La carriera di Rafael Van Der Vaart

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BLACKBURN, ENGLAND - OCTOBER 23: Rafael Van Der Vaart of Tottenham celebrates scoring to make it 2-1 during the Barclays Premier League match between Blackburn Rovers and Tottenham Hotspur at Ewood Park on October 23, 2011 in Blackburn, England. (Photo by Michael Regan/Getty Images)

di Simone Dell’Uomo

Eterno incompiuto? Assolutamente no. Sopravvalutato? Tremendamente sottovalutato! Signori, Rafael Van Der Vaart. In attesa che la Premier riesumi le sue emozioni alla fine di quel tunnel chiamato Covid-19, è tempo oggi di parlare di uno dei trequartisti più significativi del nuovo millennio. Un velocista? Chiaramente no. Calciatore devastante? Probabilmente nemmeno. Ma Rafa è un calciatore troppo sottovalutato per la sua categoria, quella dei numeri 10, dei fantasisti, dei trequartisti, una categoria troppo spesso rappresentata da pseudo fenomeni e fanciulli troppo belli per esser veri, molti infatti fin troppo sterili, talvolta inutili, caratterialmente deboli e viziati, tutt’altro che adatti ad imporsi a dinamiche fisiche e ritmi forsennati del calcio britannico, dove si sa, contrasto e tackle sono vocaboli che caratterizzano il glossario calcistico tanto caro agli inglesi. Per regger l’onda d’urto della Premier degli ultimi 20 anni, servono eccome attributi e carattere. Per questo tanti giocatori così hanno fallito lassù, hanno steccato malissimo l’approccio al mondo oltremanica. Tanti, ma certamente non lui, trequartista con gli occhi della tigre, quel fuoco emanato a compagni ed avversari ad ogni suo sguardo, trascinatore di popoli e simbolo di carisma e determinazione nei momenti scottanti, quelli che contano davvero.

FENOMENI Andiamo per gradi, narriamo la sua carriera. Rafa, talento olandese e tulipano, nasce calcisticamente nell’Ajax di Koeman dei primi 2000, probabilmente la miglior generazione lanciera del nuovo millennio. Non ce ne voglia quella degli ultimissimi anni, ma l’Ajax di Rambo presentava gente come Chivu, Grygera e Pasanen dietro, Van Der Meyde e Maxwell sugli esterni, Ibra e Mido davanti, ma soprattutto un centrocampo completissimo che avrebbe rappresentato lo zoccolo duro della nazionale Orange per più di 10 anni: De Jong a far legna, Wesley Snejider e Rafael Van Der Vaart a creare, ispirare, trascinare. Cresciute insieme, tutte queste personalità forti finirono per scontrarsi, come Rafa e Zlatan, Zlatan stesso che entrò durissimo in un’amichevole internazionale proprio tra Olanda e Svezia quasi a spezzare tibia e perone del suo compagno di squadra. Nonostante giocasse al fianco di grandi calciatori come appunto Zlatan e Wesley Snejider, Rafa era capitano di quell’Ajax, forse perchè proprio Koeman e la dirigenza avevano intravisto in lui quelle qualità da leader carismatico necessarie per trainare compagni, ambiente e popoli.

HSV A differenza dei suoi compagni che avrebbero sviluppato carriere ancor più importanti perchè obiettivamente più forti, resta forse per questi motivi più del dovuto ad Amsterdam. Non spicca il volo e nel 2005 l’unica squadra che se ne assicura le sue prestazioni sportive è l’Amburgo, progetto importante e squadra tedesca di grande tradizione ma tutt’altro, quantomeno pure a quei tempi, elite del calcio europeo. Rafa non si scompone, lo prende come un nuovo trampolino di lancio, l’ambiente e i sostenitori si innamorano di lui, di questo olandesino volante in grado di calibrare traiettorie magistrali e decidere partite scottanti, come quella nel derby col Werder decisa da una sua botta balistica al volo straordinaria. E’ la star di quel club, e lui per rendere al meglio, da prima donna, questo sì, deve sentirsi tremendamente importante.

MADRID E’ allora nel 2008, dopo 3 anni da assoluta star HSV e tra i prodotti migliori offerti dal mercato Bundes, che il Real tutto sapore olandese se ne assicura le prestazioni. Trova Arjen Robben e l’eterno Ruud, ritrova soprattutto l’amico Wesley. Buon primo anno, ma il Madrid è quello che è, una squadra che esce puntualmente agli ottavi di Champions League, le pressioni sono altissime anche lui finisce sul banco degli imputati. Nell’estate del 2009 arrivano i grandi investimenti Kakà e Cristiano, lo spazio si riduce sempre di più, lui trova il modo di decidere una gara complicatissima come quella col Siviglia suggellando una rimonta straordinaria col gol del 3-2 che fa esplodere il Bernabeu, ma evidentemente non basta. Perchè poi arriva Mourinho che pone Ozil davanti a Kakà nel ruolo di numeri 10. C’è il Barcellona che domina in lungo e largo: per contrastare il dominio di una squadra che detterà leggi e connotati rivoluzionari di calcio moderno servono solo ripartenze micidiali, per questo sugli esterni serve gente veloce, velocissima, rapida, non Rafa Van Der Vaart, che finisce alla porta. Ha apprezzato i suoi tempi merengues nonostante non fosse la star assoluta, considererà comunque un privilegio aver indossato la camiseta blanca.

