Poch per crescere, Mou per vincere

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di Simone Dell’Uomo

Come è noto a chiunque, 24 ore fa terminava una delle storie d’amore più longeve, meravigliose e intense del calcio moderno, quella tra Mauricio Pochettino e il Tottenham Hotspur. Un signore che con la sua passione, le sue idee, la sua straordinaria qualità da allenatore evoluto ha saputo ricostruire il club dalle sue ceneri. Un signore vero, coi suoi valori una delle persone più belle del football di oggi.

UNA STORIA D’AMORE Dal quel 28 maggio 2014 al Tottenham è cambiato tutto, ma proprio tutto. Fuori i vecchi credenti del Dio denaro, da Adebayor a Soldado, passando per Paulinho o i vari Lennon, Kaboul, Sandro, Dawson, gente che al vecchio ciclo Redknapp diede tanto, eccome. Una stagione di transizione, per rodere i nuovi meccanismi, imporre le proprie idee, mescolare il vecchio al nuovo. Ha creduto nel settore giovanile, ha installato una nuova filosofia, i suoi adepti hanno iniziato ad amarlo. Poi il decollo, l’annata successiva, con tutti giovani forse ancor poco maliziosi per contendere il titolo al Leicester. Ha saputo lanciare un giovane bulletto di Milton Keynes di nome Alli, ha saputo trasformare un piccolo e acerbo attaccante che tra Championship e League One faceva fatica a giocare in uno dei centravanti più forti e completi al mondo, se non il migliore. Harry Kane, naturalmente. E poi un Tottenham straordinario, nel 2016-17, 85 punti e record, a suggellare una stagione fantastica per l’ultima annata del vecchio White Hart Lane. Poi le stagioni di Wembley, comunque positive, 4 anni consecutivi in Champions, utopia se pensiamo al passato del club. Già, quella Champions sfiorata col capolavoro dell’ultimo anno, una storica finale a Madrid, la prima in 137 anni di storia. La notte di Amsterdam, la notte più importante della storia del Tottenham Hotspur. Una rimonta epocale, romantica, straordinaria, una rimonta che per tutti i valori espressi in quella folle notte porta un solo nome: Mauricio. Non s’è vinto niente, tremendamente Tottenham Hotspur, ma per certi giganti non c’è bisogno di vincere nulla per passare alla storia. Per conquistare il cuore di un popolo che conosce bene certi valori, e che in Mauricio s’è ritrovato, riconosciuto, immedesimato. E lo dimostrano gli attestati di stima, affetto, emoticons che nelle ultime ore hanno popolato il web della galassia THFC. Verso l’infinito e oltre aveva detto, e così fu. Così è stato. Pochettino ha portato il club a dimensioni sognate per decenni dai sostenitori di White Hart Lane, da un cronico sesto posto a radiosi anni di emozioni, calcio straordinario, notti vissute fino in fondo, fino a Madrid.

