Come molti altri aspetti della storia delle due squadre, il numero 7 finisce per unire e dividere irrimediabilmente Liverpool e Manchester United. Conosciamo bene i giocatori dei Red Devils a indossare questa maglia: George Best, Eric Cantona, David Beckham, Cristiano Ronaldo e, in tempi più recenti, Angel Di Maria e Alexis Sanchez. Accanto a nomi così altisonanti non sfigurano certamente i nomi che i Reds di Liverpool possono schierare: Kenny Dalglish, Steve McManaman, Luis Suarez, Kevin Keegan, Ian Callaghan e tanti altri. Personaggi sicuramente meno glamour, ma egualmente vincenti e ricordati con enorme gioia nel cuore dei propri tifosi.
Ian Callaghan, l’imprendibile
Nel 1959 il neoarrivato Bill Shankly comincia a riorganizzare la propria squadra svecchiando la rosa e promuovendo i giovani. Tra questi ultimi si fa spazio tale Ian Callaghan, 17enne di belle speranze proveniente dai sobborghi di Liverpool. Il Liverpool in quel momento naviga in seconda divisione, ma nel giro di sei anni arriverà sul tetto d’Inghilterra. Campionati, Charity Shield, FA Cup, tutti titoli conquistati con Ian Callaghan a centrocampo a dettare il passo.

Negli anni della maturità calcistica migliorerà il suo già ricco palmares. Due Coppe UEFA, due Coppe dei Campioni, una Supercoppa Europea, altri titoli nazionali in campionato e in coppa. In tutto saranno 19 trofei, la maggior parte indossando il numero 7 del Liverpool, conditi dalla Coppa Rimet con l’Inghilterra nel 1966. Va via nel 1978, a 36 anni, dopo essere sceso in campo con il liverbird sul petto per 857 volte. Ancora oggi è primo ogni epoca nella storia dei Reds.
Jamie Carragher, secondo in classifica e protagonista di una carriera di diciassette anni, gli è dietro di circa 150 presenze. Letteralmente inarrivabile.
Kenny Dalglish, The King
Lo scozzese fra gli scozzesi. Nel 1966 un 15enne della periferia di Glasgow che fa il tifo per i Rangers sostiene un provino per il Liverpool. Bill Shankly sta cercando di rinnovare la rosa che sente aver raggiunto ormai il suo apice (curiosamente, uno dei pochi superstiti di quell’epurazione fu Ian Callaghan, di cui abbiamo appena parlato). Dopo essere stato scartato, il giovane firma per l’altra squadra di Glasgow, il Celtic, praticamente negli stessi giorni in cui Jock Stein porta i cattolici ad essere la prima squadra britannica vincitrice della Coppa dei Campioni. Una decina di anni dopo, Paisley lo strappa agli scozzesi e, da grande giocatore, Kenny Dalglish diventa semplicemente The King.

