Il Liverpool ha capito cosa vuol dire giocare ad Anfield… per gli altri

Ieri sera il Liverpool è uscito sconfitto dal Wanda Metropolitano nell'andata degli ottavi di Champions. Una stagione nel complesso simile agli Invincibles

0
182

Ieri sera si è consumato il più classico dei prevedibili upset che ogni anno la Champions League ci riserva. I Reds, tornati al Wanda Metropolitano di Madrid per la prima volta dalla vittoria della sesta European Cup, hanno affrontato un Atletico Madrid in difficoltà di uomini ma pronto a vendere cara la pelle. Il risultato mostra una sola cosa: il Liverpool ha capito cosa vuol dire giocare ad Anfield… per gli altri.

Un Klopp piuttosto seccato durante e dopo la partita del Wanda Metropolitano. Photo by Getty Images

Una partita molto complicata

Klopp, già nel prepartita, aveva messo le cose in chiaro: gioca il miglior undici a disposizione. Nomi importanti, affidabili, vincenti. Difesa classica, attacco pure, Fabinho-Henderson-Wijnaldum in mezzo al campo. Un solo problema: questo Liverpool non aveva mai giocato insieme in stagione, neanche per un minuto.

La partita si è messa subito in salita dopo il gol di Saul Niguez, fortunato quanto bravo ad avventarsi su una palla vagante solo da spingere in rete. Da lì in poi l’Atletico ha fatto quello che sa fare meglio: giocare per difendere il risultato, con Simeone ad aizzare la folla sugli spalti. Un tifo assordante quello dei Colchoneros, da pelle d’oca.

Saul Niguez esulta dopo il gol al 4° minuto della partita. Photo by Getty Images

Ed è per questo che, volendo riassumere il tutto in una frase, i Reds hanno capito cosa voglia dire giocare ad Anfield… per gli altri. Uno stadio non confortevole in cui giocare, un pubblico che spinge la propria squadra 90+ minuti. Una situazione che nessuna squadra in trasferta vorrebbe vivere.

L’imprevisto polacco

Qualche aspetto negativo anche: troppe pressione verso l’arbitro, troppe cadute facili. Risultato: un ambiente scomodo in cui giocare anche oltre le accettabili regole del calcio. Un arbitro, il polacco Marczyniak, forse non all’altezza del livello della partita. Un direttore di gara troppo incline ad essere influenzato dal clima in cui si gioca, come lo stesso Klopp aveva fatto intendere nel novembre 2018, quando i Reds persero 2-1 a Parigi contro il PSG fra le polemiche con l’arbitro polacco in campo. Eloquente Klopp a fine partita, intervistato sulla sostituzione di Mane a fine primo tempo: «avevo paura che [dopo l’ammonizione] i giocatori dell’Atletico sarebbero andati giù anche per colpa di un respiro».

Questione ambiente a parte, i Reds non hanno giocato per nulla bene, creando solamente due occasioni degne di nota. Conclusioni che hanno mancato il bersaglio di pochissimo, in ogni caso insufficienti. Al ritorno ci vuole ben altro per sconfiggere una squadra vera.

Una stagione in stile Arsenal 2004

Abbiamo parlato nei giorni scorsi del confronto fra questo Liverpool e l’Arsenal degli invincibili. In termini di punti, i Reds quest’anno dovrebbero superare i Gunners di quell’annata memorabile senza particolari problemi. Considerando l’imbattibilità però, il Liverpool ha ancora tante sfide davanti prima di raggiungere quella squadra meravigliosa. Un gruppo però, quello agli ordini di Wenger, che nelle coppe non brillò quanto in campionato. Un solo trofeo conquistato in quell’annata: il campionato. Diverse sconfitte a Highbury, tra l’altro, in una delle ultime stagioni in quel magico stadio.

In coppa di Lega ad esempio fu il Middlesbrough ad eliminare i Gunners. 0-1 a Highbury, prima del 2-1 al Riverside. In Champions League toccò al Chelsea eliminare Wenger. Dopo un 1-1 a Stamford Bridge, nel nord di Londra Wayne Bridge segnò al minuto 87 il gol della qualificazione. Arsenal sconfitto in casa e fuori dalla competizione. Un cammino accidentato anche nei gironi: l’Inter fu corsara a Londra, con la seconda sconfitta che arrivò a Kiev.

Il cammino del Liverpool non sembra poi troppo diverso da quello degli Invincibles. Solo il tempo ci dirà se i Reds arriveranno gli stessi risultati di quella squadra o più in alto.

di Daniele Calamia