Al di fuori delle tribune del Moulineux, nella hall of fame dei simboli dell’era d’oro del Wolverhampton, non poteva mancare la statua dedicata a Billy Wright, il centrocampista che tra la metà degli anni Trenta e la fine degli anni Cinquanta diventò uno degli idoli della squadra alla quale dedicò l’intera vita da calciatore.
E oggi, in occasione nel suo novantaseiesimo compleanno, non si può evitare di soffermarsi sulla sua figura e su ciò che ha rappresentato per i Wolves e l’intero calcio inglese. Già, perché Billy Wright fu anche una delle colonne portanti dell’Inghilterra per ben tre edizioni dei Mondiali, dal 1950 al 1958, diventando anche il primo giocatore in assoluto a raggiungere le 100 presenze con la maglia di quella nazionale.

Ma ovviamente il suo nome è legato soprattutto al Wolverhampton, la sua squadra del cuore che lo accolse nell’Academy nel 1934, quando era soltanto un bambino di dieci anni. Billy impressionò tutti molto in fretta, tanto da esordire fra i grandi cinque anni più tardi, appena prima che arrivasse la Seconda Guerra Mondiale a sconvolgere gli equilibri di tutto il pianeta, compresi ovviamente quelli calcistici. Ma nel periodo post bellico Billy Wright riuscì a esprimere tutto il suo immenso talento: da capitano portò a casa tre campionati inglesi, una Coppa d’Inghilterra e quattro Charity Shield, compresa quella del 1950 giocata fra i Tre Leoni e i calciatori dilettanti che giocavano in club affiliati alla FA.
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Oltre al fatto di aver giocato per tutta la vita con la maglia dei Wolves, Billy è passato alla storia anche per il fatto di essere stato uno dei giocatori più corretti al mondo. Infatti nelle 646 partite disputate tra campionato e nazionale, il centrocampista non è stato mai espulso né ammonito, un record che difficilmente qualcuno riuscirà mai a eguagliare.
Anche dopo aver appeso le scarpette al chiodo il calcio continuò a far parte della sua vita: dopo quattro anni trascorsi come allenatore dell’Arsenal e qualche breve esperienza come commentatore televisivo, Billy Wright tornò dal suo amato Wolverhampton per ricoprire un incarico dirigenziale, un ruolo che onorò fino al suo ultimo giorno di vita. Un brutto male lo strappò alla sua più grande passione nel 1994, ma nonostante i tanti anni trascorsi nessuno lo ha mai dimenticato. Da allora Billy si è trasformato in un eroe per tutto il popolo del Moulineux, anche per i tifosi più giovani che non sono mai riusciti a vederlo in campo.
La sua è una storia che ancora oggi viene tramandata e raccontata con amore e ammirazione: ancora oggi la favola del ragazzino diventato il simbolo del Wolves resta una delle più belle di tutto il calcio inglese che non ha mai smesso di celebrare uno dei suoi più grandi simboli del passato.
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