di Simone Dell’Uomo
Chi pensa al Tottenham di Pochettino, quello degli ultimi radiosi anni, splendidi, trionfanti e rivoluzionari, nonostante non si sia vinto niente(distrutto ogni equilibrio o blocco mentale, 4 anni consecutivi nelle Top4, 10 anni fa assoluta utopia), non può pensare soltanto al fraseggio, al palleggio, al bel football. Già perchè se vuoi arrivare in alto in Premier, dove ritmo e intensità sono tutto, devi correr più veloce degli altri. Per questo uno deve pensare alla fisicità, alla voglia di fare, alla rapidità di manovra. Perchè il Tottenham non è stato solo quello dei fantastici 4, Son, Kane, Alli ed Eriksen (la classe dominante di Christian in casa, i movimenti da 9.5 di un centravanti completo come Harry, così come i tagli e gli inserimenti fulminei in trasferta di Dele o le stesse ripartenze letali e fulminee di Sonny), ma pure quello dei tosti Sissoko, Dembelè, Dier, Vertonghen, Alderweireld, Rose, per tutti questi anni. Spesso e volentieri fisicità fa rima con forza, e forza con mentalità vincente.
Spesso, ma non volentieri, quantomeno in questo caso. Perchè vuoi o non vuoi, nel bene o nel male, Mauricio Pochettino, strepitoso a creare un gruppo, una nuova filosofica, ragazzi diventati uomini, giovani talenti diventati calciatori a livello straordinario, diversi solisti diventati squadra vera, abbattuta ogni tipo di ostruzione mentale sfidando e superando colonne d’Ercole, il tecnico argentino ha spesso sbagliato strategia, sostituzione, scelta tattica in diversi match che contavano davvero, una finale, una semifinale, quello che serviva per vincere una Coppa. Ed è questo, l’unico grande errore da imputare al formidabile Poch.
E da qui la scelta, perfetta, dello Special One. Forse tardiva però, perchè quel gruppo storico creato da Pochettino sembra veramente arrivato al capolinea, come sussurrò il tecnico di Murphy alle orecchie di Gary Lineker. Mourinho sa bene quanto quella rosa aveva da offrire, quanto si sposasse bene con la sua mentalità. Non solo tecnica, ritmo e fisicità. Un tecnico che con quella rosa avrebbe vinto titoli, senz’altro, perchè l’ha fatto ovunque. Ed è per questo che, forse tardivamente, il matrimonio più azzeccato del nuovo decennio s’è materializzato a metà novembre. Meglio tardi che mai direbbero quelli più bravi, già. Anche perchè Mou ama vincere dove ultimamente s’è vinto poco o nulla. Anche e soprattutto perchè Mou ama le squadre fisiche, forti, veloci, soprattutto per fase difensiva, ma non solo, pure perchè con lui, sotto di lui, potenza e fisicità hanno sempre fatto meravigliosamente ritmo con mentalità vincente. Si pensi alla solidità di sue due grandissime squadre, Inter e Chelsea.
E la partenza sembrava veramente il matrimonio perfetto: 4 vittorie in 5 gare giocate, calcio verticale, compattezza ritrovata, toccate le corde giuste a rimotivare gente come Alli e Lucas rientrati al centro del progetto, classifica risollevata.

L’idea con cui Mourinho voleva improntare il suo Tottenham partiva dal basso, da una fase difensiva fatta a 4 in grado fluidamente di passare a 3 in fase di costruzione, con un fluidificante di spinta come Aurier a destra (coperto da Sissoko sul centrodestra di centrocampo in quanto elemento poderoso in grado di coprire gli spazi lasciati colpevolmente vuoti dal terzino ivoriano che storicamente osa sempre qualche metro in più del suo dovere professionale) e un terzino sinistro più positional, il buon vecchio Ben Davies, in grado di ripiegare al centro per costruire e assicurare chiaramente più copertura. Questo il motivo per cui Sessegnon, secondo Josè, non è adatto al suo ruolo di terzino sinistro. Troppo di spinta, come Danny Rose, per cui la sua era agli Spurs sembra bella che finita, anche se più volte ha ribadito di voler rimanere nel club fino alla naturale scadenza del suo contratto, giugno 2021. Davanti, Lucas e Son ai lati del 4231, Alli dietro Kane.
