IRONS CORNER – I 10 punti di Gold e Sullivan (parte 3)

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Prima di continuare nella terza ed ultima parte di questa nostra carrellata di buoni propositi claret&blue, una buona notizia: il primo “ramo secco” del West Ham di questa stagione è stato tagliato, Joe Cole ha superato le visite mediche (Dio solo sa come) e sarà ufficialmente un giocatore dell’Aston Villa nella prossima stagione. Per quanto si tratti di un passaggio da free agent rimane comunque la buona novella dell’esserci liberati dell’ingaggio di un giocatore che ultimamente ha contribuito ben poco alla causa dei Martelli anche per una condizione fisica che desta ragionevolmente più di qualche perplessità.

Più difficoltoso pare essere togliersi l’impiccio Maiga, attaccante che si è dimostrato scarsamente efficace anche per la Championship, visti “grandi” risultati ottenuti dal prestito al QPR: pagato sei milioni di sterline (SEI MILIONI? Per Maiga? Giusto per chi parla a s-proposito dell’oculatezza della gestione economica) ora sarà difficile, se non impossibile, recuperare la somma. Il proposito della società, però, pare essere almeno quello di trovare una squadra con cui condividere il salario del giocatore, e perchè no, rilanciarlo quel tanto che basti a trovare un acquirente disposto a pagare un prezzo accettabile: l’impresa è ardua, ma il ragazzo potrebbe avere ancora qualche estimatore nella terra di Asterix, ed è proprio in Francia che gli Hammers stanno sondando il terreno per dar corpo a questa ipotesi.

7. Divertente da seguire e da guardare – Riportare il divertimento ad Upton Park?

Dal punto di vista dello stile di gioco, questo impegno ha avuto alterne fortune, con picchi positivi (ad esempio il triplete contro il Tottenham) e picchi negativi con la squadra spenta e soprattutto apparentemente incapace di lottare: la speranza è che con il “taglio dei rami secchi“, qualche innesto “furbo“, un Big Sam rinvigorito dalla fiducia della dirigenza e soprattutto il nuovo corso dello staff medico, le cose possano cambiare nella prossima stagione, perchè quest’anno raramente abbiamo sorriso molto alla fine di un match.
L’impegno della società è comunque diretto anche agli aspetti di contorno alla partita, anche in vista delle possibilità aperte dal trasferimento al nostro nuovo stadio: qui i frutti si devono ancora vedere, com’è naturale che sia, ma l’attenzione sul punto è positiva e mira a coinvolgere i tifosi, bene così.
Insomma sull’obiettivo 7. alti e bassi e non si può che rimandare i leoni da scrivania alla prossima stagione. 

8. Avvicinarsi alla comunità – Anche sotto questo aspetto qualcosa si è mosso, Gold e Sullivan hanno affermato di prendere la responabilità sociale del WHUFC piuttosto seriamente, ma non si sono limitati alle parole: ammirevole la costituzione e il lavoro del West Ham United Community Sports Trust, ramo del club che in modo assolutamente non-profit, si impegna in un ampio range di attività, che vanno dall’organizzazione di eventi sportivi a corsi educativi, fino al donare o vendere a prezzi popolari i biglietti per vedere gli Irons a scuole e organizzazioni benemerite.
Importante e partecipata poi è l’adesione del club alla meravigliosa iniziativa di Jonjo, ma da non dimenticare è anche una cosa che sembrerà forse banale ma che di fatto avvicina la comunità claret&blue sparsa over land and sea: il risalto dato sul sito ufficiale della società alle iniziative di tifo e beneficienza organizzate dai vari Hammers intorno al mondo, un bel modo per farci sentire tutti parte della stessa grande famiglia.
Da questo punto di vista nulla si può imputare alla nostra dirigenza, anzi, per questo tratto si sono dimostrati all’altezza della tradizione West Ham (un po’ trascurata se si parla invece del campo), e l’unica cosa che si può auspicare è quella di continuare a percorrere questa strada con convinzione come si è fatto fino ad ora.

9. Olympic Stadium arriviamo! – L’opportunità economica offerta dal trasferimento in un nuovo stadio come questo era imperdibile, se si voleva mantenere il West Ham nel panorama del calcio che conta: la società in questo senso si è mossa con tempismo, volizione e intelligenza, assicurandoci la possibilità di giocare in uno stadio di categoria Elite (oggi categoria 4 nelle nuove denominazioni UEFA) senza mettere eccessivamente a rischio le finanze del club, ma anzi con interessantissime prospettive di crescita.
Per quanto mi pianga il cuore a lasciare Upton Park, questa è la scelta migliore per il futuro del WHUFC, e bene hanno fatto i nostri Gold e Sullivan a lottare, insistere, ed infine spuntarla: la consapevolezza che il Boleyn Ground diventerà una zona residenziale/commerciale fa male, molto male, ma speriamo che il dolore venga lenito da un rilancio in grande stile per il West Ham!