LOVE AT FIRST SIGHT E allora la chiamata l’ultimo giorno di mercato sessione estiva di un Tottenham Hotspur dai primi passi da gigante nel nuovo millennio, il team di quella vecchia volpe di Harry Redknapp, architetto sempre astuto e pronto a riscoprire e rivitalizzare talenti e campioni spesso e volentieri chiusi e senza spazio nelle big d’Europa. 8 milioni di sterline, semplicemente 8 milioni di sterline, corsa contro il tempo per depositare il contratto prima del gong finale, lo sbarco a Londra e al vecchio Spurs Lodge, presentazione in grande stile e amore a prima vista, già, come lo definì Rafa stesso dopo poche settimane nel nord di Londra. Perchè sfruttando i velocisti Lennon e Bale e la qualità dal basso di Luka Modric, lui può spaziare tra le linee e assumere ruolo da assoluto protagonista. Occhi infuocati, determinazione, leader, carisma, gol pesanti e notti da brividi in Champions a trascinare romanticamente gli Spurs sotto la fitta pioggia di White Hart Lane. Altro che femminuccia calcistica. Due attributi grossi così. Doppio assist e rigore decisivo all’Emirates, rimontona pazzesca e Tottenham corsaro in trasferta dopo decenni nel North London Derby. Doppietta pure al ritorno, come al povero Villa, matato quattro volte tra andata a ritorno. Intesa straordinaria con Peter Crouch, grandi tempi d’inserimento e numeri straordinari, un centrocampista prolifico come le migliori seconde punte. E l’anno successivo, con Adebayor, le cose vanno ancora meglio. Incarna al massimo lo spirito del vecchio Lane, la connection coi supporters è fantastica, si tuffa puntualmente in mezzo a loro dopo ogni gol pesante. Una storia d’amore vera e completa, incarna il Tottenham Way e la Yid Army si riconosce nei suoi occhi, nel suo sguardo, nelle sue giocate. Elegante, ma tremendamente decisivo. In un calcio fisico e veloce forse come nessun altro. Nel campionato più importante. Semplicemente straordinario. E lui s’innamorò di quel club: solo due anni, ma quel tanto che basta per baciare stemma e quel galletto sul pallone che da 138 anni ormai scalda i cuori del Nord di Londra.

ORANGE Continua altresì a far faville anche in Nazionale: dopo uno splendido euro 2008 da protagonista, arriva fino alla finale dei Mondiali di Sud Africa 2010, anche se spesso e volentieri da subentrante. Sua la scivolata alla disperata per murare il tiro di Iniesta, che finisce inesorabilmente per gonfiare la rete e regalare alla Spagna il titolo iridato ad un passo dai rigori. Nonostante Wesley Snejider fosse calcisticamente più forte, avesse qualcosina in più specialemente durante gli anni interisti, nel 2012 torna titolare inamovibile e da leader intimorisce il Portogallo di Ronaldo con una straordinaria staffilata da fuori col sinistro.

IL TRAMONTO Nel 2012, sul più bello, al Tottenham arriva Villas Boas. Giovane ma ambizioso scienziatino dalle idee tutte particolari, manie di protagonismo e detestante ogni prima donna all’interno del suo spogliatoio. Per Rafa c’è meno spazio, il piano di AVB è chiaro. Allora lascia gli Spurs, forse con troppa fretta, forse rinunciando a combattere per un posto da titolare, troppo attratto dalle sirene d’Amburgo, dove c’è quell’HSV pronto a riaccoglierlo a braccia aperte che lui proprio no, per quell’impulso e quella voglia di sentirsi ancora tremendamente importante e star assoluta proprio non riesce a rifiutare. Firma, buone giocate e gol importanti, quel popolo l’amerà sempre, ma sulla trentina d’anni velocità, ritmi e condizione fisica calano di brutto, gli infortuni fanno il resto. Ma lui resta un folle ed inguaribile romantico: sul viale del tramonto accetta a parametro zero la corte del Betis a Siviglia per riabbracciare la nonna spagnola, ma l’esperienza finirà dopo nemmeno un anno, tra infortuni, tante ombre e ben poche luci. Allora, sempre per amore, stavolta della nuova fiamma Estevana Polman, meravigliosa pallamanista danese, rifiuta soldi cinesi e americani e va a chiudere la carriera in Danimarca, nella piccola lega danese. Ultimi scampoli, poi il ritiro, la partita di rito a casa HSV, tanti ricordi e tante emozioni. Rafa, uno degli ultimi trequartisti col cuore da leone e gli occhi da tigre. Signori non è semplice abbinare classe e cattiveria agonistica, leadership, carisma, determinazione. Uno dei trequartisti più straordinari e sottovalutati del calcio moderno, proprio per questo motivo. Signori, semplicemente Rafael Van Der Vaart.