Poi l’inizio dei problemi, i seri problemi. Toccati con mano fin da subito. L’avvento di Mourinho, la sensazione che finalmente si alzeranno i trofei con l’allenatore perfetto per compiere l’ultimo step, non possono essere bastati. Sicuramente non ad Eriksen, che ha sottoscritto la decisione presa l’estate scorsa dichiarando chiuso il ciclo al Tottenham (se ne andrà malamente, ormai noto, senza rinnovare il contratto) voltando le spalle a chi l’ha veramente spedito nel calcio che conta, voltando soprattutto le spalle ad un suo estimatore assoluto, Josè.
Problemi risultati alla mano nati il 23 dicembre, quando a soli 3 punti dal Chelsea e la grande chance di riacciuffare già subito e miracolosamente i Blues in classifica, Mourinho perde la grande rivincita e si lascia sconfiggere 0-2 al Tottenham Hotspur Stadium. Poi solo la vittoria sofferta col Brighton del Boxing Day, i 2 punti lasciati a Norwich, la desolante sconfitta senza cattiveria a Soton, l’ennesima sconfitta (per quanto valorosa e forse immeritata) col Liverpool, gli ennesimi due punti persi, stavolta a Watford. In poche parole, all’interno di una stagione difficilissima, il ritorno ai meandri di metà classifica, desolante ottavo posto anche se c’è ancora metà campionato da giocare.
Oltre alla grana Eriksen, ciò che ha distrutto i piani di Josè sono stati gli infortuni: perso Davies elemento chiave dell’idea tecnica descritta qualche capoverso precedente, Lloris fuori ora fortunatamente tornato ad allenarsi con il gruppo, un Ndombele (erede, non soltanto per anafora e dittonghi, di Mousa Dembelè) alle prese con un fastidio muscolare che lo tormenta da inizio anno e non gli permette continuità (necessaria in un campionato tutto nuovo), per chiudere in bellezza Harry Kane e Moussa Sissoko fuori per rispettive drammatiche operazioni chirurgiche fuori fino ad aprile. Insomma, sfortuna disumana.
Per questo Mou, tra infortuni e incertezze, ha visto i suoi istantanei piani (ovvero quelli per l’immediato presente) andare in frantumi. Si ritrova una squadra non soltanto inadatta al suo modo di giocare spiegato in precedenza, ma soprattutto una squadra distrutta, annientata, demolita dagli infortuni. “La situazione è quella che è” ha più volte detto. Stavolta, caro Josè, dobbiamo darti ragione. Una squadra che ha perso tutto un centrocampo, Ndombele e Sissoko non solo rappresentavano mediana fortissima, ma soprattutto, e qui arriviamo al nocciolo della questione, fisicità straripante. Che per Mou, fisicità ha sempre fatto rima con potenza, potenza con solidità, solidità meravigliosamente con mentalità vincente, mentalità vincente con una serie infinita di trofei vinti e stravinti. Stavolta no caro Josè, forse t’ha tradito la tua voglia di tornare, soprattutto ad allenare una rosa che, come dichiarato più volte da opinionista, hai sempre stimato e reputato tra le più forti. Non c’è nemmeno Eriksen: è un Tottenham tecnico (squadre di Mou forti tutt’altro che storicamente solo tecniche) con Winks, Lo Celso e Lamela, due argentini spagnoleggianti che in due non fanno storicamente mezzo Eriksen. Davanti manca una punta e la frittata è fatta.
Ancora una pangea. Perchè nel presente Mou dovrà trovare il modo di terminare bene la stagione e farlo senza elementi mourinhani, fisici, aggressivi. Adottando idee non sue per migliorare l’istantaneo. Tutto complicatissimo. Sono passati solo due mesi: l’impressione è quella che Mou dovrà salvare il salvabile e tutti noi dovremo aspettare estate prossima per vedere effettivamente primi importanti scampoli del Tottenham di Josè.
Quello che abbiamo potuto meravigliosamente constatare, però, dell’avvento di Mourinho, è la mentalità che contraddistinguerà nei prossimi anni (a partire da questo), il Tottenham nelle coppe britanniche, nelle domestic cups. Si comprende dalla conferenze stampa e sull’importanza della Fa Cup: è chiaro che Mou vuole cambiare mentalità, che i trofei sono trofei, che vincere aiuta a vincere, che alla fine conta mettere in bacheca un marchia tutt’altro che scalfibile. Questo, fin qui, è quello che è cambiato. La mentalità. E Mou ci riuscirà: alzerà trofei anche col Tottenham, ci potete giurare.
Simone Dell’Uomo
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