Nei nove anni da numero 7 del Liverpool Kenny Dalglish vince qualsiasi tipo di trofeo nazionale e internazionale. Nel 1983 si arrende a Michel Platini nella classifica del Pallone d’Oro, mentre nel 1985 viene nominato player-manager. Si trova in campo durante il disastro del Heysel, mentre è bordo campo durante la strage di Hillsborough. Nel 1991, con il Liverpool primo in classifica, si dimette improvvisamente dopo un 4-4 contro l’Everton. Nel 2017 la Centenary Stand di Anfield diventa ufficialmente la Sir Kenny Daglish Stand (sì perché nel frattempo ha ricevuto anche il titolo di cavaliere a Buckingham Palace). Ancora oggi in casa durante le partite del Liverpool si sente: «all round the fields of Anfield Road where once we watched the King Kenny play, and could he play!».
Kevin Keegan, l’eccezione di Shankly
Prelevato dai bassifondi della Fourth Division, Kevin Keegan viene introdotto a Bill Shankly da uno dei suoi assistenti più fidati. L’episodio forse più curioso della sua esperienza in rosso è legato alla sua firma sul contratto. Sarà infatti l’unico giocatore a strappare a Shanks un aumento di stipendio. Il manager scozzese, secondo la leggenda, si lasciò infatti convincere dal fatto che il 20enne fosse cresciuto in un contesto familiare simile a quello del giovane Shankly: quello delle miniere di carbone. Un mondo in cui anche una singola sterlina di differenza in busta paga fa tutta la differenza del mondo.
Giocatore di grande temperamento (famosa la sua scazzottata con Bremner e Giles nel vittorioso Charity Shield del 1974 contro il Leeds guidato per la prima volta da Brian Clough), Keegan vinse il suo primo trofeo con i Reds proprio a spese dei Peacocks nel 1973. Un suo gol diede infatti la vittoria decisiva per mettere in bacheca ad Anfield il primo trofeo in sette anni. In quegli anni formò una straordinaria partnership offensiva con John Toshack, tanto che «Toshack, Keegan. One-nil Liverpool!» diventò una delle frasi più utilizzate dai cronisti dell’epoca. Dopo una decina di trofei nazionali e internazionali vinti in rosso, il numero 7 del Liverpool passò proprio a Kenny Dalglish nel 1977, quando l’inglese andrà a giocare ad Amburgo, vincendo una Bundesliga ma soprattutto due edizioni consecutive del Pallone d’Oro.
Steve McManaman, il fenomeno mancato
All’inizio degli anni ’90 il Liverpool capisce di dover seriamente pensare a ringiovanire la rosa. L’idea, portata avanti da Dalglish prima e Souness dopo, fu quella di mescolare campioni con esperienza a giovani di belle speranze. Uno di questi fu Steve McManaman, che il Liverpool pesca a Bootle, una delle zone dei dock della città. Di sicuro uno dei talenti più cristallini che abbiano mai giocato per i Reds, capace di gol come quello a Highbury nel novembre 1997, Macca indossa la numero 7 del Liverpool per nove anni, collezionando più di 350 presenze in tutte le competizioni.
McManaman's stunning goal at Highbury
Will a moment of magic make the difference when Arsenal and Liverpool FC meet at the Emirates? This wonderful strike from Steve McManaman settled things when the sides met in 1997…
Posted by Premier League on Monday, August 24, 2015
Unico neo: gioca in una delle edizioni del Liverpool meno vincenti della storia. Nonostante l’unione di talenti come Rush, Barnes, McManaman, Redknapp, Barnes e Fowler, il talento dell’esterno inglese non porta alla sua squadra più di una FA Cup e una Coppa di Lega in un decennio. Quando il Liverpool tornerà seriamente a vincere nel 2001, Macca sarà già al Real Madrid da due stagioni. Qui vince letteralmente tutto quello che si può vincere: Liga, Champions League, Supercoppa spagnola, Supercoppa UEFA. La sua esperienza con i blancos convincerà il Real ad investire in giocatori britannici, i quali saranno favorevolmente attratti dall’idea di giocare in Spagna: David Beckham, Michael Owen e Gareth Bale su tutti.
Luis Suarez, l’uomo della rinascita

Nel 2011 Kenny Dalglish, tornato dopo vent’anni alla guida del club, realizza tre operazioni di mercato nell’ultimo giorno disponibile: Torres lascia Anfield per svernare a Stamford Bridge, mentre nel Merseyside atterrano Luis Suarez e Andy Carroll. Se il secondo sarà ricordato solamente per un più che deludente stint di 18 mesi, Suarez è l’uomo della rinascita di una squadra che da più di un anno arranca tra problematiche societarie ed età dei giocatori.
Solo una Coppa di Lega nei suoi tre anni e mezzo in rosso, ma assolutamente degno in indossare la numero 7 del Liverpool. Autore di gol sensazionali quali quelli al Norwich, allo Stoke City, al WBA, al Newcastle, all’Everton. Segna più di 80 gol non giocando praticamente mai da prima punta, formando una partnership con Daniel Sturridge capace di 52 gol in Premier League nel 2014. Il secondo posto conquistato in quel modo sarà per sempre una delle pagine più tristi nella storia del club, ma il suo nome sarà per sempre scolpito.
di Daniele Calamia
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