di Simone Dell’Uomo
Esattamente 12 mesi fa si consumava all’Etihad uno dei quarti di finale di Champions più traumatici della storia del calcio moderno. Manchester City – Tottenham 4-3. Già, 4-3. Un risultato che dopo l’1-0 londinese dell’andata significò semifinali di Coppa dei Campioni 48 anni dopo, notte e risultato memorabile per la storia degli Spurs. Fu un “Late late drama”, come lo definirono oltremanica, facendo impallidire pure un Martin Tyler che di telecronache e partite in tutte la sua carriera ne ha viste e commentate a bizzeffe. Fu esattamente un dramma fino al fischio finale col timbro di Sterling, l’esplosione dell’Etihad, il consulto Var, il fuorigioco, la rete annullata, fibrillazione fino all’ultimo secondo e alla finì la storia promosse l’impresa di Pochettino. Nemmeno al terzo anno di progetto, nemmeno dopo una Premier vinta e strameritata a suon di 100 punti e record, nemmeno dopo investimenti fuori dal comune, Pep Guardiola conseguì le semifinali di una Coppa che in ogni modo rappresenterà sempre il vero e proprio motivo che spinse la dirigenza araba a spendere fior fior di milioni per assicurarsi il catalano in panchina. Fu invece paradiso terrestre per gli Spurs, spesso e volentieri tradotti come eterni incompiuti, trattati come squadra che si scioglie sempre sul più bello, così come il loro Pochettino. Invece no, quella notte mostrarono grinta e attributi (poi la sorte disse la sua, senz’altro), ma quella sera del 17 aprile 2019 gli dèi del Football promossero i vari Lloris, Alderweireld, Vertonghen, Llorente. Lo zoccolo duro di quel Tottenham: malizia, esperienza e attributi fumanti, altro che tutto fumo e niente arrosto.
DRAMA Fu una notte incredibile. Già dopo 10 minuti il risultato narrava 2-2, con una sontuosa ennesima doppietta di Son che all’Etihad divenne a tutti gli effetti star mondiale: tagli da 7, numeri realizzativi da 9, attraverso soluzioni balistiche da numero 10. Il City non mollava, spingeva, nonostante il Tottenham graffiasse da grande club ad ogni suo minimo errore. Ma De Bruyne era straripante, l’infortunio di Sissoko permise al centrocampo dei padroni di casa di straripare, a metà ripresa 4-2 e rimonta completata: sicurezza Aguero, sontuoso Sterling. Ma nulla, nemmeno l’inerzia, fermò cuore e attributi del Tottenham di Pochettino: gruppo compatto, coeso, esperto, con due attributi grossi come una casa che poi un mese dopo avrebbero ribaltato pure l’Ajax. Così calcio fisico, corner e palle inattive, City impaurito e guizzo vincente di Llorente. Braccio? Gomito? Parti intime? Ancora c’è chi cerca una risposta. Fatto sta che fu 4-3, punteggio che premiava gli Spurs. Poi altro quarto d’ora d’apnea, i 5 di recupero, il City che palleggiava sulla trequarti, aspettava il varco giusto ma la palla scottava sempre di più. Poi l’errore di Eriksen, l’inserimento di Aguero, il dribbling freddo e velenoso di Sterling, tripletta completata ed esplosione. Guardiola incontenibile, erutta la panchina. Sarebbero semifinali: già, sarebbero, perchè il Var segnalò una posizione irregolare del Kun, l’arbitro Cakir alza il braccio, gelo all’Etihad e settore ospiti in delirio. Il Tottenham risorge, gestisce al meglio gli ultimi minuti, guadagna metri e secondi e manda in porto la missione: erutta stavolta la panchina di Pochettino, che stringe e urla assieme al tecnico argentino, Guardiola incredulo mastica amaro e guadagna gli spogliatoi. Finisce così, scene raggianti sotto al settore ospiti. Il Tottenham compì il grande passo dai quarti alle semifinali, step difficilissimo per chiunque. Il derby d’Inghilterra promosse grinta, cuore e attributi. Pochettino ricevette i cori della sua gente, al quinto anno di progetto portò gli Spurs in semifinale. Lo step successivo era Amsterdam, una semifinale da sogno con l’Ajax, un epilogo che farebbe impallidire tutto ciò che s’è scritto fin qui, in questo articolo, perchè sarebbe successo l’inenarrabile. Emozioni City, emozioni Champions, soprattutto emozioni Tottenham Hotspur. Una notte indimenticabile, per chiunque ami l’idea di una semplice sfera che dall’ottocento rotola su un prato verde. Perchè sa benissimo quanto e come, quella sfera, possa determinare destini di popoli.
Simone Dell’Uomo
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