10 giocatori scarsissimi diventati straordinari allenatori da Premier

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di Simone Dell’Uomo

Gentilissimi lettori, è chiaro il dramma che ormai da settimane sta contagiando, logorando e devastando il vecchio continente europeo, ovvero il Coronavirus, impone tutti noi di pensare a questioni più serie, in questo caso drammatiche. Ma spetta a noi addetti ai lavori magari regalarvi momenti di leggerezza, letture di approfondimento, analisi, storie meravigliose. Come questa che stiamo per raccontarvi. Abbiamo infatti tracciato e redatto 10 storie di allenatori oggi formidabili, considerati grandi allenatori o in qualche caso vere e proprie leggende o istituzioni del mestiere, del calcio inglese. Storie molto particolari, profili diventati straordinari da allenatori, ma provenienti da carriere da calciatori incolori, scarse, modeste, talvolta fangose o modestissime. Perfetti sconosciuti che hanno saputo ribaltare carriere professionistiche per diventare oggi giorno grandi, grandissimi allenatori. Manager che avrebbero scandito storie di Premier o dei loro club. 10 profili le cui storie, magari, sarebbero passate inosservate. Tra queste chiaramente non figureranno Guardiola o Pochettino, perchè se da allenatori, soprattutto il primo, abbiano nettamente scritto storia, successi e trionfi superiori alle loro carriere da calciatori, devono essere considerati comunque professionisti di tutto rispetto. Il buon Pep, sebbene tutt’altro che ai sontuosi livelli raggiunti decennio successivo da leggende di questo sport come Xavi e Iniesta, era il fulcro del centrocampo blaugrana anni 90. Lo stesso Pochettino, il buon Mauricio, almeno per un decennio buono caposaldo e leader della difesa nazionale, quella dell’Argentina, l’albiceleste, affiancato prima da Ayala poi da Walter Samuel. Insomma, qui racconteremo storie e sveleremo 10 profili che da calciatori quei livelli se li sono soltanto sognati. E ci riferiamo, naturalmente, soltanto al calcio moderno. Scavare e tornare indietro in decenni come dopoguerra e manager straordinari di anni ’50, ’60, e ’70, avrebbero richiesto un approfondimento difficilmente raggruppabile in 10 profili. Prego lettori, godetevi questo bel viaggio.

RAFA BENITEZ Tra gli allenatori più quotati del primo decennio 2000, non potevamo non inserire Don Rafa, uno dei primi pionieri a salutare penisola Iberica e Mediterraneo per sbancare tutti in Inghilterra. Uno dei tanti giocatori normali, normalissimi, passati alla storia calcistica più per quanto fatto da manager che da player, chiaramente. Già, come testimonia la carriera tra le serie inferiori spagnoli, quali Castilla, Parla e Linares. Da allenatore la sua carriera era già decollata eccome in Spagna, col titolo di Campione e la Coppa Uefa 2004. Rafa conquistò le semifinali, battè rivale Mourinho col famoso gol fantasma di Luis Garcia, una notte che il pubblico di Anfield ancora fatica a dimenticare, una notte che valè il pass per Instanbul, nightmare milanista e trionfo in rimonta dei Reds con le parate dell’indimenticato Dudek. Pronti via e Champions al primo anno di progetto Liverpool. Poi avrebbe potuto vincere di più: nel 2007 scelse il sontuoso connazionale Fernando Torres attorno cui costruire l’attacco, ma nemmeno un Gerrard livelli stratosferici gli consentì di battere il dominio domestico del Man United di Ferguson e Cristiano Ronaldo nonostante una romanticissima corsa al titolo 2009 coi Reds in grado tra l’altro di vincere 1-4 lo scontro diretto d’Old Trafford. Avrebbe potuto forse vincere di più, ma i suoi modi signorili, il suo stile, la sua eleganza e la sua pacatezza quasi Ancelottiana gli hanno permesso di lasciare un posto indelebile tra i tifosi dei Reds, con quella bandierona che anche oggi sventola orgogliosamente in Kop. Il legame tra Rafa e la stessa curva rossa è genuino, pensate al discorso che nell’aprile del 2013, quando ormai lontano dal mondo Liverpool e impegnato in altre avventure calcistiche, si presentò ugualmente ad Anfield e, umilmente pescato nel crowd, tenne un discorso emozionante e strappalacrime per ricordare le 96 vittime di Hillsbrough. Tra le esperienze della carriera assolutamente multiculturale, fantastica e secondo chi scrive sottovalutata, Rafa è tornato poi diverse volte in Uk, vincendo un’Europa League col Chelsea in un momento storico complicatissimo dei Blues e riportando il Newcastle in Premier, dimostrando grandi abilità manageriali.

