Come nei film: attesa bollente, José Mourinho torna a Stamford Bridge

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di Simone Dell’Uomo

Signore e signori, rullo di tamburi. Fulham Broadway, Piccadilly Line, Stamford Bridge. Il grande ritorno di Jose. L’ennesimo, il più scottante, il più temuto. Stavolta sulla panchina dei rivali per eccellenza. Chelsea-Tottenham, scontro diretto Champions ma soprattutto sfida nella sfida, mediaticamente la più attesa da quando Mou ha deciso di attraversare il Tamigi e sposare la causa dei rivalissimi dei Blues, gli Spurs, appunto. Prenderà fischi e fischioni ma è pronto, spalle larghe e testa alta: carriera enorme, ne ha vissute di cotte e di crude. Si sente tradito, da chi l’ha amato ma l’ha scaricato: prova ingratitudine verso quella piazza, in fondo è ancora soltanto il manager più vincente della loro storia.

MATRIMONIO DISTRUTTO “Sono uno di voi”, disse al suo ritorno. Dove ricostruì sulle rovine di Villas Boas e Di Matteo il nuovo Chelsea, tremendamente compatto e Mourinhano, con cui vinse il titolo nel 14/15. Una squadra in grado due anni dopo di rivincere con Conte, che non fece altro che risollevare e rimotivare quel gruppo vincendo la Premier attraverso stessa matrice e filosofia mourinhana. Lui accettò la corte dello United, non acerrimi rivali, ma quanto evidentemente bastò per farlo passare come traditore tra i sostenitori dei Blues. E la replica, tradito, piccata: “Fin quando qualcuno non vincerà 3 Premier per loro, Giuda sarà il numero uno”. E in campo fischiato, sulla panchina del Man United. Poi la sua reazione, il segno delle tre dita verso chi fu il suo popolo, che lo acclamava e lo adorava. Adesso sarà ancora peggio, sulla panchina degli Spurs, dove ai tempi “non sarebbe mai andato per amore dei tifosi del Chelsea”. In tutto questo intatti i rapporti con Frank Lampard, suo allievo, uno di quelli che più diedero alla carriera dello Special One, rapporto stretto anche fuori dal campo. 2-0 all’andata, vinse Frank, l’allievo che superò il maestro, storia nella storia esattamente come un anno e mezzo fa, quando il piccolo Derby espugnò Old Trafford in Coppa di Lega. Non c’è due senza tre direbbero gli scaramantici, Chelsea assolutamente favorito, Tottenham rovinato da emergenze, infortuni, stanchezza, equilibri tattici da ritrovare con un manager tutto nuovo.

Frank Lampard in una recente conferenza stampa. Photo by Getty Images

IL CHELSEA DI FRANK Oggi il Chelsea del suo allievo. In settimana arriva il Bayern, andata degli ottavi di Champions, un gruppo che cresce ma che, per continuità, dovrà necessariamente chiudere tra le prime 4/5 in Premier. Il futuro sembra garantito, molti giovani promettenti, alcuni già stelle; ma chiaramente gioventù fa rima con inesperienza, troppi punti buttati o persi sul più bello, cercasi continuità. E in questa grande dicotomia o contraddizione si infila la stagione dei Blues, incapaci di spiccare il volo e stroncare la corsa al quarto posto. Per tal motivo, questa è proprio una gara da non sbagliare, soprattutto dopo il clamoroso ko interno col Man United che ha prepotentemente reinserito i diavoli rossi in corsa per la prossima Champions. Stavolta ospite la rivale per eccellenza, non soltanto quella sulla carta più diretta, ma soprattutto quella calcisticamente più detestata dai tifosi dei Blues.

