo anno, arriva terzo in campionato non vincendo neppure un trofeo per la prima volta da quando allena. Poi dal secondo anno cambia totalmente marcia: due titoli consecutivi, vittorie nelle coppe domestiche, spesso da schiacciasassi nei confronti degli avversari. Arteta nel suo terzo anno viene nominato vice di Pep, seguendolo passo passo in ogni sua mossa. Il gioco del City è diverso sia da quello che Guardiola ha dato al Bayern sia a quello del Barça.

Arteta va al City nel 2016 come vice di Guardiola. Photo by Getty Images

Rispetto a quanto visto sia in Catalogna che in Baviera, Guardiola al City gioca un calcio molto più di concetto e densità nella metà campo offensiva. I Citizens li ricordiamo in questi anni per un movimento di palla meno fantasioso rispetto al passato di Guardiola. In ogni caso, tremendamente efficace. Il maggior merito di Guardiola è quello di aver capito come l’immenso talento individuale dei propri giocatori potesse mescolarsi e dare vita ad un unico organismo. Sterling, Aguero, Bernardo Silva, De Bruyne: certamente campioni anche prima di conoscere il manager catalano, ma non ancora totalmente capaci di saper giocare a calcio nella stessa squadra ad un livello tale da mettere paura a tutte le squadre del mondo.

I risultati delle ultime due stagioni

Il City di due stagioni fa è una squadra che ha concetti molto chiari in fase offensiva ed esprime un gioco incredibilmente concreto. Forte densità nella zona del pallone, capacità di saper allargare e stringere il campo a proprio piacimento (in questo Guardiola ringrazierà per tutta la vita un maestro nativo di Amsterdam), unito ad una velocità di esecuzione spaventosa. In transizione poi nessuno ha speranza di tenere i Citizens quando partono: persino De Bruyne, ricordato più per i suoi meravigliosi piedi che per la sua corsa, è un giocatore che nessuno riesce a contenere quando parte in progressione. Inoltre gli uomini di Guardiola sono bravissimi a trovare sempre il passaggio giusto in verticale, rompendo le linee avversarie fra centrocampo e difesa, dando libero sfogo ai propri velocisti.

L’unico difetto del Manchester City è l’immaturità nei momenti difficili. Sembra paradossale dirlo per una squadra che chiude il campionato a 100 punti, ma nell’unico vero momento di difficoltà della stagione gli uomini in azzurro crollano: ad Anfield per la precisione. In campionato l’intensità dei Reds li coglie di sorpresa ad inizio secondo tempo, in Champions ai rossi bastano trenta minuti per spazzare via gli avversari dal campo.

Nel secondo anno è di nuovo sfida con il Liverpool, ma per il campionato. Il City ha imparato a soffrire e si vede: all’Etihad un Liverpool in forma perde l’unica partita del campionato pur esprimendo a tratti un calcio migliore. I Citizens poi non dimenticano i propri punti di forza: la verticalità e la transizione offensiva a rompere le linee avversarie ad esempio. Il Liverpool subisce il gol decisivo per le sorti del campionato proprio in questo modo, ad opera di Leroy Sane.

Cosa prende Arteta dai suoi due mentori

Il reparto decisivo nella squadra ideale di Arteta è chiaramente il centrocampo. Il basco può sicuramente portare all’Emirates un modo di giocare la palla a centrocampo più pratico, con molta verticalità e intesa con l’attacco, che è il reparto in cui i Gunners fanno meno fatica oggi. Da Wenger sicuramente prende quanto già abbiamo detto: la palla che si muove velocemente e in modo fluido, molto movimento con e senza palla. In questo senso, Guardiola e Wenger sono sempre stati due manager comparabili.

Sia il catalano che l’alsaziano poi sono sempre stati ricordati per la profonda conoscenza che hanno dei propri giocatori. In questo Arteta dovrà farsi valere e una delle sue prime dichiarazioni da allenatore riflette quest’idea: «dovrò conoscere molto bene i giocatori per dare all’Arsenal il gioco divertente e offensivo che i tifosi vogliono vedere». Ci sarà poi molto lavoro da fare in difesa, dove i Gunners sono, senza molti dubbi, imbarazzanti. In questo senso i due principali mentori dell’allenatore basco hanno spesso risolto il problema giocando con la difesa alta. In questo modo si risolvono le difficoltà in marcatura dei propri difensori mangiando campo in avanti agli avversari.

I problemi difensivi di questo Arsenal non riguardano esclusivamente le capacità in marcatura dei propri interpreti. Anche nella compattezza e nell’abilità di muoversi insieme i Gunners fanno tantissima fatica. Quando la prima linea di pressing viene saltata gli avversari hanno quasi sempre la vita più facile nell’arrivare in porta. Certamente bisognerà anche intervenire sul mercato. Non sarà facile però, considerando che non ci sono moltissimi difensori di alto rango disponibili al momento.

di Daniele Calamia

Daniele Calamia