WENGER Protagonista negli anni 70 di un calcio francese di basso livello. E lui, difensore lentissimo di un football ormai andato e superato, ne incarnava perfettamente la sua mediocrità. Carriera da professionista tutt’altro che notevole. Debuttò con lo Strasburgo, poche presenze, già testa da allenatore mentre completava gli studi specialistici di economia nel lontano ’74. Ma come detto aveva già una testa che guardava oltre, mire espansionistiche e ambizioni che poi lo proiettarono nella storia, dell’Arsenal ma non solo. 22 anni allenatore dei Gunners costituiscono un traguardo strepitoso, soprattutto per quanto costruito e conseguito nel primo decennio: simpatico o antipatico, Arsene come Ferguson resta simbolo di una generazione, perchè capo di quell’indimenticabile Arsenal degli invincibili. Classe, potenza, eleganza, calcio tecnico ma di grande sostanza, calcio per anni quindi tremendamente vincente. E non è facile abbracciare nel football moderno bel calcio e successi, spesso concetti così distanti ai giorni d’oggi.

FERGUSON Sir Alex rappresenta probabilmente l’esempio più bello, più prestigioso, più affascinante del nostro curioso viaggio. Calciatore di basso livello, un vecchio e rozzo centravanti scozzese, che vive il momento più “florido” della sua mediocre carriera in pieni anni 60′, quando gira sempre in terre domestiche tra Dunfermline, Rangers e Falkirk. Poi gli inizi tra le piccole East Stringshire e St Mirren, gavetta necessaria fino all’Aberdeen trampolino necessario per scendere in England e completare il grande salto a Manchester per riportare ai vecchi fasti il glorioso United. Il resto è storia, che conoscete tutti. Lui e Wenger simboli di un Football e di una legacy che non esistono più. Impensabile oggi pensare a 20 e passa anni con lo stesso club nel calcio che conta. Unico manager a compiere con successo almeno 4 cicli con lo stesso club, dal 1986 al 2013. Da calciatore mediocre a leggenda vivente. Il Baronetto signori, Sir Alex Ferguson.

KLOPP Eh sì, proprio Jurgen, forse l’allenatore, in questo assoluto momento storico, ritenuto il migliore al mondo. Più di Guardiola, rivale per eccellenza di questi anni. Campione d’Europa, leader assoluto di una schiacciasassi quale questo straordinario Liverpool, ad un passo dal laurearsi pure campione d’Inghilterra. Coronavirus permettendo. Dopo diversi anni di faticosa costruzione, oggi infatti il suo Liverpool è diventato un rullo compressore, da record. Ha saputo costruire qualcosa di fantastico dalle fondamenta, aiutato sì dal dio Denaro, ma comunque di straordinario. Meno denaro ebbe al Dortmund, dove lì sì che già manifestò grandissime capacità d’architettura calcistica, portando il Borussia due volte al titolo di Germania in una Bundes storicamente dominata dal Bayern ma soprattutto a quella sfortunata finale di Champions persa a Wembley nel finale proprio coi Bavaresi. Ma prima di diventare allenatore straordinario, come tutti i suoi colleghi presi in esame in quest’articolo, è stato un difensore tremendamente normale. Una carriera tutta anni 90 al Magonza, aggressivo e dinamico centrale di difesa ma nulla più. Grande carattere che poi trasmetterà e conquisterà tutti da allenatore, ma solo quello! Infatti capacità tecniche e sapienza difensiva erano amaramente quelle che erano. Smette nel 2001, stesso anno in cui entra a tutti gli effetti nello staff tecnico e pochi mesi dopo si guadagna patentino e ruolo da manager. Allenatore, a tutti gli effetti. Un modesto centrale di difesa aggressivo che diviene uno dei tecnici migliori della storia. Niente male, caro Jurgen.