LA FINE, AMARISSIMA Già, Madrid, l’apice da cui Pochettino non s’è più ripreso, d’altronde quando sei arrivato in cima non puoi far altro che scendere, purtroppo. Nel calcio moderno vedere un allenatore per più di 5 anni all’interno di uno stesso club è complicatissimo: è quasi impossibile ricostruire un ciclo quinquennale con lo stesso manager, come ai vecchi tempi pluridecennali di Ferguson e Wenger. E Poch non ce l’ha fatta, nemmeno la sua magia, la storia purtroppo dice questo. Già a maggio, prima della finale di Champions, qualcuno iniziava a pensare che se avesse vinto a Madrid avrebbe salutato tutti, o quantomeno era pronto a farlo. Voleva comunque una ricostruzione completa, voleva ributtare giù tutto e ricostruire dalle fondamenta, con 10 giocatori partiti e 10 nuovi da far arrivare. L’esito drammatico di una finale di Champions persa, un sogno distrutto, le lacrime amarissime durante la premiazione al Wanda Metropolitano. Poi 10 giorni in silenzio, con la sua famiglia, nella sua abitazione a Barcellona. Per provare a ritrovare stimoli e ripartire: Poch non se l’è sentita di andar via, e forse è stato il suo errore più grande, un errore che ha portato ad un esonero che forse, speriamo di no, macchia la sua carriera. Anche perchè restando ad Hotspur Way non ha ottenuto quello che voleva dal presidente Levy. Non è stato accontentato: mancava un direttore sportivo per catalizzare gli affari e poi si sa, per vendere Levy è un osso duro, se non arriva quel determinato contante non si vende niente. Altro che rivoluzione, escluso Trippier sono rimasti tutti, arrivato solo Ndombele, accompagnato dai punti interrogativi Sessegnon e Lo Celso. Come se non bastasse, Levy ha accettato 10 milioni di sterline da Amazon per registrare un film stile “All or Nothing” Manchester City, con telecamere ovunque e un accesso diretto al behind the scenes, tra i segreti di Poch, uno che punta tantissimo sulla comunicazione coi suoi calciatori e che non sopportava esser ovunque seguito dalle cameras. Una scelta mai avallata da Poch che anzi, chiese a Levy soltanto attrezzatura di telecamere e registrazione per gli allenamenti sul campo, un’attrezzatura da 80.000 sterline che secondo il Daily Mail s’era egli stesso proposto di pagare, ma Levy ha messo il veto. E da lì i primi silenzi, l’inizio della fine. Una partenza deludente, punti persi e un Tottenham che non è mai riuscito a spiccare il volo. I problemi con Vertonghen ad agosto, un Eriksen che non crede più nel progetto e non vuole rinnovare, una chimica ormai persa e risultati desolanti: in Champions un 2-7 col Bayern che ha fatto rumore, un’eliminazione dalla Coppa di Lega per mano del Colchester team di leghe inferiori, un 14simo posto desolante in Premier, ormai lontanissimo dalla prossima Champions. L’unica cosa su cui Levy e Pochettino fossero d’accordo era alienare i senatori, lasciar alla porta i vari Alderweireld, Vertonghen, Rose: chiaro che gestire e proseguire la stagione con questi errori di base fosse difficilissimo. E così è stato: accompagnato da errori tattici impressionanti, cambiando continuamente formazione senza trovar mai la quadra del cerchio, nel caos più totale è affondato al 14simo posto perdendo punti su punti.

E ALLORA JOSE Ma se il Tottenham oggi è diventato ciò che è diventato, se è rientrato dopo tanti forse troppi anni nell’elitè del calcio del vecchio continente, lo deve a questo signore qui. Che con i suoi valori ha segnato un’epoca, un’epoca radiosa e indimenticabile per chi mastica Tottenham Hotspur. Il calcio moderno è questo, non c’è riconoscenza, Levy ha preso la palla al balzo e coronato finalmente il suo sogno, quello di abbracciare il suo pupillo, Jose Mourinho, che per tanti anni non riusciva a permettersi perchè lui vinceva tutto e gli Spurs navigavano a metà classifica. E’ la tempistica a lasciare perplessi gli addetti ai lavori: Pochettino esonerato a 3 giorni dalla fine della sosta per le nazionali, in un piovoso e amarissimo martedì sera, le prime notizie di un Mou “serious contender” per la panchina, l’annuncio alle 7 di mattina del giorno dopo. Pochettino, il secondo migliore allenatore della storia del Tottenham, cacciato da Hotspur Way, senza nemmeno aver la possibilità di salutare il suo gruppo, i suoi ragazzi, di abbracciare il suo popolo. Uno scossone, una notizia che ha fatto il giro del mondo, nel 2019 in un batter d’occhio. Ma adesso Josè, Josè Mourinho. Inizia l’epoca Mourinho al Tottenham Hotspur. L’allenatore perfetto per valorizzare quanto creato da Mauricio, il suo esatto opposto, uno che gioca le coppe domestiche (Fa Cup e League Cup) come se fossero Champions. Uno che verrà per regalare trofei ad un gruppo che ha sognato, ha scritto storia, ha raggiunto latitudini straordinarie, ma con Pochettino dato di fatto non ha vinto nulla. Contatti già avviati tre settimane fa, dopo il pareggio interno col Watford, un desolante 1-1 coi fanalini di coda. Contatti gestiti e trainati da Zahavi, un signore 76enne amico di Mourinho e Levy che già aveva manovrato il suo primo approdo al Chelsea, che ha tessuto la ragnatela giusta e promosso un matrimonio che ha fatto rumore, eccome. Il ritorno dello Special One in quella Premier che nonostante una moltitudine impressionante di trofei conquistati con Chelsea e Man United, l’ha bocciato forse troppo prematuramente. Attenzione, perchè si parla dello Special One, un vecchio leone dal curriculum che parla da solo: 2 Champions, 3 Premier, 2 scudetti, la Liga dei record ed una moltitudine infinita di coppe domestiche. La scelta giusta, per l’ultimo grande step del Tottenham Hotspur.

