Stoke-on-Trent, Inghilterra, 15 Novembre 1971 – November rain.
Un tipico artista anni ’70, capellone e barbuto, sta facendo una passeggiata per le vie di Stoke-on-Trent. Nessuno direbbe che il bambino che gli trotterella accanto sia suo figlio, riccioluto e scuro com’è. In effetti, sua madre è una bella donna afro-americana. I due giungono nei pressi di un edificio dismesso, davanti al quale si sta svolgendo un sit-in di protesta. I manifestanti vogliono impedirne la demolizione: è stato un impianto di produzione, neanche a dirlo, di ceramiche, la cui ultima, caratteristica fornace a forma di bottiglia ha smesso di funzionare da qualche tempo.
Al piccolo non gliene importa neanche un po’. Di conflitti ne ha vissuti già abbastanza fra le mura domestiche. La mamma non è lì con loro perché se ne sta a Los Angeles, a fare la costumista delle star: ha anteposto la carriera alla famiglia. E poi, a lui interessa soltanto la musica.
“Cause nothin’ lasts forever
and we both know hearts can change…
And it’s hard to hold a candle
in the cold November rain.”
“E’ difficile tenere in mano una candela, nella fredda pioggia di Novembre”, recita il testo del singolo che gli varrà il record per il più lungo assolo di chitarra per una canzone della top ten americana. Figurarsi quanto può essere difficile, pensa il piccolo Slash, tenere in piedi una fabbrica.
E poi la città, quel giorno, è in fibrillazione per tutt’altro motivo: al Victoria Ground arriva il Manchester United! C’è da giocare il secondo replay del turno di League Cup. All’Old Trafford, a fine Ottobre, era finita 1-1 e la prima replica, senza attori protagonisti nel gonfiare la rete, non era stata risolutiva, nonostante l’extra-time.
I personaggi da citare sono due. Anzitutto Peter Dobing, nato proprio ha Manchester, che agli esordi ha rifiutato la maglia dei Red Devils per poi vestire quella del City qualche stagione più in là, prima di giungere nello Staffordshire. Bomber dal carattere difficile, resterà famoso per l’aver rimediato una squalifica di ben nove giornate. Nell’occasione, però, si limita a far sognare i suoi tifosi con il gol dell’1-1.
L’altro è John Henry Ritchie, l’attaccante più prolifico della storia dei Potters. Quella sera si carica sulle spalle le aspettative di migliaia di persone, le loro frustrazioni e la loro voglia di rivalsa, e si guadagna un posto nei cuori di quella gente firmando il sorpasso a due giri di lancette dallo scadere. E’ festa grande. Che, per qualche ora, si fotta il mondo con tutti i suoi problemi!
I biancorossi si arrampicheranno sino alla finale. Il 4 Maggio del 1972, per assistere alla sfida contro il Chelsea, 35.000 persone copriranno le 154 miglia che separano Stoke-on-Trent dal Wembley Stadium. Gli spettatori saranno in tutto 97.852.
La partita sembrerà indirizzarsi subito per il verso giusto. Dopo solo cinque minuti, traversone di Dobing ed incornata di Denis Smith, mischia in area e Terry Conroy, l’idolo dei supporter, l’irlandese dalle lunghe basette e dalla carnagione pallida, “The red-haired ghost”, sarà il più lesto: 1-0. I Blues accuseranno il colpo; lo Stoke sfiorerà più volte il raddoppio.
Proprio allo scadere della prima frazione di gioco, però, ecco manifestarsi i fantasmi del 1947: uno dei rari errori in carriera dello stopper Alan Bloor, uno di quelli capaci di far sembrare Montero una femminuccia, permetterà al Chelsea di pareggiare.
Chissà che cosa Tonny Weddington avrà detto suoi nello spogliatoio… Fatto sta che lo Stoke, ad inizio ripresa, metterà in atto un vero e proprio assedio al fortino, finché Geroge Eastham, figlio e nipote di ottimi calciatori, siglerà il gol del sorpasso. Di lì alla fine, Gordon Banks, uno che sarà nominato dall’IFFHS “secondo miglior portiere del XX secolo”, alle spalle di un certo Lev Yashin, e davanti a Dino Zoff, un altro tale di una certa notorietà, parerà tutto il parabile.
Sarà il primo trofeo nella storia secolare dello Stoke City. Sarà il primo giro d’onore della città con il bus scoperto. In quel Marzo, la fredda pioggia di Novembre rappresenterà solo uno sbiadito ricordo del passato, o un ineluttabile futuro ancora al di là da venire.
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