QUI BLUES E Lampard, che come spesso accaduto quest’anno dovrà fare a meno di Callum Hudson Odoi, dovrà rinunciare pure a Pulisic e soprattutto Kantè. Probabilmente non recupererà nemmeno Tammy Abraham, scalda i motori Batshuay così come Giroud, tolto dal mercato sul più bello proprio quando nelle ultime ore di gennaio sembrava stesse flirtando con gli Spurs. Recupererà al centro della difesa Christensen, danese che di fatto ha tolto il posto a Zouma, nonostante la frattura al setto nasale riportata durante la gara col Man United. Christensen mercoledì mattina è volato in Italia, visitato da uno specialista, adesso è pronto a mascherina e protezione e difendere la porta dei Blues. Sarà quindi un 343 con Caballero tra i pali, l’esperienza di Azpilicueta e Rudiger a proteggere proprio Christensen, rivelazione James e più l’esperienza di Alonso a sinistra che Emerson Palmieri, struttura a 5 dietro per avvolgere e tessere gli avversari con equilibrio, in mezzo la regia di Jorginho e Kovacic, davanti la fantasia di William e Mount e come detto, ballottaggio Batshuay-Giroud.

 

Photo by Getty Images

SPURS IN TROUBLE Complicatissima l’annata del Tottenham. Squadra che prima di Natale con Mourinho era riuscita a rimontare 9 punti dei 12 che la separavano dal Chelsea quarto, poi la doppia sveglia, cocente, col derby perso a White Hart Lane, terrificante doppia di Willian che appena vede Spurs segna sempre e comunque. E allora difficoltà che riemergono, problemi di rosa, la necessità di chiudere capitoli destabilizzanti come Eriksen e Rose. E allora una squadra che s’è rimboccata le maniche, nuovi giovani affamati vogliosi di dimostrare il loro valore, tre vittorie consecutive, miracolosamente di nuovo a meno 1. Demerito più che del Chelsea stesso, probabilmente della corsa al quarto posto più ridicola degli ultimi decenni. Sembra quasi una corsa a chi perde più punti. Ma proprio adesso che gli Spurs avevano rimesso le mani lassù, tac, Son come Kane fuori fino ad aprile, almeno. Attacco decimato, squadra decimata. Calendario contratto, impegni troppo ravvicinati, costretti davanti a giocare senza centravanti (e questo sì, errore di mercato di Levy), ma soprattutto sempre con gli stessi: Lucas, Alli, Bergwijn. E deludono, stremati, come naturale che sia. Nemmeno il tempo di riposarsi dopo un Tottenham-Lipsia stremante che subito si torna in campo, di sabato alle 13.30, derby di pranzo, decisivo, per rimanere agganciati al carro Champions, un carro che i ragazzi di Josè sono stati valorosi a seguire e perseguire rimontando, come direbbe Special, “non 2 o 3 punti, 11, ripeto, 11 punti”.

OBIETTIVI E l’impressione è che sarà un’emergenza destinata inesorabilmente a proseguire per i prossimi mesi, almeno fino a primavera inoltrata. Non è certamente questo l’anno in cui sognare qualcosa di importante, come la Champions, servirebbe un’uscita dignitosa. Terminata la radiosa era Pochettino, tra addii inevitabili e allenatore andato via, gli Spurs devono ricostruire e torneranno solo nei prossimi anni a recitare voce grossa e contendere titoli davvero prestigiosi. Ma ci sarà tempo, ribadiamo che c’è da ricostruire e c’è una stagione da finire. Un presente, tra mille difficoltà. Sarebbe fondamentale continuità di progetto e restare un club proprio da Champions, con un quarto e City permettendo, anche un quinto posto in Premier. Sognare in FA Cup, tornare a sollevare un trofeo, degno marchio di fabbrica di Jose, potrebbe invece rappresentare un obiettivo leggermente più alla portata. In fondo c’è il Norwich da battere, poi i quarti, in palio Wembley, il buon vecchio Wembley dimora degli Speroni per un anno e mezzo, nella transizione tra il vecchio e nuovo White Hart Lane. Magari con qualche rientro, con l’esperienza, arguzia e furbizia tutto Special, qualcosa in Coppa si può sognare.

Simone Dell’Uomo