RIVOLUZIONE CULTURALE E Josè, quando forse s’è sentito per la prima volta anziano, dopo 17 anni ha iniziato senza squadra, è rimasto a guardare, aspettando la chiamata giusta, continuando (in grande stile, lasciatemelo dire) il suo lavoro da opinionista per Sky Sports Uk e tante altre emittenti internazionali estremamente prestigiose. Aveva voglia di tornare, come detto e ribadito durante la scorsa estate, aveva quel fuoco dentro, quell’ardore da campo, a cui non riusciva a dir di no. Ma s’è documentato, ha studiato, ha raffinato ancor più quell’occhio lungo che da sempre lo contraddistingue. Ha cambiato parte del suo staff tecnico, ha rivoluzionato la sua squadra, per renderla impeccabile, migliore. Per scegliere la sfida sua e tornare, stavolta sì, più forte di prima. Voleva la Premier, voleva fortemente la Premier, voleva confrontarsi coi migliori, Klopp e Guardiola, ancora una volta. Ha sempre detto che il Tottenham è la terza forza del campionato, per mezzi, per rosa. Adesso c’è tutto: uno dei campi d’allenamento più importanti d’Europa, uno degli stadi più belli e moderni del vecchio continente. Sapeva che poteva essere la sfida giusta per lui, proprio lui che ama andare e scrivere storia dove non si vince da troppo tempo. Dove capta potenziale, per riscrivere tutto. E questo è quello che si augurano i tifosi del Tottenham, adesso a tutti gli effetti un grande, grandissimo club a livello europeo. Il passaggio di consegne dall’amico Mauricio all’amico Josè costituirà a tutti gli effetti una rivoluzione culturale nella galassia Tottenham Hotspur. Va via un’esteta, uno che arrivava al bel gioco tramite l’intensità, uno a cui piaceva domare e dominare l’avversario, ma spesso e volentieri sbagliava strategia o soprattutto cambi in corsa nel momento decisivo. Se il gioco si fa duro, Poch a Burnley può affondare. Mourinho no, lui ha sempre vinto così, ha la ricetta giusta. Anche lui è sempre stato fautore di intensità, concetto ormai fondamentale nel calcio moderno, dove tra tecnica e quantità vince sempre chi va più veloce dell’avversario. Ma non usa l’intensità per l’estetica, opta sempre e comunque per il mero fine: la vittoria, i 3 punti, il trofeo. Poch pensa a se stesso, al suo club, alla prestazione della sua squadra. Mou, e questa è la differenza più grossa, passa ore e ore a studiare l’avversario, i suoi punti deboli, quando, come, dove colpirlo. E sa captare la zolla del campo giusta in cui colpirlo, nel momento giusto del match, magari scegliendo i cambi giusti, quelli che indirizzano la partita. E’ una vecchia volpe, uno stregone malefico, ma straordinario e tremendamente affascinante, perchè conosce questo sport forse meglio di chiunque altro. Il Tottenham sarà più tosto, più pragmatico, più vincente. E ha trovato l’uomo giusto per fare il salto di qualità: ad aprile e maggio mai più cambi sbagliati, scelte furbe e oculate per portare a casa i successi. E’ iniziata ufficialmente l’era Jose Mourinho, la sfida più difficile e forse più affascinante del tecnico portoghese. Bentornato Special One!

Simone Dell’Uomo