MOURINHO E come non arrivare al caro Jose, the Special One. Già, quello che sarebbe diventato lo Special One. Da allenatore, naturalmente. Perchè non molti sanno che negli anni 70 provò, e questo è assolutamente il verbo giusto, a fare il calciatore. Provò perchè tra Uniao Leiria e Belenses ebbe scarsissimo successo, tant’è che smise subito e seguendo il padre, ai tempi allenatore di tutto rispetto in Portogallo (evidentemente era genetica) si iscrisse all’Università tecnica di Lisbona e si laureò, sin da subito. “Seguendo mio padre, ho sempre avuto testa e mentalità da allenatore”, ammise anni dopo in pieno e florido successo. La sua carriera nel calcio che conta decollò a fine anni 90, ufficialmente traduttore ma soprattutto uomo di fiducia di Bobby Robson ai tempi del Barcellona. E’ lì che strinse rapporti stretti con Pep Guardiola, la storia nella storia della battaglia calcistica, mediatica e filosofica del football del terzo millennio. Sir Bobby sapeva bene che poteva contare su di lui in ogni aspetto: volpe astuta, abilissimo a studiare, scrutare e meditare su ogni punto di forza e debolezza dell’avversario. Probabilmente sarebbe stato un osservatore straordinario. Nel 2001 si mise in proprio, e anche se al Benfica le cose non andarono nel verso giusto, dal Porto la sua carriera decollò. Il resto è storia, Josè divenne per sempre uno degli allenatori più vincenti della storia del Football.

RANIERI Come non inserire Claudio Ranieri. Valoroso ma tremendamente normale calciatore che a cavallo tra i 70 e gli 80 non seppe dare frutto ai suoi anni di crescita alla Roma, finendo la carriera tra Catanzaro (di cui è stato assoluta bandiera), Catania e Palermo giocando prevalentemente nelle serie minori. Poi il percorso per diventare allenatore, i primi anni 90′ di  gavetta e risultati importanti, tra Cagliari e Firenze. Allora, da uomo vero, onesto e coraggioso, le esperienze all’estero: uno dei primi pionieri, soprattutto in Spagna dove vince parecchie coppe Nazionali col Valencia e forse di meno con l’Atletico. Poi il Chelsea, dove costruisce dal nulla una squadra per il futuro, un progetto formidabile, conquistato a maggio 2003 l’accesso alla Champions League, quell’accesso che spinse Abramovic (forse non tutti lo sanno) a puntare sul Chelsea e acquistarne il pacchetto di maggioranza. Poi una semifinale di Champions e un secondo posto, ma Abramovic scelse l’uomo del momento per vincere tutto, Jose Mourinho. Da lì l’appellativo assai poco fair, quello di perdente, quando torna in Italia ma tra Juventus e Roma sembrerebbe dimostrare di non essere l’allenatore giusto e vincente per vincere Scudetti e Campionati nazionali. In realtà caro Claudio non andò così, il tempo ti fu assoluto galantuomo, perchè nel 2015/16 a Leicester si scrisse la favola più bella del calcio moderno: il titolo dei Foxes, assoluti Underdogs, assolutamente indescrivibile. Manager dell’anno, in Inghilterra e in Europa, vetrine tutte per lui. Il presunto eterno perdente che aspetta un’intera carriera e il destino lo ripaga con la vittoria delle vittorie. Una vittoria fenomenale, tremendamente fenomenale, per questo andava necessariamente inserito nel nostro discorso.

PELLEGRINI Già, l’ingegnere. Proprio l’ingegnere, ingegnere per studi accademici. Perchè Manuel appartiene ad una classe d’allenatori affascinanti e vecchio stampo che forse non esistono più. O forse ne esistono sempre di meno. Appartiene a questa categoria perchè probabilmente a livello anagrafico è un pochino avanti con gli anni. E’ un classe 53, umile carriera da difensore e bandiera dell’Universidad de Chile a cavallo tra i ’70 e gli ’80, con un buon bottino di 571 presenze e 7 reti. Gli inizi da allenatore ovviamente in Cile, poi il passo in Argentina tra San Lorenzo e River, fino al chiaro sbarco nei 2000 in Spagna, ovvia meta e destinazione per chi proviene dal calcio latino. E così belle costruzioni tra Villarreal e Malaga, fino alla grande chiamata del Madrid dei primi CR7 e Kakà. E’ però al Man City che Pellegrini conquista tutti col titolo del 2014, lì arriva alla ribalta, davvero. Ennesimo caso di un semplice onesto e valoroso capitano che ha sempre e solo giocato in Cile alle luci della ribalta in Europa, ma soprattutto in Premier.

