Sheffield, Inghilterra, 14 Giugno 1947 – Il campo del vasaio.
Presso il Bramall Lane Stadium, Sheffield, South Yorkshire, il più antico stadio al mondo tutt’oggi in grado di ospitare partite di calcio professionistico, si disputa un match dalla potenziale portata storica. I padroni di casa ricevono lo Stoke City, a cui serve una vittoria per trionfare nella First Division: sarebbe la prima volta.
L’esito sembra scontato. Le Lame, al ritorno nella massima divisione, hanno disputato un buon torneo, si sono assicurate il settimo posto, e quel giorno non hanno nulla da chiedere. I Reds di Liverpool aspettano, ansiosi, di conoscere l’esito finale. Ma non attendono in uno spogliatoio, ancora sudati o appena usciti dalla doccia, no… Probabilmente alcuni sono a casa, altri magari in villeggiatura, perché il Liverpool ha disputato il suo ultimo incontro di campionato il 31 Maggio, espugnando il campo del Wolverhampton.
Già… Il ’47 inglese è stato caratterizzato da un inverno particolarmente lungo e rigido, che ha costretto al rinvio, a data da destinarsi, di diverse partite. Quel sabato di fine primavera è la data scelta per lo scontro che vale tutto. Ma niente sarà deciso dall’abilità dei ventidue in campo. Due fattori, di ben altra portata, risulteranno dominanti: il vuoto incolmabile e l’inesorabile scorrere del tempo.
Per comprendere, è necessario un salto all’indietro, sino al 14 Febbraio 1938. A Stoke-on-Trent, come in tutta l’Inghilterra, le giovani donne single si svegliavano all’alba e se ne stavano vicine alla finestra a guardare le persone che passavano: si dice, infatti, che il primo uomo che una donna non sposata vedrà il giorno di San Valentino sarà il suo futuro marito. Qualcuno, poi, faceva pubblicare sul giornale locale parole dolci indirizzate alla persona di cui era innamorato. Altri, però, manifestavano il proprio amore in modo molto più roboante.
Presso la King’s Hall, cuore pulsante della città, la cui facciata si compone di diciannove enormi blocchi di pietra sapientemente incastonati, erano stipati tremila individui, mentre qualche altro migliaio di persone attendeva notizie all’esterno. I convenuti si trovavano lì per uno unico scopo: convincere un calciatore a non lasciare i Potters. Chiaramente, non poteva trattarsi di uno qualunque. L’oggetto di tali attenzioni era colui che, nel 1956, all’età di 41 anni, risulterà essere il primo vincitore del Pallone d’oro: “The Magician”, “The Wizard of the Dribble”, Stanley Matthews. Successivamente, Sir Stanley Matthews.
Figlio di un boxeur, futuro papà di un tennista (che vincerà Wimbledon juniores), Matthews, in virtù delle sue umili origini, si caratterizzava per una certa parsimonia. Si dice che all’inizio della carriera, su consiglio del padre, Jack “The Fighting Barber of Hanley”, mettesse da parte l’intero ammontare del suo ingaggio, spendendo soltanto i bonus individuali. E proprio una questione economica l’aveva portato sul punto di rottura con la sua squadra, quella della città in cui era nato e vissuto.
Ma gli abitanti di Stoke-on-Trent non se lo volevano far scappare! Al meeting non partecipavano soltanto coloro che, usualmente, assiepavano il Victoria Ground, perlopiù elementi della classe operaia; tra i promotori dell’iniziativa vi erano i più grandi imprenditori del luogo, i leader del settore della ceramica. Perché? «Alcuni dei nostri dipendenti sono talmente sconvolti dalla prospettiva di perderlo, che non riescono a far bene il proprio lavoro…» Ecco perché! Stanley Matthews, ovviamente, decideva di restare. La sera stessa, commosso dal profondo calore trasmessogli da quella folla oceanica, festeggiava brindando con un… succo di carote: era vegetariano ed astemio. 24 ore dopo, erano in più di trentamila ad ammirarlo contro il Preston.
Sul finire degli anni Trenta, la squadra, guidata da quel Bob McGrory che, dopo anni di onorata militanza, aveva appeso le scarpette al chiodo per sedersi in panchina, aveva tutto per vincere. Vi erano veri e propri fuoriclasse, tutti prodotti del vivaio. Dietro, Neil Franklin, una sorta di Thiago Silva ante litteram, e per l’epoca è tutto dire; fortunatamente, Matthews all’ala; davanti, Freddie Steele e Tommy Sale, una coppia da 215 gol con quella maglia sopra e sotto la pelle. Chi poteva fermarli!? La Seconda Guerra Mondiale, un avversario troppo forte anche per loro.
Nel 1947 sono passati ben 8 anni che, insieme a quelle immagini indelebili che solo la guerra sa imprimere nelle menti, hanno logorato quei ragazzi. L’inesorabile scorrere del tempo. L’unico, fra di loro, che sembra esserne uscito immune nel corpo e nello spirito, tanto che sgropperà sulla fascia fino ai 50 anni d’età, quel giorno non è in campo, perché alla fine se n’è andato: a Maggio, a tre giornate dal termine, Matthews si era accordato col Blackpool. Il vuoto incolmabile.
Lo Stoke perde 2-1, e non capiterà più un’occasione del genere.
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