10 giocatori che non ricordavi al Tottenham

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ENFIELD, ENGLAND - JANUARY 06: Pau Lopez of Tottenham Hotspur during the Premier League 2 match between Tottenham Hotspur and Chelsea on January 6, 2017 in Enfield, England. (Photo by Stephen Pond/Getty Images)

di Simone Dell’Uomo

Gentilissimi lettori, allacciatevi le cinture. Stavolta la quarantena vi proietterà su 10 dei grandi misteri della storia del Tottenham Hotspur: 10 calciatori che mai avreste pensato avessero davvero indossato la maglia degli Spurs. Alcuni sono veramente incredibili, pazzeschi. Alcuni li conosciamo bene, benissimo, specialmente in Italia. Un viaggio davvero ai limite del surreale. Gente che senza sapere bene perchè, e spesso e volentieri senza grande fortuna, ha vestito la maglia dei Lillywhites. Abbiamo considerato normali gente come Dalmat e Fazio, ma sfidiamo in molti a ricordarseli in maglia Spurs. Con questi 10 “eroi” andremo molto più a fondo, partendo dai più normali, fino a nomi veramente incredibili. Buon viaggio.

TAARABT Non molti sanno che la società che per prima provò a lanciare al grande calcio quel talento tutto fumo e niente arrosto di Adel Taarabt fu proprio il Tottenham. L’allora direttore sportivo degli Spurs, Damien Commolli, sempre attento al mercato francese in particolare sponda Lens da cui arrivò pure Assou Ekotto, lo prelevò nell’estate del 2007. Giovanissimo, aveva appena 18 anni: qualche allenamento sporadico con la prima squadra e tanta tanta primavera. La vera occasione non arrivò mai, anche perchè Redknapp lo fece fuori nel 2008/2009. Solo qualche presenza, nove per la precisione, nessun gol in prima squadra. Poi il buon vecchio Harry se lo ritrovò al QPR, club a cui da manager del Tottenham decise di cederlo, prima in prestito poi a titolo definitivo. E anche lì fu tutt’altro che amore.. In ogni modo oggi Taarabt, dopo aver girato il vecchio Continente specialmente sponda mediterranea, è diventato un affidabile regista basso, alla guida pure di un gran bel club come il Benfica. Certe volte la saggezza arriva proprio soltanto col tempo.

BOATENG Anche Boateng, già, proprio lui, Kevin Prince. Forse qualcuno qui ricorderà. Fu un’esperienza tutt’altro che felice. Gli Spurs lo prelevarono dall’Hertha per 5.4 milioni di sterline nell’estate del 2007, era uno degli ultimi colpi di Jol. Sbagliati, perchè lo portarono all’esonero. Nonostante una già buona aggressività, era calcisticamente poco addestrato. Affondò con tutta la squadra. Soffriva la concorrenza. Soffriva Londra. Non si trovò bene, nemmeno coi compagni. Carattere forte e talvolta folle, turbolento, fu tutt’altro che un matrimonio ben riuscito. L’anno dopo un prestito con altrettante misere 10 presenze e poi la ripartenza, necessaria, al Portsmouth, dove la sua carriera miracolosamente ridecollò con gol e timbri importanti tanto da chiamarsi la chiamata di un Milan che si sarebbe poi laureato campione d’Italia.

PLETIKOSA Anche il portiere della nazionale croata prima dell’esplosione di Subasic, Stipe Pletikosa, ha militato con gli Spurs. Forse solo i più romantici se lo ricorderanno, fatto sta che tramite un giro di procuratori decise di raggiungere i connazionali Corluka, Modric e Kranjcar proprio sulle rive del Tamigi. Arrivò in prestito, non si sa ancora bene perchè, accettò di far la riserva a Gomes e Cudicini. Era il lontano 31 agosto 2010, giorno ben oiù famoso in casa Spurs per l’arrivo di Rafa Van Der Vaart. Stipe Pletikosa signori, i misteri della vita. Incredibile, a pensarci oggi. Ovviamente, chiaramente, zero presenze.