10. Ascoltare i supporters – “Siamo solo meri custodi del club, voi che lo seguite, sia da vicino che da lontano, siete i veri proprietari“: l’idea della dirigenza era quella di far sentire al centro del nuovo progetto i tifosi, che tanto hanno dato e continuano a dare al West Ham, costituendone la colonna portante.
A questo proposito si rende d’obbligo una premessa fondamentale: il calcio non è, deo gratias, una democrazia, e fortunatamente non lo diventerà MAI. Vi immaginate cosa sarebbe una società che corresse dietro a questa o quella tipologia di tifoso? A partire da B.C., il bastian contrario a cui non va mai bene nulla, scorrendo tutto il panorama di normalissimi ed affezionatissimi supporters che di claret&blue hanno pure i nucleotidi , fino ad arrivare all’estremo Zerby, il saccente zerbino della società, quello che pur senza percepirne lo stipendio, gli fa da ufficio stampa non-ufficiale? Sarebbe non solo inutile, ma anche dannoso cercare di correre dietro alle tendenze di chi è guidato dalla vera passione che infiamma ogni innamorato del West Ham: chi ha la responsabilità di guidare il club, ha anche l’onere di compiere anche scelte, che, per quanto impopolari, servano a dargli il meglio, a garantirgli un futuro migliore. Per questo motivo ho apprezzato la scelta dei nostri leoni da scrivania che, nonostante le contestazioni feroci durante la stagione, hanno portato Big Sam (di cui non sono assolutamente una fan e che speravo se ne andasse per il 14/15) a fine stagione senza perdere la testa: salvezza acquisita e il regalino dell’asfaltata al Tottenham.
Quello che invece una società dovrebbe fare, e che invece è spesso mancato in questa stagione è RISPETTARE i tifosi, che è cosa ben diversa: niente dichiarazioni di circostanza, riconoscere i propri errori, rispettare maggiormente la tradizione di un club che sul campo si è guadagnato la nomea di Academy of Football.

Non si tratta di fare quello che vogliamo noi, si tratta di fare quello che serve per mantenere viva la leggenda West Ham.

Dopodichè, certo, per decisioni che permettano con il coinvolgimento dei fan di creare un dialogo ed un’atmosfera positiva intorno alla squadra e alla sua dirigenza, è una buona prassi quella di dar corso a consultazioni guidate sfruttando l’appoggio del SAB (Supporter Advisory Board). Pare proprio essere ciò che sta accadendo in questi giorni con la “Crest consultation” di cui tutti avrete sentito parlare: cambiare o no il nostro badge? E come? Del resto la società sarebbe più che pronta a intraprendere questa nuova operazione di marketing  in vista del trasferimento 2016, come fa notare lo stesso Gold: “Se la maggioranza dei fan lo volesse, ci permetterebbe di ampliare il nostro appeal mondiale“; il re-brand dovrebbe far parte del piano per rilanciare l’immagine del club, il cui target è costituito proprio dai tifosi, perchè non sfruttare una così ampia base di volenterosi (Season Ticket Holders e Members) per un’indagine di mercato ad ampio spettro? Il piano di lungo periodo è tracciato e questa è una delle vie più classiche per darvi corso (con buona pace dei vari Zerby): sia che il paventato cambiamento avvenga, sia che si rimanga così com’è, la situazione è un win-win per tifosi e società.
I tifosi si sentono coinvolti nelle decisioni importanti, la dirigenza acquisisce informazioni e spunti su cui lavorare per creare valore (economico) e sfruttare il marchio: la mia unica preoccupazione è quella che, in tutto questo bailamme di cambiamenti, si perda un po’ il senso di quello che è e che rappresenta il West Ham per tutti noi.

Nel complesso mi sembra di poter affermare che i nostri Gold e Sullivan hanno cercato volenterosamente di perseguire gli obiettivi che si erano proposti, seppur con alterne fortune e alcune clamorose sbandate. Sufficienza quindi, ma non un voto troppo alto, per spronarli a fare meglio e, magari, a tenere più in considerazione la nostra tradizione: WE ARE MOORE THAN A FOOTBALL CLUB, abbiamo ingoiato l’amara medicina, ora è il momento: bring the West Ham Way back!

In ogni caso, comunque vadano le cose tra noi, cari Gold e Sullivan, vi sarò sempre grata per averci regalato quest’uomo:

COME ON YOU IRONS!