LONDON, ENGLAND – MARCH 01: Nuno Espirito Santo, Manager of Wolverhampton Wanderers celebrates following the Premier League match between Tottenham Hotspur and Wolverhampton Wanderers at Tottenham Hotspur Stadium on March 01, 2020 in London, United Kingdom. (Photo by Richard Heathcote/Getty Images)

NUNO ESPIRITO SANTO “In tutta franchezza penso che non si offenda se ammettessi che oggi è un manager nettamente migliore del calciatore che era”. Calza a pennello la descrizione di Jose Mourinho su NES, ormai noto acronimo di Nuno Espirito Santo, suo storico secondo portiere ai tempi della Coppa Campioni sollevata col Porto al cielo di Gelsenkirken. Già perchè Nuno, nonostante l’esperienza negativa di Valencia, già in Portogallo aveva fatto vedere cosucce interessanti, ma è nettamente in Inghilterra dove s’è conquistato prime pagine, copertine e luci della ribalta. Indipendentemente dalla reputazione internazionale di Nuno Espirito Santo, va considerato sensazione e fenomenale il lavoro che coi suo Wolves sta portando avanti. Merito senz’altro degli ingenti investimenti del suo CDA perlopiù connazionale, ma portare i lupi dalla Championship fino agli ottavi dell’Europa League in due anni e quasi ormai alle porte di quel paradiso chiamato Champions è senza ombra di dubbio ragguardevole. Un allenatore completo perchè oltre a lanciare e valorizzare talenti fino a livelli straordinari (si guardi Traorè, Raul Jimenez e Ruben Neves), lo fa adottando un sistema tutt’altro che britannico, quel 352 di matrice contiana, mediterranea. Merito della sua filosifa, quel “Togetherness”, quel credo, quello stile, quella passione che emoziona chiunque quando dopo ogni gol abbraccia il suo staff. Uomo e signore dai valori veri, aldilà di quella barba che tanto ne fa sembrare un cattivone c’è solo un cuore d’oro.

READING, ENGLAND – MARCH 03: Chris Wilder, Manager of Sheffield United celebrates victory during the FA Cup Fifth Round match between Reading FC and Sheffield United at Madejski Stadium on March 03, 2020 in Reading, England. (Photo by Dan Istitene/Getty Images)

WILDER Già, e questa è una delle nostre chicche. Se inseriamo Nuno, non possiamo non citare Chris. Perchè è assolutamente fenomenale quello che sta realizzando Mister Wilder a capo delle sue lame, del suo popolo, dello Sheffield United. Probabilmente Chris rappresenta il paragrafo, il capitolo più florido della storia recente delle Blades. Chris entra alla grande nel nostro contesto: cresciuto storia nella storia proprio nelle giovanili del club del suo cuore, assapora da calciatore soltanto un pizzico di Bramall Lane, perchè poi le modeste capaccità tecniche di un centralone di difesa vecchio stampo lo relegano ad una carriera di leghe inferiori, tanta Championship e tanta League One a caratterizzare infatti tutti i suoi anni ’90. Ma Chris, testone e determinato da sempre, non si dà per vinto: inizia subito la gavetta da manager, ottiene subito risultati tra Halifax, Oxford e Northampton tanto da coronare il suo sogno, la panchina dello Sheffield United. E qui scrive storia: sfrutta alla grande l’occasione, costruisce con compattezza, cuore e grinta un team in grado di scalare l’elite del football Uk in pochissimi anni, proiettando il club dalla League One ad attuale rivelazione assoluta della Premier. Europa League tutt’altro che utopia, ma con l’entusiasmo che si respira da quelle parti, sognare la Champions non costa nulla. Costava forse, passato necessario, ne sa qualcosa il Coronavirus.

RODGERS E anche il vecchio caro Brendan, che ha sfiorato la Premier con quel Liverpool dal calcio sopraffino versione 2013/14 e che stravincendo in Scozia col Celtic oggi è tornato protagonista in copertina con una nuova edizione del Leicester dei miracoli, merita citazione. Eccome. Perchè da buon nordirlandese, corona il suo sogno debuttando nella nazionale maggiore addirittura col Brasile nel lontano 88. Fu però soltanto un fuoco di paglia, perchè anche qui le qualità erano quelle che erano; i problemi fisici fecero il resto, relegandolo addirittura in una carriera fangosa, modesta, nel calcio della Non League. Addirittura Newport, Witney e Newbury, tanto per citarne alcuni che dipinsero i suoi incolori anni 90, mi si perdoni l’antitesi. Ma non si arrese, ritornò, tanti anni dopo, quando nel 2008 il Chelsea gli diede la possibilità di esprimere il suo potenziale da allenatore emergente proprio con le giovanili dei Blues. Da lì Swansea, la conquista della Premier in quella drammatica Sliding Door dello spareggio playoff col Reading di maggio 2011. Si portò dietro Fabio Borini, che valorizzò assieme a Scott Sinclair, suo pupillo riabbracciato a Glasgow anni e anni dopo. Il resto è storia.

Simone Dell’Uomo