GUDJOHNSEN GUdjohnsen. Già, anche Eidur. Famosissimo per i tantissimi anni di Chelsea, elemento troppo sottovalutato per quei blues, fu proprio lui a relegare in panchina Zola e affiancare Hasselbaink in una coppia d’attacco così complementare ed efficace che trasportò i Blues di Ranieri alla Champions. Poi gol importanti anche con Mourinho, elemento di rosa sempre necessario e sempre pronto, anche quando non più prima scelta. Poi l’esperienza al Barcellona fino al ritorno a Londra, chiamato da Redknapp, proprio quando il tecnico britannico decise di fare a meno di Keane, facendogli sostanzialmente pagare un festino organizzato con Bentley nella sua irlanda. Era di fatto il quarto attaccante, dopo Defoe, Crouch e Pavlyuchenko. Ma disse la sua anche lui in quella sontuosa e meravigliosa cavalcata al quarto posto. Da ricordare con eleganza anche lo scavetto col Fulham in FA Cup che di fatto valè a tutti gli effetti il pass per Wembley. Soli 6 mesi, ma niente male. Di fatto, dopo l’ambientamento di febbraio, visse a marzo i suoi piccoli momenti più floridi in maglia Spurs. Poi relegato in panchina, ma comunque esperienza importante per quel gruppo che avrebbe conseguito e trasformato il sogno in realtà, il quarto posto davanti al Man City. Tutt’altro che meteora, davvero.

HALLFREDSSON E già, proprio il nostro buon vecchio Emil. Impensabile, eppure tutto vero. Da sempre attenti ai prodotti dei Gayser islandesi come avrebbero dimostrato Gudjohnsen prima e Sigurdsson poi, gli Spurs presero questo piccolo roscio sconosciuto dal circolo polare artico. Era il 2004, il buon lavoro di qualche emissario lassù, qualche osservatore in terre baltiche, per prelevare dall’impronunciabile Hafnarfiorar proprio il giovane Emil, all’epoca diciannovenne. Qualche presenza con la primavera ma nulla più. Ma resta di gran lunga il nome più incredibile della nostra assurda ricerca. Qualche prestito scandinavo, tra Malmo in Svezia e Oslo in Norvegia, prima dell’approdo in Italia, quel paese che gli avrebbe cambiato la carriera. La Reggina, il Verona, l’Udinese, ormai italiano adottato. Protagonista da sempre dell’album panini, signori miei, sfido quanti più lettori possibile a ricordarsi del buon vecchio Emil che un giorno, dal circolo polare artico, si ritrovò a Londra al fianco di Robbie Keane e Jermain Defoe.

TRAMEZZANI Incredibilmente anche il buon Paolo giocò negli Spurs. Quel folle e romantico centrale vecchio stampo che in Italia ricordiamo prevalentemente nel Piacenza e nell’Atalanta. Membro dell’album panini, oggi ottimo allenatore del Livorno. Già, militò proprio nel Tottenham. Parliamo del team da metà classifica dei secondi anni 90′, campionato incolori, ma sempre di grande tradizione, come mostrano i grandi attaccanti che nonostante tutto militavano in quegli anni nel Tottenham Hotpsur. Inutile citare i vari Ginola, Anderton, Les Ferdinand e Teddy Sheringham. Si trasferiì nel nord di Londra nell’estate del 1998, dopo ottime annate a Piacenza. L’esperienza fu però tutt’altro che brillante: un grave infortunio purtroppo condannò la sua avventura britannica, così dopo un solo anno e mezzo e pochissime presenze tornò in Italia ripartendo addirittura dalla Serie B con la Pistoiese. Fu comunque uno dei primi italiani pionieri a trasferirsi in Premier, addirittura al Tottenham, club che vanta tutt’altro che grande tradizioni d’italiani malgrado l’indimenticato Nicola Berti. Qualche anno dopo anche Cudicini attravesò il Tamigi per sposare la causa Spurs, dopo la quasi decade dedicata ai colori del Chelsea.

IAGO FALQUE Anche Iago, probabilmente non tutti lo ricorderanno, militò nel Tottenham. Esterno velenoso in Italia conosciuto per le brillanti prestazioni tra Genoa e Torini, cresciuto nella cantera del Barcellona prima e nella primavera juventina poi, ad inizio carriera si trasferì al Tottenham che sulla carta credeva in lui. Sulla carta, però. Perchè venne immediatamente retrocesso nell’academy, le giovanili degli Spurs. Qualche prestito, ma sempre senza convincere, poi il ritorno alla base. Qualche presenza in Europa League con Redknapp prima e Villas Boas poi, qualche giocata frizzantina e talentuosa ma nulla più. Poco spazio: sembrava l’ennesimo fumo e niente arrosto, invece l’Italia lo riaccolse e Gasperini lo valorizzò, rendendolo un’ala di tutto rispetto. Di provincia, ma pur sempre di tutto rispetto.

PAU LOPEZ E qui, tra gli “italiani”, arriviamo ad uno dei più clamorosi. Impossibile ricordarlo, ma Pau Lopez, nel secondo anno del radioso progetto Pochettino, era il terzo portiere degli Spurs. Cresciuto con l’Espnayol, terra da cui fondamentalmente proveniva Poch e tutto il suo staff, l’allora preparatore dei portiere Toni Jimenez convinse Mauricio a portarlo al Tottenham. Evidemente ne avevano già intravisto discrete qualità, plastiche, aeree, filo Lloris. Ma fu la sua riserva così come quella di Vorm. A differena del percorso svolto poi da Gazzaniga, non convinse, anzi. Imparò l’inglese, una prima esperienza lontano da casa che senz’altro lo fortificò a livello umano, ma nulla più. Mai il debutto ufficiale, solo qualche panchina. Quell’esperienza come detto però lo fece crescere: tornò in Spagna e con la maglia del Betis si valorizzò, mettendosi in mostra con l’Under 21 spagnola e conquistando poi la chiamata della Roma.

ZIEGLER Lo stesso buon Reto, scaricato da Conte dopo poche settimane Juventus e costretto ad una serie di gite europee tutt’altro che trionfanti tra le maglie di Fenerbahce, Lokomotiv e Sassuolo, prima di vivere quel quadrienni resurrezionale alla Sampdoria di Gigi Del Neri, passò dal Tottenham Hotspur, club che lo scelse proprio quando era calcisticamente un bambino. Nonostante quella vistosa chioma bionda non riuscì a lasciare tracce degne di nota a White Hart Lane, costretto a vari prestiti tra Amburgo e Wigan. Lo prese il primo Jol dal Grasshoppers nell’estate del 2004: di lì in poi poche presenze, sporadiche, senza mai convincere. Troppo debole nei contrasti, la Premier League era ben più tosta per un ragazzino svizzero.

NELSEN Il calcio neozelandese non sarà mai chiaramente a livello di quello australiano, nemmeno ai livelli del connazionale rugby coi ben più famosi “All Blacks”. Non sono molti i prodotti neozelandesi in grado di andare alla conquista dell’Europa ed in particolare della Premier. Negli ultimi due decenni, più che il gigante Wood, forse il più famoso è Reid, pluriennale centrale del West Ham. Ma per tanti anni capitano del Blackburn, a fine carriera si ritrovò a giocare in un club così blasonato accanto a stelle del calibro di Bale, Modric e Van Der Vaart, anche Ryan Nelsen. Ryan, roccioso difensore vecchio stampo, storico capitano dei Rovers di Blackburn che ormai anno dopo anno avevano iniziato la parabola discendente fino a lasciare la Premier per tornare in Championship, dove tuttora militano. Invece Redknapp, sempre attento a vecchi centrali dall’usato sicuro, come quinto e ultimo centrale prese per due spicci proprio il buon vecchio Ryan, cover e back up di Kaboul, Dawson, King, Bassong, a gennaio 2011. Prima di diventare allenatore infatti, Ryan Nelsen si tolse la soddisfazione di una big, anche con qualche discreta presenza come gli ottavi di Fa Cup con lo Stevenage dell’ormai lontano 2011/12. Lo ricorderanno probabilmente solo i più romantici.

Simone Dell’Uomo